Testi

La bestia, i testi della quinta puntata

Allora, immaginate una sala conferenze di lusso: pareti rivestite di mogano con eleganti foto in bianco e nero in cornici d’argento. Un ampio tavolo – anch’esso di legno pregiato circondato da 10 poltrone in pelle. Su tre di queste poltrone siedono tre uomini. Uno di loro è reso irriconoscibile da un effetto elettronico. Dei due che gli siedono di fronte uno è più compassato – e indossa giacca e cravatta. L’altro invece ha la cravatta allentata e la camicia aperta e parla con aria di chi nella vita ha già visto tutto. E formula in poche parole un compendio di scienze politiche:

“Non serve a niente combattere una campagna elettorale sui fatti. Perché tutto si basa sulle emozioni. I due principali motori dell’essere umano quando si tratta di assimilare informazioni efficacemente sono speranze e paure. E molte di queste sono inspiegabili e spesso inconsce. Non sapevi di avere una certa paura finché non hai visto qualcosa che ha suscitato in te questa reazione. Il nostro lavoro è calare il secchio più a fondo dentro al pozzo. E capire quali sono le paure e ansie più profonde e radicate”

A parlare è Mark Turnbull, managing director di un’azienda britannica per l’analisi dei dati chiamata Cambridge Analytica.

Giornalisti della rete televisiva BBC hanno filmato Turnbull e il CEO dell’azienda Alexander Nix durante finti incontri con un potenziale cliente. Il servizio richiesto: la manipolazione di un’elezione.

E Turnbull spiega come funziona il servizio. Cambridge Analytica può ottenere informazioni personali su migliaia di potenziali elettori – e costruire una campagna che faccia leva sulle loro ansie più intime, sulle paure più profonde – paure che forse non sanno neanche di avere.

E come fanno? Grazie alle informazioni che mette a loro disposizione un’altra azienda specializzata nella gestione e analisi di dati. Ne avrete sentito parlare. Forse state usando i suoi servizi in questo momento. Si chiama Facebook.

Ma c’è di più: Turnbull e Nix promettono al cliente di poter eliminare avversari politici, magari coinvolgendoli in qualche lurido scandalo sessuale. Dicono di averlo già fatto decine di volte.

Dopo un po’ i discorsi dei due vertici di Cambridge Analytica non suonano più nemmeno inquietanti – ma più come delle scontate battute di un thriller politico.

Alla fine allo spettatore resta il dubbio: quanto c’è di vero nella cinica, amorale visione del mondo e della società che ispira l’attività di Cambridge Analytica?

Beh… A pensarci bene… Che importa. Verità e bugie – come direbbe qualcuno – sono solo fatti alternativi.

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Ok. Facciamo un passo indietro. Ci sono due uomini di governo – in realtà sarebbero tre ma il terzo è poco più di un segnaposto. I due sono impegnati in una strenua lotta per l’egemonia – una lotta che divide la popolazione e rischia di spaccare lo Stato. Uno è un po’ più anziano e molto rispettato, soprattutto in ambienti militari. L’altro è giovane ma è un abile stratega e può contare su alcune amicizie importanti.

A un certo punto succede che il più anziano dei due sia in missione. Il giovane coglie la palla al balzo e si presenta in Senato con uno scoop sensazionale: un documento che dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che il suo rivale è in combutta con una minacciosa potenza orientale per assumere il potere.

Il documento fa leva sui pregiudizi in voga contro gli stranieri – soprattutto orientali – considerati una minaccia per i valori e la stabilità dello Stato. Per corroborare i sospetti, il giovane politico mette in giro vari brevi messaggi – 140 caratteri o meno – che dipingono il suo avversario come immorale e corrotto. Anche per questo la notizia si diffonde in maniera virale. E scatena l’indignazione del mondo politico e la furia della popolazione, che chiede immediate conseguenze.

Il diretto interessato viene a conoscenza dell scandalo con molto ritardo, ma è troppo tardi. Il Senato lo dichiara decaduto dalla carica. A lui non resta che fuggire.

Si arriva allo scontro e il giovane stratega ne esce vittorioso. Al veterano non resta che il suicidio.

Ora sappiamo che quel documento che ha scatenato la caccia all’uomo era probabilmente un falso, una fake news – e pure fatta abbastanza male. Ma era un falso ben congegnato, capace di provocare reazioni forti: ira e indignazione.

E di cambiare la Storia del Mondo Occidentale. Perché quel documento risale più di 2000 anni fa e riguardava un certo Marco Antonio. L’autore? Cesare Ottaviano, che poi, col nome Augusto, sarebbe diventato il primo imperatore di Roma. (https://theconversation.com/the-fake-news-that-sealed-the-fate-of-antony-and-cleopatra-71287)

Le fake news sono vecchie quanto la politica. Sin dall’antichità raccontare fregnacce è un ottimo modo per liberarsi di un avversario o di un intero gruppo etnico o religioso. Ricordo che a scuola mi arrabbiai moltissimo per la storia di Alcibiade – giovane e brillante generale ateniese, amico di Socrate, che ad un certo punto viene accusato d’aver mutilato delle statue del dio Ermes. Tutto falso. Ma Alcibiade viene condannato a morte ed è costretto a fuggire.  

E che dire del povero Nerone, passato alla storia come l’imperatore folle che suona la cetra mentre Roma brucia – una storia che, coincidentalmente, è stata scritta proprio da quelli che lo hanno costretto al suicidio.

Per non parlare di tutte le campagne denigratorie ai danni di popolazioni, gruppi o minoranze religiose: i cristiani cannibali ai tempi dell’Impero Romano, i saraceni sodomiti, gli zingari rapitori di bambini. E, naturalmente, la caterva di fregnacce che ha circondato nei millenni quegli ammazza-bambini, propagatori di pestilenze e occulti complottari degli Ebrei.

Nei secoli i sistemi si raffinano. Le strategie diventano più complesse. E soprattutto ci sono più mezzi per raccontare e far circolare storie: libri, giornali, poi radio, TV.

Già durante la Prima Guerra Mondiale inglesi e tedeschi facevano a gara a chi riusciva a piazzare più fake news nei giornali: gli inglesi dicendo che i tedeschi facevano il sapone colle persone, i tedeschi invocando complotti giudaico-bolscevichi. E questo ancora prima che Joseph Göbbels creasse il famigerato ministero della Propaganda.

Ma a quanto pare sono i russi ad aver promosso le fake news a una vera forma d’arte. E questo molto prima di internet, delle campagne virali e degli hacker.

All’inizio degli anni ‘20 del XX secolo il GUP, il servizio segreto che sarebbe poi diventato il KGB, inaugura l’ufficio per la disinformazione. Questo ufficio produce una svolta decisiva nella storia dei servizi di intelligence: Fino a questo punto infatti le calunnie, i falsi, le fake news servivano sostanzialmente a due scopi – farsi belli o gettare fango addosso al nemico.

L’ufficio per la disinformazione fa un’altra cosa: confeziona e mette in giro informazioni false – non necessariamente positive o negative – ma plausibili. In questo modo crea una cortina di fumo in cui diventa difficile distinguere tra vero e falso. Una delle prime operazioni dell’ufficio è piazzare in vari giornali stranieri la notizia che vi sia un movimento di resistenza contro i bolscevichi – e che questo movimento sia prossimo alla vittoria. Alcuni dissidenti in esilio all’estero leggono la notizia e tornano in Russia per sostenere la resistenza. E così vengono arrestati e ammazzati. LINK

Ma è durante la Guerra Fredda che la disinformazione diventa un asset strategico fondamentale.

Gli esempi si sprecano. Avete presente per dire la storia che il virus dell’AIDS era stato creato in un laboratorio militare? L’ha creata il KGB nel 1983. E l’ha pure ammesso – qualche anno più tardi. Ma la bufala era così ben fatta che ogni tanto continua a fare capolino in qualche sito complottaro. LINK

Ma non sono solo i russi eh.

Fin dagli anni ‘60 la CIA, il servizio segreto statunitense, mantiene contatti con centinaia di giornalisti sparsi in tutto il mondo che hanno il compito di diffondere notizie e informazioni preparate dall’agenzia – come ha confermato una commissione governativa nel 1977.

A volte si limitano alle classiche campagne denigratorie – come in Iran negli anni ‘50 o nel Cile di Allende. A volte fanno cose più creative – come quando, per screditare il nuovo Presidente democraticamente eletto in Indonesia Sukarno, l’agenzia decise di realizzare un film porno con un attore che somigliava al Presidente. Il progetto fu annullato – perché, contrariamemente a quanto speravano gli agenti a Stelle e Strisce, i “rumours” intorno al film invece di generare scandalo avevano infatti fatto crescere la popolarità del presidente.  LINK

Insomma: la storia è piena di bugie – bugie colle gambe lunghe, lunghissime.

Ma forse il punto di svolta più importante per capire come siamo arrivati a oggi – a Cambridge Analytica, agli hacker e alle campagne di disinformazione online è l’agosto del 2008.

Mentre le redazioni di giornali e TV sonnecchiavano nella calura agostana, una notizia piombò come una bomba tra statistiche sulle temperature e foto di vip in vacanza: la Russia ha invaso la Georgia.

Come, perché, per colpa di chi è tutt’ora oggetto di dibattito. Un po’ come nel caso della guerra in Ucraina è difficile formarsi un’opinione: il governo georgiano dice che le milizie separatiste in Ossezia e Abkhazia avevano compiuto una serie di raid provocatori – e manda l’esercito. I separatisti a loro volta accusano l’esercito georgiano di aver effettuato dei veri e propri pogrom. E chiamano in soccorso Mosca.

Com’è, come non è, la guerra dura appena pochi giorni. Ma i suoi effetti sono destinati ad avere ripercussioni molto più durature.

Perché la guerra russo-georgiana è la prima guerra combattuta su un nuovo campo di battaglia: internet. Da un lato è la prima volta che hacker di entrambe le parti si sfidano a mettere fuori uso i siti della parte avversa.

Dall’altro il conflitto diventa un braccio di ferro mediatico: entrambe le parti iniziano una campagna internazionale per far vedere al mondo quanto cattivo è il nemico. Mentre la propaganda filo-russa funziona di fatto solo in Russia, i georgiani riescono a tirare dalla loro parte quasi tutti i media internazionali.

I russi riconoscono il loro problema di immagine. E cominciano a pensare a una soluzione.

“La guerra dei cinque giorni ci ha dimostrato che la rete è un fronte come i media tradizionali, ed è un fronte che reagisce molto più rapidamente e su una scala molto più ampia. L’agosto 2008 è l’inizio dell’era dei conflitti virtuali e il momento in cui ci siamo resi conto che bisogna combattere anche sul fronte dell’informazione”. Fonte: LINK

Queste parole sono state pronunciate da quello che – secondo alcuni – era all’epoca il secondo uomo più potente in Russia dopo Vladimir Putin: il vice-capo di gabinetto Vladislav Surkov.

Surkov è una delle figure più affascinanti della Storia russa contemporanea. Comincia la sua carriera come agente pubblicitario, poi passa alla televisione per approdare poi in politica. In tutte queste varie tappe c’è una costante: Surkov, che da ragazzo ha studiato regia teatrale, vede i pezzi della macchina pubblica – politici, imprenditori, media – come attori di una grande pièce.

Tutto sta a dare loro una buona sceneggiatura.

E la pièce ha anche un nome. Surkov la chiama “Democrazia sovrana”. In pratica significa che lo Stato controlla tutti gli aspetti della vita pubblica allo scopo di raggiungere – per dirla coll’autore – benessere materiale, libertà e giustizia per tutti, ma senza impelagarsi in inutili schermaglie politiche.

Il pragmatismo come unica ideologia.

Ora, qualcuno si chiederà… capisco la sovranità, ma dov’è la democrazia? Dove è che il popolo decide se fare A o fare anzi B? Beh… la democrazia per Surkov è la pièce – è il teatro. Cioè: la popolazione deve avere l’impressione di far parte di un grande teatro democratico in cui è giusto e sensato accapigliarsi. Poi alla fine decide lo Stato sovrano. Ci siamo?

Durante i suoi anni come braccio destro di Putin, Surkov ha finanziato decine – forse centinaia – di partiti, ONG, gruppi giovanili – tutti di orientamento diversissimo, di destra, di sinistra, nazionalisti, europeisti, alcuni pro Putin, altri ferocemente anti-Putin.

Perché, come ogni teatrante ben sa, un buon dramma ha bisogno di buoni conflitti.

Ma il vero colpo di genio di Surkov non è tanto aver creato questo sistema, quanto averlo reso pubblico.

C’è una foto scattata alcuni anni fa da un blogger liberale russo nello studio di Surkov. Nella foto si vedono due vecchi telefoni a tastiera che sembrano usciti da un film di spionaggio degli anni ‘70. Sui telefoni si leggono chiaramente i nomi di tutti i leader politici dell’opposizione. E’ la prova che Surkov ha tutti in tasca. Ma poi – colpo di scena – si scopre che il blogger era a libro paga di Surkov. E le foto le ha di fatto “leakate” lui stesso. E da chi lo sappiamo? Dallo stesso Surkov.

E’ un capolavoro di quella che i critici della letteratura chiamano “mise en abyme”: un abisso consecutivo di finzioni in cui uno finisce per perdersi, come in un labirinto di specchi.

E giusto perché non si dica che ce l’ho coi russi: la guerra dell’informazione – o della disinformazione – occupa in questi anni anche i servizi statunitensi. In un manuale della Scuola Ufficiali dell’Esercito americano del 2006 si legge: “La guerra di informazioni intende influenzare il comportamento degli obiettivi – inteso come noi, le persone – siano essi amministratori o pubblico generale. […] In questo non si differenzia da altre forme di esercizio del potere, siano esse diplomatiche, militari o economiche”.

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Anzi, se vogliamo la Russia di Putin cerca solo di recuperare terreno.

Uno degli strumenti di propaganda più potenti in mano ai servizi statunitensi negli anni della Guerra Fredda erano stazioni radio internazionali come “Radio Free Europe”, “Radio Free Asia” e “Voice of America” che trasmettevano in territorio sovietico – e, aiutati dalle suadenti note di Elvis o dei Beatles, facevano breccia nella rigorosa educazione socialista. E contribuivano così al crollo del blocco comunista.

I tempi cambiano. E il rock è morto. Ma l’idea è viva: i contenuti giusti piazzati nelle orecchie giuste possono far crollare gli imperi.

Una delle prime iniziative che il Cremlino assume dopo la guerra colla Georgia è potenziare un piccolo network televisivo pubblico che, fino a quel momento, diffondeva notizie sulla Russia in lingua inglese – Russia Today. Dopo un processo di rebranding il network – adesso chiamato semplicemente RT – cambia strategia: spuntano redazioni in francese, tedesco, spagnolo e arabo.

E anche i contenuti cambiano. RT non parla più solo di Russia, ma di Europa e Stati Uniti. E lo fa soprattutto mettendo in luce situazioni critiche e problemi sociali – anche a costo di inventarseli: in pochi anni RT diventa il canale di comunicazione preferito da teorici del complotto americani come il giornalista radiofonico Alex Jones. Lo scopo è chiaro – come ha scritto una ex-collaboratrice del network: RT vuole dipingere l’inevitabile crollo della società liberale e capitalista occidentale.  LINK

Dietro il successo di RT c’è una giornalista di origini armene, Margarita Simonyan. Quando era alle superiori Simonyan ha trascorso un anno negli Stati Uniti. Ed è rimasta affascinata dal tono e dal ritmo dell’informazione di reti come CNN e CBS. Da lì viene l’idea di una rete d’informazione vivace e dinamica. E anche se all’inizio mancava di competenza e rigore giornalistico, RT riesce in breve a entrare tra i grandi player internazionali – e ad attrarre vere celebrità come il veterano della CNN Larry King e il fondatore di Wikileaks Julian Assange.

Ma non c’è da sbagliarsi: la missione di RT non è fare ascolti. Lo spiega bene la stessa Simonyan in un’intervista ad un quotidiano russo: “Ora non stiamo combattendo. Ma nel 2008 stavamo combattendo. Il Ministero della Difesa combatteva in Georgia ma noi combattevamo la guerra dell’informazione – e combattevamo contro tutto il mondo occidentale. Dobbiamo essere pronti per la guerra”. LINK

RT combatte una guerra. E presto riceve rinforzi. Dalla fusione dell’agenzia RIA Novosti con la vecchia Radio Mosca nasce nel 2012 un altro canale che Simonyan battezza Sputnik – perché il famoso satellite, dice, è una delle poche cose positive della Russia che si conoscono anche in Occidente. E Sputnik ha contenuti video e online in 30 lingue. Tra cui l’italiano.

Ora, nessuno sa di preciso quante persone seguono RT e Sputnik in TV. Ma in realtà importa poco, perché i loro video trovano presto un’altra piattaforma: Internet e i social network.

Qui si parla di miliardi di click. E come funziona la strategia del network? Semplice: ci sono articoli “esca” – cose leggere e curiose che vanno dai pezzi di gossip a quelli di costume, capaci di attrarre e solleticare l’interesse del lettore – per poi deviare l’attenzione verso altri articoli.

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Come ad esempio l’articolo che nel gennaio 2016 parla del sequestro e stupro di una ragazzina di 13 anni di origine russa da parte di tre uomini di aspetto arabo a Berlino.

La storia – dice subito la polizia berlinese – è inventat. Ma RT la rilancia online lo stesso e in poche ore la notizia è diventata virale.

E questo è solo il primo livello.

Mentre intorno alla casa della ragazzina si forma un capannello di russo-tedeschi, un portavoce della polizia cerca di tranquillizzare gli animi e ribadisce che la storia è falsa. A questo punto RT usa il video del portavoce per fare un nuovo lancio: la polizia tedesca copre lo stupro di una bambina. E perché. Per difendere la politica migratoria di Angela Merkel. È una bomba. Centinaia di persone si riversano in strada e anche il ministro degli Esteri russo Lavrov in visita a Berlino dice che – se confermata – la notizia sarebbe di una gravità estrema.

Gli specialisti della guerra dell’informazione stanno pero solo scaldando i muscoli.

Mentre divampa lo scandalo del finto stupro a Berlino un esercito di hacker è al lavoro per raccogliere centinaia di E-Mail – l’obiettivo è la candidata democratica alle presidenziali americane Hillary Clinton.

Sappiamo com’è andata: le e-mail private di Clinton finiscono in mano a Wikileaks che – anche attraverso RT – le diffonde, insieme alla notizia che la candidata democratica avrebbe compiuto flagranti abusi d’ufficio. Nessuna delle accuse si concretizza ma tanto basta…

AUDIO Trump
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Questo è l’attuale presidente americano Donald Trump che, durante la campagna elettorale del 2016, dice chiaramente: “Se la Russia o la Cina hanno quelle e-mail, sarò onesto. Io le voglio vedere”.

E’ singolare che Trump abbia festeggiato l’esito dell’inchiesta della commissione Mueller perché questa non ha trovato nessuna prova di una collusione diretta con agenti russi.

Nessuno – nemmeno nel team di Trump – ha mai infatti messo in discussione il fatto che ci sia stata una massiccia ingerenza di Mosca nelle elezioni. E che il Cremlino abbia di fatto favorito la vittoria del suo candidato preferito. E nessuno sembra preoccuparsi del fatto che questo – come ha scritto il Direttore dell’Intelligence americana all’inizio del 2017 – possa diventare un modello per future elezioni in altri paesi alleati.

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Ora… Posso quasi sentire alcune persone di mia conoscenza dire: eh bravo! Facile prendersela coi russi cattivi eh! Perché non parliamo dei droni americani in Pakistan? Perché non parliamo delle armi tedesche in Arabia Saudita? O degli interessi francesi in Libia? Ah, i media non ne parlano… Che strano…

Come confermerà qualunque giornalista degno di questo nome, l’idea che i media possano essere obiettivi e imparziali è pura fantasia. Non dico che in Europa o negli Stati Uniti non vi siano tentativi di manipolare l’opinione pubblica. Dico solo che – fedeli al canovaccio del caro Surkov – la Russia fa di tutto per far sapere al mondo quanto potente è la sua macchina di disinformazione.

Molti avranno sicuramente sentito parlare dell’Internet Research Agency o “Fabbrica dei Troll” di Olgino, vicino a San Pietroburgo. Da una centrale operativa grande come un centro commerciale, l’agenzia gestisce quasi 4.000 account di twitter e un numero imprecisato di profili facebook, postando messaggi in russo, francese, inglese, tedesco. Quando la CIA ha diffuso i dati sull’ingerenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016, Twitter e Facebook hanno trovato rispettivamente più di 9 milioni di tweet e 31 milioni di post su Facebook prodotti dalla “Fabbrica”.

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https://www.io-archive.org/#/

Ma nonostante questo, nonostante i dossier investigativi e le interviste coi troll uscite su vari quotidiani la “Fabbrica” è sempre lì – e continua a pompare messaggi in rete come una vera fabbrica pompa vapori tossici nell’atmosfera. Anzi, ho l’impressione che più se ne parla, più questo altoforno alimentato da razzismo, populismo e autoritarismo avvampa e ruggisce.

Non si sa quale influenza abbiano i troll di Olgino sulla politica internazionale. Secondo alcuni sono una banda di disperati con un uso rudimentale del traduttore di Google. Secondo i servizi americani sono una seria minaccia per la democrazia.

La verità sta probabilmente nel mezzo. Ma l’aspetto più inquietante dei troll di Olgino non sono le loro macchinazioni – no, la cosa spaventosa è quanto è facile creare una fabbrica dei troll – basta un portatile e un accesso alla rete.

Per sapere quanto facile basta andare un po’ più a Sud, parecchio più a Sud, fino a Veles, in Macedonia.

Veles è una cittadina di 50.000 anime collocata tra colline verdeggianti. Intorno alla città ci sono i resti della zona industriale abbandonata dopo il crollo della Yugoslavia. Più della metà delle popolazione è disoccupata.

A un certo punto però in città cominciano ad apparire grosse macchine tedesche. E chi le guida? Qualche investitore straniero? Un capomafia? No, le guidano ragazzetti poco più che maggiorenni che hanno appena scoperto una miniera d’oro. Una miniera chiamata fake news.

E’ successo che alcuni appassionati di computer e videogiochi in paese hanno lanciato un sito di consigli per la salute in inglese – consigli assolutamente inventati, tipo impacchi di avocado per curare le verruche. Il sito va alla grande. Da lì alla politica internazionale il passo è breve. Siamo nel 2016 e le elezioni presidenziali in America tengono banco sui social.

I ragazzi di Veles lanciano diversi siti – all’apparenza giornalistici – con nomi tipo Politicalhall.com e USApolitics.com e iniziano a fabbricare notizie che poi postano su falsi profili social. In realtà le copiano per lo più da blog americani. Inizialmente provano a fare una cosa bipartisan con articoli pro Trump e pro Clinton. Ma presto si accorgono che le notizie pro Trump tirano di più.

In poco tempo ci sono più di 100 siti pro Trump registrati a Veles. Le notizie vengono condivise migliaia di volte. E colla pubblicità di Google i ragazzi tirano su decine di migliaia di euro.
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Ma come è possibile che un gruppo di teenager che scrivono cazzate in cattivo inglese abbiano più seguito – diciamo – di questo documentatissimo e forbitissimo podcast?

Beh. La risposta – sembra banale – è proprio che scrivono cazzate.

Come ha dimostrato uno studio dell’MIT di Boston le fake news si diffondono più rapidamente e raggiungono più persone delle notizie di provata veridicità: mentre una notizia vera può aspirare al massimo a 1.000 visualizzazioni, una fake news raggiunge in media tra 1.000 e 100.000 persone.

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E questo vale soprattutto per le situazioni ad elevata criticità come ad esempio un’elezione: un’analisi del siti d’informazione Buzzfeed ha messo in luce che nei tre mesi precedenti all’elezione americana del 2016 le fake news più cliccate di Facebook hanno ampiamente surclassato tutte le fonti di informazioni qualificate come il Washington Post, New York Times e NBC.

E la stessa cosa è capitata poco prima delle elezioni europee del maggio 2019: nelle settimane precedenti alle elezioni sono apparsi di colpo migliaia di profili Twitter che producevano a getto continuo tweet farlocchi in varie lingue. LINK

Questo perché – come diceva Turnbull, il supercattivo di Cambridge Anyltica – una notizia inventata può fare leva sulle emozioni degli utenti. E quindi provocare un maggiore coinvolgimento.

Non è cronaca. E’ letteratura, poesia. Beh. Non dico che sia buona letteratura.

“Immigrati senza diritti ricevono una pensione di 550 euro al mese e non hanno mai versato un soldo in Italia! Mentre i pensionati italiani che hanno lavorato per una vita se la sognano una pensione del genere!”

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“Immigrati del centro profughi di San Bernardo sul Brenta in rivolta perché la struttura è vicino a un canile, animale da loro considerato impuro! Grazie Boldrini!”

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“16 donne tedesche che hanno accettato di comparire sui giornali in questi giorni in Germania, sono state aggredite e stuprate da immigrati! è questo quello che il pd ha creato in tutta Europa!”

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Questi sono alcuni esempi delle migliaia di fake news raccolte dal sito di debunking “Bufale un tanto al chilo”. Sembrerà assurdo ma molte di queste sono state riprese persino dai media ufficiali.

A quanto pare l’Italia è una terra di conquista per i professionisti delle bufale. Alcune settimane fa l’ONG Avaaz ha pubblicato una lista di più di 100 pagine Facebook italiane impegnate nella diffusione sistematica di bufale – in totale le pagine raggiungono quasi 20 milioni di persone. Pagine come “Vogliamo il movimento 5 stelle al governo”, “Lega Salvini Sulmona”, “Lega Salvini Premier Santa Teresa di riva”. Tutte con centinaia di migliaia di interazioni.

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E una porzione consistente delle bufale diffuse dal network scoperto da Avaaz riguarda – rullo di tamburi – l’immigrazione.

Il motivo – l’abbiamo detto e ripetuto – è che ci sono pochi altri temi che polarizzano e provocano reazioni emotive quanto gli immigrati. Specialmente quando questi vengono presentati come stupratori, assassini o parassiti – come appunto facevano le succitate pagine.

Stando a un recente studio dell’istituto di ricerca Alto Analytics, il tema immigrazione sui social italiani è letteralmente dominato da chi diffonde il tipo di notizie che ho citato prima: quasi il 70 per cento dei post social sul tema hanno carattere fortemente negativo. Temi centrali sono la presunta invasione migratoria, criminalità e terrorismo.

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Anche durante la campagna per le elezioni europee 4 notizie su 5 riguardanti l’immigrazione sui social avevano contenuto negativo.

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E da dove vengono queste notizie? Se si guarda tra le fonti si scopre che rispettivamente al 40esimo e 58esimo posto delle fonti più citate in Italia sul tema si trovano due network che di norma non dovrebbero entrare nella top 100 dei principali media italiani. Avete indovinato: Sputnik e RT.

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E vabbeh… Vedi che torniamo sempre lì, ai russi cattivi? Non ti sembra – dice la mia sempre solerte voce interiore – di fare esattamente quello di cui accusi gli altri? Non stai descrivendo un grande complotto globale gestito da (più o meno) occulti Maestri Venerabili?

No. E ti dico subito perché, cara voce interiore.

Perché nel mio intimo nutro una profonda, radicata convinzione: i complotti, le cabale, le trame occulte sono storie che ci raccontiamo per tenere viva l’illusione che ci sia qualcuno che ha un piano, una visione – qualcuno che conosce il funzionamento intimo delle cose del Mondo.

La realtà è però più prosaica – e molto, molto più sinistra.

Internet è un serbatoio di informazioni di proporzioni colossali. Se dovessi stampare in un libro tutti i contenuti presenti in rete il libro sarebbe alto come dalla Terra alla Luna. Allo stesso tempo ci sono nel Mondo più di 4 miliardi di persone che usano internet.

Ora: come faccio ad assicurarmi che in questa enorme massa di pagine e di persone il giusto utente trovi la pagina giusta?

La risposta è: con un algoritmo. Sono algoritmi a filtrare i risultati che ottengo quando cerco qualcosa su Google. Sono algoritmi che decidono quali storie di Facebook farmi vedere e quali no. E sono algoritmi che decidono la priorità con cui leggo i messaggi di Twitter.

E su cosa si basano queste decisioni? In soldoni si basano su due fattori: popolarità e preferenze personali.

Popolarità vuol dire che se un contenuto viene visionato e condiviso da tante persone è più probabile che mi capiti davanti. Sembra logico no? Se una cosa interessa a tanti è probabile che interessi anche a me.

Ma c’è un’altra ragione: pubblicità. Da che mondo è mondo la pubblicità è tanto più efficace quanta più gente la vede, no? E anche gestori di inserzioni come Google Adsense si basano su questo principio: Quindi, più interazioni genera un contenuto più è efficace il messaggio pubblicitario ad esso associato. E più soldi entrano in cassa. Semplice no?

E quali sono i contenuti che generano più interazioni? Beh… ce lo dicono i ragazzi di Veles: messaggi ad alto impatto emotivo – non importa se veri o no.

E poi ci sono le mie preferenze personali. Ogni click, ogni parola che digito in un motore di ricerca, ogni acquisto online, ogni foto che carico sui social contribuisce alla creazione di un profilo. Se, per dire, ho cliccato tre volte su articoli di ricette l’algoritmo mi classifica come amante della cucina – e mi suggerirà altri contenuti analoghi. Allo stesso modo, se ho cliccato due volte su qualche bufala anti-immigrati l’algoritmo mi proporrà altre storie simili.

E che ci fanno Google e Facebook con questi profili? Li vendono. A inserzionisti – o ad aziende come Cambridge Analytica, che sono così in grado di elaborare campagne sempre più personalizzate, sempre più efficaci.

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Micro-targeting lo chiamano. Micro-obiettivi. Ognuno di noi è un micro-obiettivo. Così, per esempio, la mia passione per la cucina mi rende un obiettivo ideale per la pubblicità del nuovo tritatutto. E il mio interesse per gli immigrati… beh… com’ è che diceva Turnbull?

“Non sapevi di avere una certa paura finché non hai visto qualcosa che ha suscitato in te questa reazione”.

Una volta che inizi a ricevere un certo tipo di contenuti – e magari ci clicchi sopra – è difficilissimo che l’algoritmo ti proponga contenuti alternativi. Dopo il tritatutto viene un set di coltelli, dopo il set di coltelli viene il pastamatic. E così dopo l’articolo sulla pensione agli immigrati viene quello sul terrorismo islamico e dopo ancora quello sugli stupri e così via.

Piano piano l’algoritmo costruisce un muro intorno all’utente – una stanza in cui lui può di fatto solo sentire le voci di chi ha i suoi stessi interessi o la pensa come lui – una echo-chamber, la chiamano i teorici della comunicazione, una camera dell’eco.

E in questa camera più fervono le emozioni (la paura, la rabbia), più forte diventa il clamore. E più forte diventa il clamore più le emozioni vengono amplificate.  

E cascarci dentro a una di queste stanze è un attimo.

Fate questo esperimento. Andate su Youtube. Cercate “Alieni”. Cliccate sul primo video. Guardate nei video correlati.

Ecco… A me ci sono voluti esattamente due click per trovare un video che nega l’Olocausto.

La ragione? Video controversi, politicamente scorretti e provocatori attraggono più click. Quindi hanno un ranking più alto. E quindi è più facile che li veda. E una volta che ho cliccato su quel video beh… l’algoritmo comincia a costruire il muro.

E prima che diciate “Sì vabbeh, ma mica sono tutti scemi che se vedono un video diventano nazisti”… In realtà ho solo citato il caso – reale – di Doug McGuire, un americano che per anni ha perseguitato insieme a migliaia di altri fanatici i familiari delle vittime del massacro di Sandy Hook. E tutto – dice Doug, che ora lavora per un progetto di sensibilizzazione contro le fake news – è cominciato con un click su un video che parlava di alieni.

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E’ vero che Google e Facebook stanno affrontando il problema – filtrando i contenuti e combattendo attivamente la diffusione di notizie false. Ma finora i risultati sono stati minimi.

E’ anche vero che il sistema non funziona con tutti. Se, per dire, ho già una coscienza politica sviluppata è difficile che un video o un post su Facebook mi facciano cambiare idea. Ma vedete… Ci sono molte persone che la coscienza politica se la stanno formando adesso in questo momento – e se la formano soprattutto in rete.

Circa la metà delle ragazze e dei ragazzi italiani sotto i vent’anni passa più di sette ore al giorno in rete. Dalla rete ottengono tutte le principali informazioni sull’attualità e sulla politica.

E i risultati si vedono: quasi il 70 per cento di loro ha un’opinione negativa della politica. Meno della metà di loro è andata a votare alle ultime europee. E quando lo ha fatto, quasi la metà ha scelto formazioni radicali come la “Lega” e “Fratelli d’Italia”.

Capite il punto? Non è che c’è un complotto internazionale. Non è nemmeno che ci sono perfidi spin-doctor che seducono le menti. No. Abbiamo costruito una macchina che ci rende prigionieri ognuno del suo incubo personale – una specie di Matrix alla rovescia. Un incubo in cui non esiste più il vero e il falso, giusto o sbagliato, in cui è impossibile fidarsi delle istituzioni, dei media o anche delle altre persone.

Questa è la vera “Bestia”. E non parlo dell’ormai leggendario sistema di micro-targeting sviluppato dallo spin-doctor della “Lega” Luca Morisi e che – secondo alcuni eminenti giornalisti – è alla radice del successo di Matteo Salvini. La “Bestia” di Morisi non è altro che un prontuario di regole per l’uso dei social network come se ne trovano tanti in rete. Il nome però è bello.

No. Questa è un’altra Bestia. Una Bestia con tante facce. Una Bestia che – in forme diverse – popola il nostro immaginario da millenni. Una Bestia che disgrega la società e produce paura, divisione e caos.

E vidi salir dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, e sulle corna dieci diademi, e sulle teste nomi di bestemmia. […] e tutta la terra maravigliata andò dietro alla bestia; e adorarono il dragone perché avea dato il potere alla bestia; e adorarono la bestia dicendo: Chi è simile alla bestia? e chi può guerreggiare con lei?

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