Testi

Il Virus, i testi della tredicesima puntata

Ho una confessione da fare. Io sono un po’ ipocondriaco. Nel senso che ho molta paura di virus e batteri.

Ma dico: come si fa a non aver paura di killer silenziosi e invisibil capaci di manipolare il tuo corpo e la tua mente per farti compiere determinati atti – tipo tossire, starnutire, vomitare, mordere – il tutto allo scopo di diffondere il contagio e così colpire il massimo numero di vittime possibili?

Altro che maniaci omicidi, altro che jihadisti: i serial killer più terrificanti della storia sono i microbi. Dalla peste nera all’epidemia di spagnola, fino all’AIDS e a ebola: niente ha segnato la storia dell’umanità così profondamente come le epidemie.

Ed è terrificante che questi killer possano oggi spostarsi in giro per il mondo molto rapidamente – prima ancora che qualcuno si accorga della loro esistenza – per seminare morte a migliaia di chilometri di distanza.

Quindi in un certo senso capisco che se uno sente parlare di un nuovo virus trasmesso, apparentemente, da immigrati – un virus che si diffonde con estrema rapidità colpendo in pochi mesi decine di migliaia di persone… beh… capisco che in queste circostanze uno con tutta la buona volontà possa sviluppare una certa paura degli stranieri. Specialmente quando questi stranieri vivono in comunità chiuse, culturalmente isolate, in condizioni igieniche magari un po’ precarie.

Ah. Naturalmente sto parlando dell’epidemia di poliomielite che ha colpito gli Stati Uniti nel 1916 e di cui furono ritenuti responsabili gli immigrati italiani. Di cos’altro?

Nella calda estate del 1916 decine di migliaia di persone sulla costa Est degli Stati Uniti – soprattutto bambini – furono infettate dal poliovirus. In pochi mesi si contarono più di 6.000 morti e almeno 20.000 persone affette da paralisi.

Il focolaio di infezione fu identificato nei quartieri popolari a maggioranza italiana di Brooklyn. Niente di sorprendente – si disse all’epoca: gli italiani erano noti per vivere stipati in edifici semifatiscenti in condizioni igieniche disperate. I bambini in particolare – scriveva il prestigioso New York Times – sono “sporchi stracciati e pieni di parassiti. Del tutto inadatti a essere accettati nelle scuole primarie a fianco di ben educati bambini americani”.

Un esercito di ufficiali sanitari si riversò nelle strade di Brooklyn e cominciò ad affiggere cartelli che dichiaravano l’intera area soggetta a quarantena. I nostri zii e cugini d’America erano diventati – letteralmente – degli intoccabili.

Ma l’idea che ci sia un rapporto strutturale – direi quasi patologico – tra immigrazione e malattie è molto più antica.

Anche se non sapevano che cosa di preciso causasse le malattie i nostri antenati sapevano bene che queste potevano diffondersi lungo le rotte del commercio e degli eserciti, viaggiando come clandestini a bordo di navi, carovane e convogli militari.

Così lo storico greco Tucidide era in grado di dire che l’epidemia di peste che colpì Atene nel 430 avanti Cristo era giunta al seguito di marinai provenienti dall’Egitto che a loro volta erano entrati in contatto con persone provenienti dalla Libia e dall’Etiopia. E già nel XVII secolo si sapeva che la peste che nel 1630 aveva devastato l’Italia settentrionale – quella dei “Promessi Sposi” per capirci – era stata portata in Italia dalle truppe tedesche (i famigerati lanzichenecchi) al comando di Albrecht von Wallenstein.

L’esempio per eccellenza però lo offre un’altra epidemia immortalata in un capolavoro della letteratura Italia come il Decameron di Boccaccio. Sto parlando della peste nera che colpì l’Europa nel 1346 e che uccise un terzo degli abitanti del continente.

Ecco questa orrenda epidemia pare sia giunta lungo rotte commerciali aperte neanche 50 anni prima da un certo Marco Polo – rotte che congiungevano l’Europa con una terra in cui l’esploratore veneziano aveva trovato tesori inestimabili e povertà abietta, sovrani illuminati e feroci autocrati, futuristiche tecnologie e tradizioni antichissime. Una terra misteriosa la cui imponente ombra si sarebbe stesa di lì a poco sul vecchio mondo come un sudario.

***

Ok. Facciamo il punto. Quando le persone si muovono, viaggiano, migrano, virus e batteri si muovono con loro.

Di per sé quindi l’associazione tra immigrati e agenti patogeni non è del tutto sbagliata. I virus sono programmati per infettare il massimo numero di individui possibile. Piu il portatore va in giro, più persone incontra. Piu persone incontra, più persone contagia. E più persone contagia più il virus è contento.

Non a caso Gaetan Dügas, il famoso paziente zero del virus dell’HIV era uno steward che girava mezzo mondo.

Il problema è quando si comincia a fare confusione tra portatore e virus, tra immigrati e germi.

Alcune puntate fa avevamo parlato di Joseph-Jerome Conte di Simeon, il giurista francese che, ai primi dell’800, nel corso del dibattito sul diritto di cittadinanza per i nati in Francia disse che concedere la cittadinanza ai figli di immigrati significava “infettare” la Nazione francese.

Il discorso di Simeon suona parecchio attuale. Perché ricalca un pattern narrativo molto in voga ancora oggi.

Da portatore del virus l’immigrato, lo straniero può diventare lui stesso il virus – il corpo estraneo che si infiltra nello Stato-organismo, lo infetta e indebolisce.

E in effetti: storicamente paura delle malattie, politiche anti-immigraziobe e sano, robusto razzismo vanno a braccetto.

Così per esempio: durante gli anni della peste nera migliaia di ebrei furono massacrati perché si credeva che fossero loro a diffondere il male. Nel solo giorno di San Valentino del 1349 nella città di Strasburgo furono messi al rogo quasi 2.000 persone di religione ebraica.

Probabilmente non serve ma lo dico lo stesso: colla peste gli ebrei non c’entravano nulla.

Esattamente come gli italiani non c’entravano colla poliomelite nel 1916. E gli irlandesi non erano responsabili dell’epidemia di colera che colpì gli Stati Uniti negli anni ‘30 del secolo XIX.

Eppure alle prime avvisaglie di una nuova epidemia ecco che non solo la gente comune ma anche medici e istituzioni ci mettono cinque minuti a identificare l’origine del male: cioè quelli là. Gli altri. I diversi.

Ancora a metà degli anni ’80 tutta la comunità haitiana della Florida fu messa sotto osservazione medica dopo che alcuni membri della comunità si erano ammalati di AIDS – esattamente come era avvenuto più o meno un secolo prima colla febbre gialla.

E vabbè – dirà qualcuno – ma mica è razzismo. Se so che in un certo paese c’è una certa malattia e voglio evitare che il contagio si diffonda anche da noi è solo una questione di buon senso dire: magari le persone che vengono da questo paese devono essere sottoposte a controlli sanitari. È anche per il loro bene, no?

Allora se voglio questi controlli non sono mica un razzista… no?

Beh… come posso dire… mmmh… sì, sei un po’ razzista.

Vari studi hanno infatti dimostrato che esiste un rapporto diretto tra paura delle malattie e paura del diverso, dello straniero. Due studi – uno effettuato in Danimarca e uno negli Stati Uniti – sono recentemente giunti alla stessa conclusione: e cioè che le persone che dicono di temere maggiormente i germi – e tipo si lavano le mani più spesso o disinfettato le maniglie delle porte – hanno in generale posizioni più conservatrici – e sono generalmente contrarie all’immigrazione.

Se non siete convinti provate a chiedere al più celebre germofobo del mondo.

Questo – lo avrete riconosciuto – è Donald Trump che intima al suo capo di gabinetto Dick Mulvaney di lasciare la stanza ovale – perché – orrore – ha tossito.

Ma non è che uno che non vuole che gli si tossisca vicino, si lava le mani tre volte al giorno e preferisce evitare il contatto fisico colle altre persone sia automaticamente uno stronzo razzista.

Come dicevo prima io sono un po’ ipocondriaco. E alle volte quando vedo una persona che tossisce o starnutisce sull’autobus o sul treno ho l’impulso ad allontanarmi. Specialmente se la persona è… come dire… diversa da me. Ora… non è per giustificarmi… sì è per giustificarmi… però la ricerca ci dice che questo impulso è una reazione istintiva determinata dall’evoluzione.

Tra gli ateniesi che videro sbarcare i primi malati di peste dall’Egitto nel 430 AC probabilmente quelli che si sono salvati e così hanno trasmesso i loro geni alle generazioni future erano quelli quelli che hanno detto: “Quegli stranieri cogli occhi vitrei non me la contano giusta. No no. A mangiare da loro non ci vado. Non me ne frega niente di quanto è buono sto kebab”.

I nostri istinti ci mettono di regola un po’ a adattarsi a nuove circostanze. Cioè: l’impulso a scappare ogni volta che vediamo una persona con tratti somatici diversi dai nostri e quindi potenzialmente portatrice di virus esotici è nato in un tempo in cui non esistevano né i vaccini né gli antibiotici. Quindi sì: uno istintivamente può avere un po’ paura quando il vicino di posto – mettiamo cinese – tossisce. Ma – se non è un viaggiatore del tempo appena giunto dal tardo medioevo – dovrebbe rendersi conto che questa paura è del tutto irrazionale.

Ah sì? E che mi dici di tutti i casi di tubercolosi degli ultimi anni? E’ un caso che questa malattia che si considerava debellata sia tornata a mietere vittime proprio ora che arrivano così tanti africani – specialmente se si considera che due terzi dei casi documentati hanno colpito (guarda un po’) immigrati? Ah… vedi che non è una paura irrazionale?

Mmmm… ancora una volta. No. La paura è del tutto irrazionale. Primo. E’ vero che c’è stato un leggero aumento dei casi di tubercolosi nel 2015, ma questo è avvenuto dopo una serie di anni in cui i casi erano diventati sempre meno (parliamo di circa sei casi all’anno ogni 100.000 persone)  – e negli anni successivi la tendenza è tornata al ribasso. Secondo. L’Italia rimane uno dei paesi d’Europa in cui la tubercolosi ha un’incidenza bassissima.

E’ vero che ci sono stati molti casi di tubercolosi tra immigrati – come ci sono stati gravi casi di morbillo e scabbia. Ma questo ha più a che vedere colle drammatiche condizioni igieniche in cui vivono gli immigrati in molti centri di accoglienza e di primo soccorso. In più – a differenza di noi – solo pochi immigrati provenienti dall’Africa hanno fatto i regolari vaccini.

Se quindi c’è qualcuno per cui l’immigrazione è un rischio sanitario, quelli sono gli immigrati.

Eppure…

AUDIO

Questa è Fatumatá Hawa Sompare, una ragazza originaria della Guinea che nel 2014 – nel pieno della seconda ondata di panico scatenata dalla diffusione del virus dell’ebola in Africa Occidentale – è stata aggredita su un autobus a Roma.

E non è un caso isolato eh. In Italia il “dagli all’untore” sul treno o sull’autobus è diventato una specie di sport nazionale. Uno sport che si inserisce nel quadro più ampio di atti di discriminazione e aggressioni razziste – aggressioni che, come sapete, nelle ultime settimane colpiscono soprattutto la comunità cinese.

E – come spesso accade di questi tempi – il passo da un’azione violenta ma individuale come lo sputo contro una ragazza cinese sul treno a vere e proprie iniziative istituzionali è fin troppo breve.

Così i presidenti di Veneto, Lombardia, Friuli e Trentino Alto Adige si sono spinti fino a chiedere un periodo di isolamento per i bambini che sono stati recentemente in Cina. E non mi si venga a dire che la cosa riguarda anche quei bimbi italiani che fanno le vacanze in Cina. L’eco delle parole del New York Times a inizio ‘900 non potrebbe suonare più ironica: si vede che i bambini che tornano dalla Cina sono “del tutto inadatti a essere accettati nelle scuole primarie a fianco di ben educati bambini americani”… voglio dire, italiani.

Ora. Chi oggi chiede di chiudere le scuole ai bimbi cinesi lo fa con un’argomentazione apparentemente scientifica e razionale: se questi bimbi sono stati potenzialmente esposti al contagio è giusto tenerli sotto osservazione – anche nell’interesse loro e delle loro famiglie.

Confesso che da ipocondriaco sono quasi tentato di dar ragione a chi la pensa così: quando è in gioco la salute tutte le altre considerazioni – la tolleranza, la solidarietà persino l’umanità – vanno a finire nell’halipack colle garze e le siringhe usate.

Ma da persona che vive nel 21esimo secolo mi rendo anche conto del fatto che la paura della malattia offre un comodo lasciapassare ad altri – più primordiali – istinti. E permette di giustificare politiche apertamente discriminatorie.

Dall’inizio del ‘900 i controlli sanitari sulla famigerata isola di Ellis Island a New York – dove venivano passati in rassegna gli immigrati provenienti dal vecchio continente – diventarono via via più stretti. Nel 1898 solo il due per cento dei nuovi arrivati era stato respinto per motivi sanitari. Nel 1915 si era arrivati quasi al 70 per cento. E non perché gli immigrati fossero più malati o cagionevoli.

Il motivo era che i cosiddetti “nativisti” – cioè quelli che dicono di difendere gli interessi della popolazione nativa contro gli immigrati – erano diventati sempre più influenti nella politica americana.

Il panico anti-italiano scatenato dall’epidemia di polio del 1916 diede loro un’ottima ragione per chiedere di intensificare ancora di più i controlli. Pochi anni dopo il famigerato “National Origins Act” avrebbe ufficializzato la lista degli immigrati non graditi, tra cui polacchi, greci, ebrei – e naturalmente italiani.

In sintesi: la profilassi contro il contagio è giusta e sacrosanta. E viene gia effettuata con grande meticolosità. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità l’Italia ha attualmente uno dei sistemi di controllo più ampi e articolati per riconoscere e trattare i casi di infezione da corona-virus. Chi è entrato in contatto con persone infette è gia sottoposto a un monitoraggio intensivo. Persone provenienti dalla Cina che mostrano sintomi delle alte vie respiratorie vengono messe sotto stretta osservazione. Del resto… questo è quello che succede in un paese tecnologicamente avanzato e democratico nel XXI secolo.

Chi picchia un ragazzo filippino sull’autobus credendolo cinese, o chi dall’autobus fa scendere una studentessa colla mascherina, chi esclude studenti cinesi dalle proprie aule, chi annuncia “attenzione è entrato un cinese” al supermercato non sta facendo profilassi. Sta solo dimostrando un profondo livello di ignoranza e disumanità. E per questa gente la profilassi non serve. Anche perché a quanto pare queste persone sono già state infettate – e da un virus molto più insidioso e sfuggente del corona virus: il virus del razzismo.

… È quello che avrei detto in chiusura di puntata – magari in un bel crescendo musicale.

Ma questo è solo un aspetto della nostra storia.

Mentre raccoglievo dati per la puntata di oggi infatti ho cominciato a notare una cosa.

C’è una differenza qualitativa profonda tra gli atti di razzismo che nelle ultime settimane hanno colpito la comunità cinese in Italia e atti analoghi rivolti contro la comunità africana ai tempi dell’allarme ebola.

Per prima cosa se ne parla molto di più. Quasi tutti i giornali hanno documentato vari episodi di discriminazione contro persone di origine cinese o presunte tali – anche in assenza di denuncia.

Per scrupolo sono tornato a guardare chi si era occupato della questione ebola nel 2014. Fatta eccezione per il caso di Fatumata Hawa Sompare ripreso da Michele Santoro le numerose aggressioni razziste contro africani sono state documentate solo da testate vicine al mondo del volontariato e da piccoli quotidiani locali.

I motivi possono essere molteplici – ma ce ne sono due che secondo me hanno particolare rilevanza. Primo – ed è una buona notizia – il tema razzismo è maggiormente presente nel dibattito pubblico di quanto non lo fosse nel 2014. E di questo dobbiamo naturalmente ringraziare anche i governatori leghisti e il capo del loro partito.

Secondo: non ho dati a riguardo, ma mi pare che le aggressioni razziste contro cittadini di origine cinese vengano denunciate più spesso – per esempio attraverso i social media – dalle stesse vittime o dalle associazioni di immigrati rispetto a quanto avvenuto in passato per immigrati provenienti dall’Africa.

Questo fenomeno è coerente con quella che il mio amico sociologo Aladdin El-Mafalaani chiama la “soglia di coscienza della discriminazione”.

In breve: sondaggi condotti in vari paesi hanno dimostrato che immigrati e minoranze possono essere soggetti a fortissime discriminazioni – ma nonostante questo il numero di denunce per razzismo e discriminazioni può essere lo stesso molto molto basso.

Il motivo è semplice: più una persona è socialmente debole, meno strumenti ha per esprimere il proprio disagio e meno contatto ha (e vuole avere) colle istituzioni. E’ difficile che un immigrato senza regolare permesso di soggiorno vada alla polizia a denunciare un’aggressione, giusto?

Viceversa: Più gli immigrati si integrano, più si sentono parte della società, più aumenta la loro sensibilità alle discriminazioni e la loro propensione a denunciare.

Immigrati con un buon livello di istruzione, una buona padronanza della lingua e una rete di contatti sociali non incassano e zitti.

E i cinesi in Italia sono notoriamente ben integrati.

Non a caso per far fronte ai vari episodi di razzismo delle ultime settimane la comunità cinese è riuscita a organizzare in pochissimo tempo varie iniziative di solidarietà molto partecipate a cui hanno preso parte anche politici ed esponenti delle istituzioni.

Tutto bene, dunque? Possiamo chiudere?

Non ancora. Perché secondo me questa storia – indipendentemente da come e quando riusciremo a debellare il corona-virus – rivela un’ansia più profonda del contagio – un’inquietudine esistenziale che forse i nostri remoti antenati hanno già assaporato quando sentivano i primi viaggiatori provenienti dal Regno del Gran Khan raccontare storie di eserciti immensi e fantastiche macchine da guerra: la paura di non essere più il centro indiscusso dell’Universo.

Chi è stato in Cina forse sa di che cosa sto parlando.

A me è capitato mentre, una decina di anni fa, stavo attraversando il deserto di Gobi.

Ero a bordo di un piccolo pick-up con altri turisti. Intorno a noi si stendeva un paesaggio lunare – un’arida distesa pietrosa costellata di ruvide torri di pietra erose dal vento. A un certo punto in mezzo a quella desolazione ho visto una strana formazione di roccia che sembrava una gigantesca lasagna. Ho chiesto all’autista che cosa fosse. “E’ la grande muraglia”, mi ha risposto. “La parte più antica, costruita intorno al trecento avanti Cristo”.

In quel momento ho avuto una visione – una visione di uomini magri e scuri intenti a impastare calcina, trasportare mattoni, erigere impalcature sotto un sole implacabile. Li ho visti arrancare in lunghe file sotto un cielo incandescente, spingersi metro dopo metro sempre più a fondo in quello spazio così vuoto e sterminato, così ferocemente ostile alla vita umana. Il tutto per erigere quella mastodontica lasagna – e non per difesa, ma per far capire a chi stava dall’altra parte di che cosa era capace il leggendario Regno di Mezzo.

E tutto questo quando Roma non era ancora neanche un villaggio di capanne.

Ecco. A questo pensiero mi ha preso un senso di vertigine – insieme all’improvvisa certezza di non contare assolutamente un cazzo.

Quando ero bambino dei cinesi sapevo solo che mangiavano riso colle bacchette e avevano larghi cappelli a cono. Sì, nelle grandi città c’erano un paio di ristoranti cinesi ma per me, come per molti altri italiani, la Cina all’epoca era più o meno ancora quella di Marco Polo.

Questa immagine è cambiata radicalmente nel giro di pochissimi anni.

Innanzitutto perché è cambiata la Cina: Quando il presidente cinese Deng Xiao Ping decise di aprire la Repubblica Popolare al mondo e al mercato globale all’inizio degli anni ’80 il prodotto interno lordo si aggirava sui 200 miliardi di dollari l’anno. Oggi tocca i 14 mila miliardi. Dalla riforma delle imprese pubbliche negli anni ‘90 sono emersi imperi tecnologici mondiali come Huawei e Lenovo e giganti dell’e-marketing come Ali-Baba – senza contare colossi finanziari come la Bank of China che controllano investimenti in ogni angolo del Pianeta nell’ordine di 2 trilioni di dollari.

E poi la Cina adesso è davvero vicina. O almeno i cinesi lo sono. A metà anni ‘80 in Italia c’erano tra mille e duemila cinesi. Dieci anni dopo erano diventati 35.000. Oggi sono quasi dieci volte tanti: 310.000 persone – la quarta più grande comunità di stranieri in Italia.

E se in passato i cinesi erano quelli degli involtini primavera e dei wan-ton fritti, oggi sono commercianti, proprietari di aziende di import-export, imprenditori del tessile e, recentemente, anche carabinieri.

E che cosa sappiamo della comunità cinese. In primis: sono grandi lavoratoeri. Non sorprenderò nessuno dicendo che la comunità cinese è la seconda in Italia per tasso di occupazione dopo quella filippina: quasi tre quarti dei cinesi in età da lavoro hanno un impiego – un dato importante in un contesto occupazionale non dei migliori.

I cinesi residenti in Italia hanno anche un forte spirito imprenditoriale. Lo dicono persino i loro conterranei: La maggior parte di loro viene infatti dalla regione di Zehjiang, a Sud di Shanghai – una regione famosa anche in Cina per l’intraprendenza e lo zelo degli abitanti.

Dal loro lavoro traiamo anche noi grandi profitti: i cinesi in Italia contribuiscono infatti al nostro prodotto interno lordo con sei miliardi di euro e con 250 milioni di tasse l’anno. Altro fatto saliente: a differenza di altre comunità negli ultimi anni i cinesi mandano sempre meno soldi a casa, segno che i soldi che guadagnano li riinvestono da noi – e così rafforzano la nostra economia.

Sì, lo so cosa state per dire. No. Non mi sono dimenticato le altre cose

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Questo succedeva circa un anno fa a Prato. Pochi mesi dopo: in un altro blitz in un’azienda della capitale toscana del tessile – e patria di una delle più vaste comunità cinesi d’Europa –  vengono trovati altri otto immigrati irregolari chiusi in un capannone. Dicembre – provincia di Torino: i carabinieri arrestano due imprenditori cinesi (fratello e sorella) che facevano lavorare 30 persone con turni di 15 ore – pagati cinque euro al giorno. Gennaio 2020: due arresti in provincia di Mantova per sfruttamento della manodopera – piccola azienda tessile: 4 dipendenti, 3 irregolari. E questo solo in un anno.

Quando legge queste notizie, uno può avvertire una certa diffidenza nei confronti di questo modello produttivo. Poi, per tirarsi su di morale, uno può sempre andare a fare shopping in un discount dove invece si vendono vestiti cuciti in Bangladesh da bambini pagati neanche un euro al giorno.

Però è difficile liberarsi del tutto di questa diffidenza.

Anni fa ho abitato per un po’ nel quartiere Esquilino di Roma. Camminando per strada spesso mi sorprendevo a guardare dentro uno degli innumerevoli negozi cinesi che occupano i fondi dei palazzi ottocenteschi intorno a Piazza Vittorio. Tutti uguali. Stessi pannelli di legno bianco e grigio. Stessi espositori. Stesse pile di cartoni accumulate davanti alla porta. E quasi sempre vuoti – tranne per una Signora di mezza età china sul cellulare.

C’era qualcosa di arcano e indecifrabile in quello strano modello aziendale – come se quei negozi non fossero che una facciata dietro cui si celava un’oscura rete clandestina per il traffico di… boh… organi? Fiori di loto? Oppio?

Solo molto più tardi qualcuno mi ha spiegato la banale – e prosaica – realtà dietro quei negozi (uguali a quelli che si trovano a Firenze, Milano e in altre citta). Sono magazzini per la vendita all’ingrosso. Magazzini a cui attingono anche molti negozianti italiani.

Insomma: i misteriosi negozietti sono parte della stessa catena commerciale di cui fanno parte i rassicuranti discounter di abbigliamento italiani.

Un po’ come i capannoni cogli schiavi che lavorano 15 ore per 5 euro al giorno sono parte dell’indotto del buono e rispettabile pronto-moda “made in Italy”.

Pero all’epoca, girando per Roma, se vedevo una la luce filtrare dalle serrande dei negozi cinesi in piena notte, o se scoprivo che il vecchio panettiere era sparito e al suo posto c’era un nuovo negozio coi pannelli bianchi e grigi… non potevo fare a meno di pensare a una specie di inarrestabile, strisciante contagio.

Pare che in quegli anni – tra il 2012 e il 2013 – a Roma aprisse un negozio cinese al giorno

E non è un caso che questo fenomeno sia emerso proprio in quel periodo. Sono gli anni della crisi. Gli anni in cui imprenditori italiani erano costretti a cedere le proprie attività sotto la scure dei debiti.

Sono anche gli anni in cui gruppi finanziari cinesi cominciano ad investire in maniera massiccia in Italia – soprattutto nelle piccole e medie imprese. Attualmente gruppi cinesi hanno partecipazioni in più di 600 aziende italiane.

E sono gli anni in cui improvvisamente migliaia di esercizi commerciali passano di mano, in cui cominciano a spuntare come funghi i negozietti di chincaglierie a un euro e – dall’oggi al domani – dietro il bancone del tuo bar di fiducia non c’è più il vecchio barista cirrotico colle sue foto autografate di calciatori ma un cinese svelto e taciturno che non sa nemmeno chi sia Chinaglia.

E’ inquietante no? Proprio mentre l’Italia era indebolita, stressata, affaticata da un periodo di crisi, i cinesi sono arrivati e hanno iniziato a prendere controllo di un numero sempre più vasto di cellule… cioè di comunità, diffondendosi nel nostro organismo… voglio dire… società, in attesa di riversarsi attraverso i nostri orifizi pardon… trafori alpini verso altri organismi – cioè… paesi – del Nord Europa.

Dite che sto forzando la metafora?

Beh sì. Anche perché la realtà – come sempre – è un po’ piu complessa del mio filmaccio da ipocondriaco razzista.

Da un lato è vero che la debolezza strutturale dell’economia italiana negli ultimi anni ha consentito a molte aziende e imprenditori cinesi di acquistare attività e immobili – spesso a prezzi ridicoli. Ed è vero che spesso italiani sono stati costretti a vendere il proprio patrimonio e le proprie attività perché costretti dalla disoccupazione o dai debiti. Ed è vero che i cinesi sono spesso gli unici acquirenti disponibili – questo perché, come dicono alcuni membri della comunità, dispongono di un sistema di micro-credito interno alla comunità che permette di effettuare investimenti anche (e soprattutto) quando le banche chiudono i rubinetti.

Per capire le dimensioni di questo fenomeno basta andare su una delle decine di pagine web chiamate vendereaicinesi.it, comevendereaicinesi.it, venderefacileaicinesi.it. Lì si trovano centinaia di inserzioni in ogni regione d’Italia – in italiano e cinese: case, negozi, bar, ristoranti, ma anche automobili.

Dall’altro lato bisogna ammettere che senza capitali cinesi molte aziende italiane avrebbero chiuso i battenti tempo fa. E grazie a loro sono nate anche nuove aziende. Per dire: circa la metà delle più di 600 aziende a partecipazione cinese in Italia sono state fondate grazie ai soldi provenienti dal Celeste Impero – un’impresa non da poco in tempi di recessione. Ed è molto probabile che il barista cirrotico abbia venduto a cinesi perché alla sua età il bar era diventato un peso – e di persone disposte a lavorare senza orari da prima dell’alba a tarda sera non se ne trovano tante. Tranne i cinesi, s’intende.

https://www.comunicaffe.it/bar-cinesi-italia/

Devo tornare colla mente a quella visione avuta tanti anni fa sotto il sole del deserto di Gobi. L’immagine di migliaia di persone che lavorano in un ambiente ostile. Testa bassa. Mattone dopo mattone. Per realizzare un’opera di cui probabilmente non intuivano se non in parte il significato.

E penso ai capannoni in cui operai dormono su brandine accanto alle macchine da cucire. Ai baristi che si alzano alle 4 per scaldare la macchina da caffé. E mi chiedo se loro abbiano un’idea più precisa dell’opera che stanno realizzando. Testa bassa. Euro dopo euro.

E poi penso agli italiani come me, alla mia generazione – una generazione di laureati al decimo anno fuori corso, una generazione di aperitivi in piazza e cena a casa dei miei, una generazione di – ahimé – non scappati ancora di casa nemmeno a 40 anni.

Ma non è solo il mio latente imbarazzo di fronte a questo indefesso e alieno spirito imprenditoriale, o la mia ammirazione per lo zelo fervente unito alla rigorosa disciplina del Confucianesimo che mi provoca una certa inquietudine.

È anche che mi rendo conto che per molti cinesi, soprattutto giovani, la possibilità di farcela in Italia significa non dover tornare sotto il tallone di uno Stato che, sì, da trent’anni a questa parte incoraggia la libera iniziativa – ma solo quando questa è utile ai suoi obiettivi.

Mentre parliamo le carceri cinesi sono ancora piene di detenuti politici – le cifre variano da mille a diecimila. E più di un milione di persone – soprattutto membri della minoranza uiugura di religione musulmana – sonorinchiusie in campi di rieducazione in cui torture fisiche e psicologiche sono all’ordine del giorno.

Forse è questa l’origine della mia paura. Non tanto che il cinese che mi siede accanto in autobus mi tossisca addosso.

No.

La mia paura è che questo Moloch politico-economico colla sua efficace combinazione di aggressivo capitalismo economico e ferrea repressione politica allunghi la sua ombra sui resti fumanti della nostra democrazia liberale e – poco a poco – ci assorba al proprio interno.

E allora noi pigri, incorreggibili, irrieducabili, liberaldemocratici, anarchici e dissidenti fuori corso saremo ridotti al ruolo di corpo estraneo, di tossine nocive all’organismo socio-economico che prospera grazie al lavoro e all’obbedienza.

Insomma. Ho paura di svegliarmi un giorno e rendermi conto che io sono il virus.

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Noi mostri parte seconda, i testi della 12esima puntata

Fa bene ogni tanto mettersi a scrivere in una bella mattina come questa. Una mattina d’inverno in cui il sole che filtra tra la nebbia sembra regalarci una promessa di primavera. Una mattina d’inverno in cui la gente si scambia messaggi di incoraggiamento e persino mia mamma supera la sua tecnofobia e per la prima volta nella sua vita manda un messaggio su WhatsApp: meno male c’è speranza.

In una mattina così vorrei quasi dire: missione compiuta, dai. 

I lupi sono tornati nei loro anfratti. La bestia crolla sotto il peso delle sue ambizioni. Le favole di alieni e uomini neri tornano a essere quello che sono sempre state – storie. E la marea, la grande nuvola nera, si ritira all’orizzonte.

Ma sapete… io sono un pessimista di natura. E non sono convinto che l’inverno sia davvero finito. Oh. È gennaio.

E credo credo che sarebbe un grave errore tornare all’amministrazione ordinaria come se quello che è successo negli ultimi tre-quattro anni fosse stato solo un brutto sogno – e i mostri del sogno fossero tornati nell’armadio e sotto il letto.

E’ vero che, come ci dice anche il rapporto annuale dell’ “Associazione Carta di Roma” media e opinione pubblica negli ultimi mesi sembrano essersi fatti una tisana di melissa e verbena collettiva. 

Il risultato è che oggi “solo” un terzo degli italiani considerano per esempio gli immigrati una minaccia per la sicurezza – fino al 2017 erano quasi la metà. Questo vuol dire che se prima ogni volta che entrava uno straniero al bar la metá degli avventori lo guardava male, adesso lo fa solo uno su tre. Son progressi, dai. 

Ma non è solo il pensionato al bar che guarda storto l’operaio del Ghana e dice: “Tienlo d’occhio quello lì” al barista cinese.

Siamo anche noi. Fino a ieri infatti non facevamo altro che parlare di paese in bilico, di stabilità a rischio, di umanità in pericolo, di ansie e paure. 

Ed è proprio quest’ ansia, questo senso di disastro permanente la cosa che paradossalmente – travalicando tutti gli schieramenti politici – più di ogni altra sembra accomunarci un po’ tutti.

E da dove viene quest’ ansia?

Il grande sociologo di origine polacca Zygmunt Baumann si è posto questa domanda nell’ultimo libro che ha scritto prima di morire – e che significativamente si chiama “Stranieri alle porte”.

E Baumann ci dice che le nostre paure hanno a che fare colla dissoluzione dei legami che storicamente hanno tenuto insieme la società fino ad oggi: la famiglia, il villaggio, la comunità. 

Privati di un sistema di coordinate che ci dice chiaramente qual è il nostro posto nel mondo ci sentiamo spersi e soli – come un viandante nella nebbia.

E attenzione: ci si può sentir soli anche se si ha un partner e amici e parenti. Ci si può sentire soli anche in gruppo – provate a chiedere a un’insegnante, a un’assistente sociale – ma anche a un lavoratore precario, a partita IVA, a un imprenditore in crisi.

Il problema – ci dice Baumann – è che nel nostro isolamento perdiamo la capacità di comunicare. E quando comunichiamo lo facciamo per lo più all’interno di una cerchia ristretta di persone che condividono i nostri valori, opinioni – e anche paure. E così sprofondiamo sempre più in un silenzio ansioso. 

“Per superare questo senso di estraniazione”, dice il sociologo, “bisogna superare quel silenzio nato dall’alienazione, dalla distanza, dal disinteresse e dall’indifferenza”. E recuperare il filo del dialogo. Parlarsi. Anche – e soprattutto – delle cose che ci dividono. 

Per esempio…

AUDIO Mix

Questa è la seconda parte di una mini-serie realizzata in collaborazione con ARCI, Contatto Radio Popolare Network e alcuni formidabili collaboratori di due progetti SPRAR in Lunigiana e a Viareggio. Se non avete ascoltato ancora la prima parte, vi consiglio di farlo ora.

Fatto? Bene.

Ho bisogno di tutta la vostra attenzione perché oggi voglio provare a fare una cosa un po’ diversa dal solito. 

Voglio provare a immaginare un modo nuovo per parlarci. Una specie di manuale di conversazione in dieci lezioni. E se avete la pazienza di arrivare fino in fondo c’è anche una piccola sorpresa. 

A quanto pare infatti gli strumenti per comunicare in modo diverso – anche su questioni molto controverse – ce li abbiamo già sotto il naso.

E credetemi. Ci serviranno. Forse prima di quanto crediamo.

***

Anzitutto una domanda: chi ha qualcosa da dire sull’immigrazione? Conosco diverse persone che lavorano nell’ambito dell’accoglienza per richiedenti asilo. Ogni giorno si occupano di allestire posti letto, comunicare con prefetture e commissioni territoriali, organizzare corsi di lingua e tirocini.

Io qui chiacchiero. Ma loro fanno. E credo che non ci sia nessuno più qualificato in Italia per parlare degli aspetti problematici dell’immigrazione. Eppure, mi dicono, per loro è quasi impossibile parlare di immigrati – anche tra amici e parenti. Da un lato c’è chi dice “Ma perché non ti occupi dei nostri poveri?” Dall’altro chi gli imputa di fare soldi col business dell’accoglienza. Dopo 10 ore passate a stasare cessi, caricare brandine e litigare col burocrate di turno non è che poi c’hai troppa voglia di argomentare.

Me lo diceva anche Alessia Castiglioni che lavora in un progetto SPRAR a Viareggio. 

Coll’aiuto di Alessia ho portato il nostro banchetto in un caldo sabato d’ottobre sulla passeggiata a mare di Viareggio – un luogo ideale per il nostro esperimento, dal momento che il pubblico della passeggiata rappresenta un perfetto spaccato della società italiana – se gli italiani fossero per l’80% imprenditori di mezza età coi mocassini bianchi, pantaloni azzurri alla marinara, camicia di seta blè e golfino di cachemire color salmone drappeggiato intorno alle spalle.

Che dire? A noi piacciono le sfide.

E in effetti ancor prima di finire di allestire il banchetto uno di questi personaggi passa, vede il nostro bello striscione “Parliamo di immigrazione” e dice con un accento che ricorda il compianto Guido Nicheli: “Macchè parlare, sparare bisogna!” A chi? Chiedo io, curioso. A loro, mi urla il cumenda di ritorno. Ma anch’io sono uno di loro, dico. E allora stai attento.

Devo ringraziare il cumenda perché – ancor prima di cominciare – mi ha già dato la lezione numero uno: non farsi intimidire. 

La retorica populista non è fatta per vincere il dibattito ma per renderlo impossibile, per zittire l’avversario. È la ragione per cui Twitter è diventato il canale di comunicazione preferito dei populisti di destra da Wilders a Trump: ogni messaggio deve essere lapidario e conclusivo. Nulla dunque sovverte il meccanismo meglio di due parole: spiegami meglio.

AUDIO Fabio

Nel momento in cui una persona si ferma e accetta di spiegare hai vinto la tua prima battaglia – quella per l’attenzione. 

Questo è anche il motivo per cui, a differenza dei populisti, noi non saremo mai in grado di raggiungere le persone coi tweet e i post di Facebook. Perché la comunicazione online è una comunicazione in movimento, in cui ogni interazione è concepita come un trampolino che ti proietta verso il click successivo. Clicco dunque sono.

Noi invece dobbiamo costringere le persone a rallentare, a fermarsi. 

E poi? Poi – lezione numero due – ascolta.

In vent’anni che intervisto persone ho imparato una cosa: nel primo minuto e mezzo in cui ci parli le persone – non importa se sono politici, intellettuali, imprenditori o casalinghe – in generale non dicono niente. O meglio. Dicono solo una cosa – sempre la stessa: sono qui. Ascoltami.

E tu ascolta. Annuisci. Non controbattere. Non importa se sei d’accordo o no. In realtà stai già dicendo una cosa importante: io ti ascolto. E ti capisco.

AUDIO

Ora… a molti questo può sembrare un esercizio un po’ozioso. Michela per dire che passeggia lungomare insieme a sua moglie Claudia – colombiana – e ai figli non pensa che serva a granché parlare con chi non vuol capire.

AUDIO Michela

E un po’ sarei tentato di darle ragione. Gli italiani, ci dicono vari studi, sono tra le persone più ignoranti in Europa quando si tratta di immigrazione. 

La maggioranza di noi crede che un terzo delle persone che vivono in Italia siano stranieri – e metà di questi clandestini. In realtà, come gli ascoltatori più attenti gia sapranno, gli stranieri sono meno di uno su dieci – e solo circa un decimo di loro sono clandestini.

Ma vedete, è difficile che il vostro vicino di posto cognato, zio o vicino tiri fuori qualche statistica. Più probabile è che parli di invasione, di immigrati criminali o di come non si possa più uscire la sera.

Detto in altri termini: chi parla di immigrazione spesso non parla nemmeno di immigrazione. Parla di sé, delle proprie personali esperienze  paure ed incertezze. E alle emozioni non si può rispondere coi fatti.

E questa è la lezione numero tre: porta il discorso sul piano personale. Chiedi alla persona di raccontare fatti della sua vita – non quello che ha sentito in televisione. Chiedi se conosce qualche immigrato di persona. Come abbiamo visto l’altra volta le generalizzazioni si fermano dove comincia l’esperienza personale.

Questo vuole anche dire che per capire l’immigrazione bisogna averla vissuta – indirettamente o meglio direttamente, come mi spiega bene la moglie di Michela, Claudia, che trent’anni fa è venuta in Italia dalla Colombia.

AUDIO Claudia

In effetti: chi è più qualificato a parlare di immigrazione se non chi ne ha un’esperienza iretta, sulla propria pelle – un’esperienza fatta di marce nel deserto e notti trascorse nella pancia di una barca alla deriva in mezzo al mare? 

AUDIO Elindo 1

Elindo è un immigrato. Pardon. Un nero che viene dal Benin ed è inserito nel progetto SPRAR qui a Viareggio. Insieme a Moussa che viene dal Senegal e altri ragazzi dello SPRAR, passa a farci un saluto. 

Elindo osserva la sfilata di gessati blu e cardigan beige e polo color pastello con un sorriso un po’ circospetto. Dice che di solito non esce volentieri, perché la gente spesso lo guarda male. E’ capitato pure che qualcuno gli urlasse contro. Ma non tutti gli italiani sono così – puntualizza Elindo. 

Elindo 2

E mentre Elindo parla devo anch’io pensare alla mia personale esperienza di migrante. E in effetti: Chi si è sentito almeno una volta straniero in terra straniera sa come ci si sente a essere solo, isolato, confuso. E può esprimere e raccontare meglio questi sentimenti. 

Per questo… lezione numero quattro: perché il tuo messaggio sia autentico deve essere portato da chi lo ha vissuto. 

Sembra una banalità ma non lo è. Vari studi hanno dimostrato che persone con posizioni fortemente conservatrici su questioni di diritti civili come l’aborto e i matrimoni omosessuali possono cambiare radicalmente idea – e quindi sposare posizioni progressiste. A una condizione: se gli viene data la possibilità di parlare con persone per cui questi diritti sono una questione di vita o di morte. Ragazze madri costrette a abortire. Oppure coppie omosessuali che sognano da anni di sancire ufficialmente il proprio amore.

Se vogliamo cambiare l’opinione di molte persone sulla questione immigrazione basta farli parlare con immigrati – neri o no, non importa. Questo significa – per esempio – offrire piattaforme di dialogo a persone con esperienza di migrazione e incoraggiare forme di auto-organizzazione di gruppi di immigrati. 

E magari cercare dei portavoce nelle varie comunità e formarli professionalmente.

Questo tipo di strategia ha un altro vantaggio: mette insieme immigrati e non-immigrati su un piano di parità. Non è più la paternalistica iniziativa di solidarietà di un gruppo di radical chic annoiati.

Voglio condividere questa mia brillante idea da radical chic annoiato con Elindo e Moussa, ma sono già scappati a giocare a calcio con un gruppo di ragazzi viareggini. Oh. Sono avanti.

Mettiamo che abbiate trovato un Elindo capace di parlare con tono coinvolgente e personale delle sue esperienze. 

Epperò può ancora darsi che l’interlocutore sia talmente imbevuto di pregiudizi – detto fuori dai denti: che sia così convintamente razzista – da rendere impossibile qualsiasi forma di dialogo. 

E qui aiuta la lezione numero cinque: attacca le idee, mai la persona. 

Per carità: un razzista è un razzista è un razzista. Ma se dici a uno: sei un razzista quello o si incazza o la considera una medaglia al valore. In un modo o nell’altro hai già perso. 

Questa è la principale differenza tra noi buonisti e le folte schiere dei cattivisti. Loro preferiscono sempre l’attacco personale – sia esso rivolto contro Laura Boldrini, Roberto  Saviano o Liliana Segre – o anche contro un presunto buonista barra immigrazionista.

E qui ho già violato la lezione numero sei: non usare il loro lessico. 

Capisco che molti lo facciano in funzione critica o ironica. Però occhio. Come dice Nanni Moretti: chi parla male, pensa male e vive male.

Vabbè dai – dicono i baluardi dell’integrità linguistica, gli indomiti spiriti liberi, nemici dell’ipocrisia e del politicamente corretto – non è che se invece di dire 100 clandestini dico 100 migranti sono affogati ho salvato la vita a qualcuno.

Giusto. Però bisogna capire una cosa: il nostro modo di parlare plasma la realtà.

Clandestino per dire viene dal latino clam – di nascosto. Clandestino è dunque uno che si nasconde – come i clandestini delle navi. Ogni volta che usiamo questa parola per indicare chi viene nel nostro paese irregolarmente imputiamo a questa persona di avere qualcosa da nascondere – e questo sebbene di regola abbia chiesto protezione volontariamente e alla luce del sole.

Questo non vuol dire assumere un tono accademico. È giusto e sensato cercare di capire con chi si ha a che fare e cercare di adattare il discorso alla bisogna. 

Quindi, lezione numero sette: prima di parlare cerca di capire chi hai davanti. Se per dire un corpulento signore parte così, lancia in resta:

AUDIO Marcoaurelio

Potresti essere tentato di darti alla fuga.

Anche lì però… si tratta di capire da dove viene questa rabbia. Il Signor Marcoaurelio non mi sembra un tipo pericoloso. È arrabbiato, senz’altro. E mentre lo osservo lì seduto sulla sua sedia pieghevole accanto alla moglie – bloccata su una sedia a rotelle – è come se seguissi per un momento il filo di quell’emozione tra sportelli del ticket, sale d’aspetto e camerate d’ospedale – fino all’origine di quella rabbia sorda.

Marcoaurelio ce l’ha specialmente col PD. Ma non mi sento di dire che sia un convinto elettore di destra che odia gli immigrati. 

E in effetti più parliamo più Marcaurelio si scioglie. E mi dice che il suo problema più grosso cogli immigrati è che non ce la fa a vederli trattati come bestie.

AUDIO Marcoaurelio

Stando a uno studio dell’ ONG “More in Common” che ho già citato in una precedente puntata Marcoaurelio è un ansioso umanitario, cioè una persona molto preoccupata che però è animata anche da sentimenti di profonda compassione. Se quindi si parla al suo senso di umanità, ecco che alla rabbia subentra la solidarietà. Secondo “More in Common” gli ansiosi umanitari costituiscono un quarto degli elettori italiani.

Cioè Fabio, fammi capire, mi stai dicendo  che bisogna fare tipo un’analisi di mercato degli elettori?

No. Sto dicendo che – lezione numero 8 – bisogna essere prag-ma-ti-ci.

La destra populista dice di essere portavoce del popolo unito e sovrano – ma, come abbiamo visto nella puntata sulla Bestia, si affida contemporaneamente a strategie di micro-targeting che fanno leva su inclinazioni molto personali.

Questo perché le persone come Marcoaurelio non sottoscrivono a un progetto collettivo, ma a una soddisfazione del proprio bisogno di sicurezza e di conforto.

Se vuoi fare breccia in questa strategia devi capire che cosa vuole veramente Marcoaurelio. Lui per esempio vuole che gli immigrati non vengano trattati come bestie.

Lorenzo invece, che è un un imprenditore lombardo che lavora nel settore rifiuti industriali  non gliene frega come vengono trattati. Ma gli interessa lo stesso che ci siano e che lavorino – s’intende per lui. 

AUDIO Lorenzo

Lorenzo è quello che “More in Common” chiama un rigorista economico. Per lui gli immigrati sono una risorsa importante – a patto che non facciano storie e che magari non diventino troppo come gli italiani.

Capito il punto? Marcoaurelio e Lorenzo sono due persone profondamente differenti: uno si preoccupa di come stanno gli immigrati nei centri d’accoglienza, l’altro di quanto e come possono essere di utilità alla sua azienda.

Eppure Lorenzo e Marcaurelio sono anche molto simili: entrambi sono scontenti, sfiduciati, disamorati delle istituzioni. Ed entrambi votano Lega.

E perché?

Perche il partito di Salvini ha captato la loro profonda insoddisfazione e il loro risentimento – li ha seguiti nei loro pensieri fino a quella sala d’aspetto in ospedale, fino all’ufficio dove cercano disperatamente di far quadrare i turni in azienda, gli ha messo una mano sulla spalla e ha detto: io ti capisco. Lezione numero due, ricordate?

E la cosa affascinante è che sia l’uno che l’altro sanno che è una baggianata. Marcaurelio sa per dire che la Lega non tratterà più umanamente gli immigrati e Lorenzo sa benissimo che il blocco totale dell’immigrazione significherebbe la fine della sua azienda.

Eppure contro ogni razionalità e ogni logica, votano Lega.

E allora come si fa scusa? Se non possiamo batterli batterli coi fatti, non possiamo batterli coi meme e non possiamo nemmeno batterli colla logica, che cosa ci resta?

Ci resta – come direbbe Zygmunt Baumann – l’unica cosa che sappiamo fare meglio di loro: dialogare.

Loro sanno parlare colla gente, sì. Ma non sanno dialogare. Loro rassicurano e minacciano, promettono e intimidiscono. Ma di rado li senti veramente dialogare, cioè scambiare informazioni e idee.

Ho capito. Hai scoperto l’acqua calda. È da mo’ che diciamo andiamo a parlare colla gente, lo scambio, il dialogo.

Ma allora mi chiedo com’è che finora a uno come Giancarlo – un uomo sui 50 che prima votava a sinistra e che per sua stessa ammissione legge i giornali – nessuno ha mai spiegato come funzionano i dati sull’immigrazione in Italia.

AUDIO Giancarlo

Vedete? A volte se uno ci prova si riesce a dialogare. Oh. Non è che non sappiamo farlo. E a volte ci proviamo anche. Tipo… davanti a noi sulla passeggiata di Viareggio c’è un gazebo del PD che invita al dialogo coi cittadini. Bravi. Dico.

Solo che poi mi accorgo che quasi tutti quelli che si fermano sono amici dei membri della sezione – accorsi numerosi, forse un po’ anche per la bella giornata di sole. Marcaurelio, seduto colla moglie dirimpetto al gazebo li guarda un po’ in cagnesco.

A un certo punto una signora con un bel sorriso raggiante si stacca dal gruppo e viene verso di noi. È Gisa Mazza, Presidentessa del comitato provinciale del Partito Democratico della Versilia.

E Gisa, mi dice, si è spesa molto per promuovere una vera politica dell’accoglienza all’interno del partito. Non senza difficoltà, mi dice. Perché per molti la questione fondamentale resta quella della sicurezza.

AUDIO Gisa Mazza

E Gisa dice giustamente: dovremmo farlo anche noi, di parlare attivamente di queste cose. Amen, dico io. Ma quando?

AUDIO Gisa

Eh ho capito… la politica ha i tempi lunghi.

Ma se vi dicessi che la chiave per cambiare radicalmente il nostro modo di comunicare tra noi – indipendentemente dalle nostre convinzioni personali, dai nostri orientamenti politici, umani religiosi – se vi dicessi che questa chiave è già nelle nostre mani – e pure da un po’.

AUDIO James Fishkin

Questo è un politologo ed esperto di comunicazione dell’Università di Stanford in California che si chiama James Fishkin.

Una trentina di anni fa Fishkin ha elaborato un metodo che ha chiamato “Democrazia deliberativa” e che funziona così: Si prende un campione molto eterogeneo di persone – tra trecento e cinquecento – di diverso genere, orientamento sessuale, religione, origine, estrazione sociale, eccetera e le si mette in una grande stanza. Qui alcuni esperti offrono in maniera comprensibile dati e analisi su alcune questioni controverse – dalla corruzione, alle opere pubbliche, agli investimenti – e poi le persone sono invitate a dialogare tra di loro.

E che cosa succede? Invece di litigare, le persone scoprono di avere posizioni molto simili – e convergono su soluzioni accettabili per tutti.

Lo so: è il sogno erotico di ogni riformista. Ma il punto è che – come Fishkin ha illustrato nel suo libro “La democrazia quando la gente pensa” – il sistema funziona. E ha funzionato in un più di 70 casi in paesi diversissimi come la Mongolia, l’Argentina, il Ghana, il Canada. Persino in Irlanda del Nord, dove Fishkin è riuscito a far dialogare tra loro protestanti e cattolici.

E anche in Italia. In uno dei suoi esperimenti a Torino, Fishkin ha messo insieme un gruppo di 300 persone e ha posto due quesiti: uno sull’alta velocità Torino-Lione e uno sull’opportunità di concedere il voto agli immigrati.

Si saranno scannati – direte voi. E invece confrontando l’opinione delle persone prima e dopo l’esperimento si assiste a quella che chiamerei una rivoluzione copernicana: non solo aumentano quelli che dicono che il voto agli immigrati – con chiare limitazioni – è un progresso. Cala anche drasticamente il numero di coloro che dicono che un maggior numero di immigrati significa avere più criminalità. E aumenta la fiducia generale nella democrazia. I risultati sulla TAV andateveli a vedere da voi perché sono sorprendenti – e forse c’avrebbero risparmiato un sacco di discussioni inutili.

Ah sì perché Fishkin il suo esperimento a Torino l’ha fatto nel 2007. 13 anni fa.

Magari oggi no che c’è il sole. Ma domani dateci un’occhiata.

E magari quando arriva la prossima tempesta saremo più preparati.

Standard
Testi

La casa, Ep. 9 (Testi)

Generalmente quando comincio a lavorare a una puntata del podcast ho in mente un’idea, un concetto, una roba astratta che se la tiri fuori mentre parli con qualcuno puoi sperare al limite in un “Beh sì no… son problemi grossi”. Ma questo è il bello del podcast. Che non devo starmi a preoccupare se vi annoiate. E voi non dovete imbastire scuse per andarvene.

Parlare del fatto del giorno, dei titoli di giornale non mi interessa tanto.

Però stavolta voglio fare un’eccezione. Perché questa roba qui è sì una cosa così, passeggera, un dibattito buono per una chiacchierata tra amici ma secondo me è anche una summa di tutto quello che non va nei dibattiti sul mio tema preferito: l’immigrazione. 

Sto parlando di questa roba qui

AUDIO Zingaretti

Questo è il segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti che durante una manifestazione di partito a Bologna nel novembre del 2019 dice che si impegnerà per far approvare lo ius soli e lo ius culturae – inutile latinorum per dire una roba semplice: chi è nato in Italia e qui vive, cresce e va scuola deve poter essere considerato italiano.

Ora. Non è che Zingaretti è salito sul palco e ha fatto una tirata di un’ora sullo ius soli e lo ius culturae. No. Ha parlato di tante cose – di investimenti, di lavoro e di parità salariale.

Ma di tutto questo i miei colleghi giornalisti (tanti eh, non solo i sovranisti) hanno estrapolato solo questo passaggio. E l’hanno messo online. E poi sono andati in giro a chiedere ad altri politici: “Zingaretti vuole lo ius culturae. Che cosa ne pensate?” 

Tutti han detto la loro – come da copione.

AUDIO 

Di Maio (0:50)

Boschi (1:48)

Centinaio (0:42)

A parte quelli che dicono che ci sono 800 mila “falsi italiani” in arrivo le posizioni sembrano essere due: ci sono altre priorità e “Beh, se quello ha detto che ci sono altre priorità…”

Ora… sarebbe facile dire: ma perché Zingaretti non se ne è stato zitto? Lo sa che se parli di immigrazione da sinistra perdi voti, no? 

E invece per una volta il segretario sembra aver espresso un’idea che va per la maggiore. I sondaggi ci dicono infatti che più della metà degli italiani è favorevole allo ius culturae. Gli stessi sondaggi dicono però anche che la maggior parte degli italiani non considera la questione della cittadinanza prioritaria. 

E in effetti come dargli torto: loro sono italiani. In base a questa logica non servirebbero neanche leggi sulle barriere architettoniche – la maggior parte degli italiani non è disabile – e nemmeno una legge per la tutela dei minori – la maggioranza degli italiani ha infatti più di 30 anni. Ma sapete: questo è il brutto dei diritti. Molto spesso riguardano gli altri.

E siccome agli italiani della questione pare non fregargliene un granché la riforma della legge sulla cittadinanza è in circolazione da più anni della maggior parte dei suoi potenziali beneficiari.

La prima proposta di riforma della legge sulla cittadinanza del ’92 è stata infatti avanzata in Italia 16 anni fa. Da allora si sono susseguite varie bozze tra cui una legge di iniziativa popolare nel 2007. 

Ci siamo andati vicini nel 2015, quando la Camera ha approvato il testo sul cosiddetto ius soli temperato. In base a questa proposta potevano richiedere la cittadinanza italiana i figli di cittadini extracomunitari di cui almeno uno avesse vissuto in Europa per almeno cinque anni e avesse un reddito sufficiente a ottenere un permesso di lungo periodo. Anche in questa proposta era contenuto lo ius culturae, cioè la cittadinanza per chi ha compiuto un ciclo di studi in Italia. 

Io però non sono qui per parlare di proposte di legge. Non sono un giurista e se volete conoscere i dettagli del testo potete leggervi alcune analisi e commenti presenti in rete – trovate i link nel nostro blog. 

Io sono più interessato a capire perché questo dibattito sembri avvitarsi su se stesso da almeno un decennio. 

Allora. Partiamo dai fondamentali.

Centinaio della Lega dice che lo ius soli e lo ius culturae creano dei falsi italiani. E allora mi viene da chiedere: chi sono i veri italiani? 

A parte, s’intende, quelli colla chitarra in mano cantati da Toto Cutugno.

La risposta ufficiale è: chi è nato da genitori italiani. Giusto. E questi genitori italiani sono veri italiani se anche i loro genitori erano italiani. E così via a ritroso. Si chiama ius sanguinis – il diritto del sangue – e detto così sembra una roba antichissima, iscritta profondamente nel nostro DNA collettivo. 

Peccato che poco più di 150 anni fa di veri italiani con sangue italiano non ce ne fosse neanche uno.

E vabbè. Allora erano tipo piemontesi, toscani, siciliani. Poco importa: I veri italiani sono eredi di generazioni e generazioni che hanno abitato la penisola italica per secoli e secoli. Generazioni che hanno formato nel tempo un forte vincolo di appartenenza – suggellato da lingua, usi, costumi e religione comune. Un vincolo che ci rende parte dell’indomita, immarcescibile, irrefutabile, insigne e ignifuga stirpe italica.  

Mh. Peccato che l’idea che la cittadinanza sia legata al sangue, alla stirpe, abbia poco più di due secoli. E la dobbiamo a un giurista francese e a uno strano pastrocchio legislativo. 

Ma prima un po’ di storia. Nell’antichità se uno ti chiedeva di dove sei era probabile che rispondessi col nome della città in cui eri nato. Non a casa parliamo di Aristotele di Stagira, Agostino di Ippona, Tommaso d’Acquino eccetera… 

Cicerone aveva un bel motto: patria est ubicumque bene. La patria è dove stai bene – che è un concetto così banale che potrebbe averlo scritto Jovanotti. Pero alla fine è un concetto con cui possiamo essere d’accordo quasi tutti no? La patria colla p maiuscola è – o meglio dovrebbe essere – il luogo in cui ci sentiamo a casa. La casa di tutti. 

Solo che, come ogni casa, anche la patria ha una porta e dei muri. E uno può essere fuori o dentro. E più la casa è grande, più difficile diventa definire dove comincia e dove finisce.

Il problema si pone per la prima volta colla nascita degli imperi – tipo l’impero persiano, quello alessandrino, quello romano: chi paga le tasse e chi no? E chi difendiamo se – per dire – arriva un esercito nemico? E così l’imperatore romano Caracalla nel terzo secolo dopo Cristo ha detto basta: tutti quelli che sono nati sul suolo dell’Impero Romano sono cittadini romani. Il diritto del suolo. Ius soli. Punto. 

E questa è rimasta la regola di riferimento in Europa per tutto il Medioevo, Rinascimento e un pezzettino di età moderna. Fino a Napoleone. Quando si trattò di varare il Codice Napoleonico all’inizio del ‘800 nacque infatti un aspro dibattito tra vari giuristi sulla domanda: chi è cittadino francese? La risposta dello stesso Napoleone era – per abitudine: chi è nato in Francia.

Eh no, dissero alcuni giuristi. E se uno d’un altro paese fa un figlio in Francia e poi scoppia una guerra con quest paese? 

Non solo: Un tale Siméon fece una furiosa tirata sul fatto che dare la cittadinanza a chi nasceva in Francia equivaleva a “infettare” il paese col germe del vizio. Infettare – come se lo Stato fosse un organismo e queste persone dei batteri.

Detto oggi sembra banale. Ma allora non lo era, perché proprio in quel periodo stanno nascendo nel mondo scientifico due discipline che, intrecciandosi, consolidano la metafora dello Stato-organismo da salvaguardare rispetto alle infezioni esterne: la microbiologia e la teoria delle razze. La prima ipotizza che vi siano piccolissimi organismi in natura – alcuni utili, altri dannosi. L’altra fa piu o meno lo stesso, ma cogli uomini.

E il giurista Siméon, che pochi anni dopo il dibattito in questione si sarebbe opposto con forza alla liberazione degli schiavi in quanto – diceva – creature indegne della libertà, è un promotore di questa idea. 

Com’è come non è… alla fine l’Assmeblea Costituente decise di tenere entrambi i regolamenti. Solo che quando il testo finale della Costituzione fu approvato nel 1803, lo ius soli sparì dalla bozza definitiva. 

Il Code Civil francese divenne negli anni successivi il modello su cui vari paesi europei, tra cui l’Italia, costruirono il loro diritto civile. E così lo ius sanguinis, il diritto del sangue, divenne la nuova regola. 

Ma non dappertutto. In quasi tutto il continente americano vige tutt’ora lo ius soli. In generale senza limitazioni di sorta. Negli Stati Uniti lo ius soli è regolato dal 14esimo emendamento della Costituzione e – nonostante ripetuti tentativi di limitarlo – incarna fino ad oggi un principio fondamentale della Nazione americana – quello enunciato in modo sublime dalla poetessa Emma Lazarus nell’epitaffio della Statua della Libertà: “datemi le vostre genti stanche e i vostri poveri che anelano alla libertà”.

Ora. Uno può dire: nel 1868, quando fu approvato il 14esimo emendamento, era difficile andare in America – bisognava prendere il piroscafo come i nostri bisnonni – e non c’erano le migrazioni di massa come oggi. 

E non c’era neanche quello che oggi chiamiamo il “turismo delle nascite” – cioè donne che vanno in America o in Canada solo per partorire e così avere figli americani. I numeri sono piuttosto incerti ma pare che siano parecchie decine di migliaia di bimbi ogni anno.

Altolà – dice il difensore della patria – allora riconosci che c’è gente che sfrutta lo ius soli per conquistare un paese con un esercito di neonati.

Sì. Ma bisogna anche qui guardare all’immagine nel suo insieme. 

Primo: i turisti delle nascite sono soprattutto persone abbienti che possono permettersi il viaggio e le ingenti spese ospedaliere. Di questi tempi sono soprattutto giovani famiglie cinesi.

Secondo: lo ius soli non è solo un dispositivo di inclusione sociale. È uno strumento di controllo.

Aspetta. Hai detto controllo? Noto che ho la tua attenzione, amico sovranista. Ebbene sì. Secondo alcune stime se gli Stati Uniti dovessero veramente buttare nel cestino lo ius soli – come vorrebbe il tuo amico Donald Trump – il paese si troverebbe con 5 milioni in più di immigrati irregolari – scusa: di clandestini – entro il 2050.

Questa è anche la ragione per cui vari paesi europei tra cui Germania, Grecia e Francia hanno introdotto forme di ius soli temperato negli ultimi decenni. 

Perché in questi paesi ci sono ormai varie generazioni di persone che pur vivendo e lavorando nel paese, pur parlando la lingua come lingua madre e pur avendo frequentato con profitto scuole e università nazionali non possono viaggiare come i loro colleghi, non possono fare determinati lavori come ad esempio il soldato o il poliziotto e non possono votare.

Anche se non ti piacciono gli immigrati, amico sovranista, sarai d’accordo con me che se Ibrahim della sezione progettazione non può venire al meeting con i partner norvegesi perche ha di nuovo problemi col visto è una bella rogna.

E vabbè, mi dirai. Già ora Ibrahim se ci tiene può fare domanda di cittadinanza quando compie 18 anni. Se non lo fa saranno cazzi suoi e della sezione progettazione.

Il fatto è che – come ha scritto bene il collega Braham Maarad dell’Espresso che ne sa qualcosa – fare richiesta di cittadinanza non è esattamente una passeggiata. Per prima cosa devi tornare nel tuo paese d’origine – un paese che molti immigrati di seconda generazione non hanno mai visto. Qui bisogna trovare un pacco di documenti che chiunque sia mai stato in un ufficio pubblico in Albania, Ghana o Pakistan può dirti solo “Auguri” – quando gli archivi non sono stati naturalmente bombardati. Poi bisogna controllare che tu non abbia avuto problemi colla legge. Cosi il joint fumato al parco a sedici anni – parlo per un amico – può diventare un serio problema. E così via.

Per tutti questi motivi è strano che proprio tu, amico sovranista, ti pronunci in maniera così accesa contro lo ius soli. Non vuoi un’immigrazione regolata in modo ferreo? Ecco. Lo ius soli è anche uno strumento di regolazione. 

Senza contare che così come è concepito, lo ius soli – diciamo – all’europea pone delle limitazioni fortissime all’acquisizione della cittadinanza – tipo residenza permanente da parecchi anni e completamento di un ciclo di studi. Quindi, anche volendo, uno per fare il “turista delle nascite” in Italia deve trasferirsi da noi per cinque anni, trovare un lavoro, avere un reddito fisso… Alla fine è meno un turista e più un immigrato regolare.

E poi, caro amico sovranista, tu che parli di 800.000 “falsi” italiani… lo ius culturae servirebbe sì e no a 170.000 ragazze e ragazzi, mentre da quello che abbiamo visto in altri paesi tipo lo Germania, probabilmente meno della metà degli aventi diritto farebbe realmente domanda. Male che vada ti ritrovi con neanche mezzo milione di falsi italiani – a fronte di più di 10 milioni di veri stronzi che votano come te.

Mi stai facendo venire un sospetto, amico sovranista. Che in realtà a te della questione della cittadinanza non te ne frega niente. A te non ti va semplicemente bene che ci siano ragazze e ragazzi che si chiamano Naima, Abdul, Adina, Olga, Carlos, Kim o Moussa che quando te gli dici “Tornatene a casa tua” ti rispondono con un sorrisetto beffardo “Questa è casa mia”.

Tu, amico sovranista, dici volentieri che non sei razzista e non sei nemmeno contro l’immigrazione. Sei contro l’immigrazione illegale. Ma quando gli immigrati sono regolari, bene integrati, hanno un lavoro e contribuiscono al benessere del nostro paese non hai niente in contrario no?

Ecco: sarai contento di sapere che vari studi hanno dimostrato che le persone con un retroterra di migrazione che hanno la cittadinanza del paese in cui vivono si integrano molto meglio. Questo vuol dire che gli stranieri naturalizzati è più probabile che abbiano un lavoro, un reddito più alto e un più alto livello di istruzione – equiparabile a quello di chi ha la cittadinanza iure sanguinis. 

E c’è un altro aspetto interessante: i dati del ministero dell’Istruzione italiano ci dicono che i figli di stranieri che hanno iniziato a andare a scuola dalle elementari in Italia raggiungono risultati scolastici praticamente identici a quelli dei figli di italiani. 

Non solo: i figli di stranieri proseguono sempre più spesso negli studi anche dopo la fine della scuola dell’obbligo. E se anche è vero che una netta maggioranza di figli di stranieri continua a frequentare soprattutto gli istituti tecnici e professionali è anche vero che il numero di liceali senza passaporto italiano è in fortissimo aumento.

Ah già… E per quelli che dicono che gli immigrati non possono diventare italiani perché vengono da culture retrograde in cui le donne – per dire – vengono pesantemente discriminate… Ecco… Tre quarti delle ragazze straniere in Italia proseguono gli studi oltre la scuola dell’obbligo contro solo il 60 per cento dei maschi. Molte di loro vanno anche all’università. Il che vuol dire che la classe dirigente con un retroterra di migrazione di domani è donna.

“L’Italia è la mia casa, cosa altro potrei dire?” dice Diana Bota, una ragazza di origine ucraina intervistata da Repubblica dopo il blocco dell’iter per la legge del 2015. Diana ha fatto il liceo classico e studia lingue all’università. “La doccia fredda arriva quando diventi maggiorenne”, dice, “perché capisci davvero di non appartenere a questo Stato, perché non puoi votare, non puoi partecipare a concorsi pubblici anche se magari avresti un punteggio eccellente”. 

Ecco. L’Italia è la sua casa. Ma a volte deve sembrarle un po’ una casa stregata. 

Naika Foroutan, una sociologa tedesca di origini iraniane che conosco molto bene, ha detto una volta – parafrasando: la gente non se la prende cogli immigrati quando questi arrivano colle pezze al sedere. No gli immigrati diventano un nemico quando cominciano a diventare meglio di noi.

E così, amico sovranista, comincio a credere che il tuo problema non sia di impedire l’invasione dei poppanti o di garantire la purezza culturale della nostra amata patria. No. Il tuo problema è che hai paura di passare di moda. E hai paura che domani la frase “Tornatene a casa tua!” pronunciata contro un medico, un avvocato, un architetto, un poliziotto, venga accolta da grandi risate.

E questa casa stregata che tu, col solerte aiuto di parlamentari di destra e di sinistra, hai costruito per questi bambini e ragazzi somiglia un po’ al castello di quel famoso racconto di Oscar Wilde, “Il Fantasma di Canterville”. In cui una famiglia di immigrati invasori si prende gioco dei goffi tentativi d’un vecchio fantasma d’altri tempi che cerca inutilmente di spaventarli.

Il fantasma stavolta sei tu. Giusto per capirci.

In conclusione: tre idee per uscire da questa inutile e stupida spirale.

Primo: Cambiare nome a sta cosa. Ius soli e ius culturae hanno un sapore orrendamente legalistico, come ha correttamente rilevato anche Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera. Ho un’ idea: chiamiamolo “Diritto alla cittadinanza”. O anche “Diritto a sentirsi a casa”.

Secondo: Le questioni di diritti non conoscono scadenze. Era già tardi ieri. Quindi basta tergiversare.

Terzo: basta parlare. C’è un testo? Si va a votare. Viene respinto? Si presenta un nuovo testo. 

Se qualcuno deve parlare di diritto alla cittadinanza che siano queste ragazze a questi ragazzi – o le iniziative che li rappresentano come l’associazione G2. Sono loro i migliori architetti per quella che sarà la nostra casa del futuro. Repubblica l’ha già fatto con un video meraviglioso in cui parlano 15 bambini – scusa, amico sovranista – 15 falsi italiani. Andatelo a vedere. Spiega davvero ttutto. ah… e poi postatelo sui profili Facebook e Twitter di Gian Marco Centinaio. Hashtag #italianiveri.

VIDEO

Letture utili:

Flavio A. Ceravolo e Stefano Molina, Dieci anni di seconde generazioni in Italia

Roberta Ricucci, Presente e futuro delle seconde generazioni fra integrazione e riconoscimento giuridico

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Testi

L’uomo lupo, i testi della sesta puntata

La fine di luglio del 2011 era stata piovosa a Oslo – una di quelle estati nordiche in cui ogni raggio di sole è un’amara consolazione. Forse per questo qualcuno ha pensato a un tuono quando, verso le tre di pomeriggio del 22 luglio, un boato ha scosso la città.

Invece era un furgone bianco caricato con quasi una tonnellata di fertilizzante esplosivo parcheggiato tra il palazzo del governo e il Ministero del Petrolio e dell’Economia. Otto persone sono morte nell’esplosione.

Polizia, pronto intervento e pompieri sono subito sul posto. I feriti vengono portati in ospedale, l’intero quartiere amministrativo viene fatto evacuare. A quanto pare ci sono altri ordigni sparsi per la città. Nessuno conosce il movente dell’attentato. Si parla di islamisti. La televisione invita tutti a restare in casa.

Circa due ore più tardi un uomo in uniforme si presenta all’imbarcadero di un traghetto a 35 chilometri della città. Al traghettatore dice di essere un poliziotto e di dover andare sulla vicina isola di Utoya per interrogare alcune persone in merito all’attentato. Sull’isola si sta svolgendo l’annuale meeting dei giovani del Partito Laburista Norvegese. L’uomo ha con sé diversi armi automatiche – niente di strano, pensa il traghettatore, visto lo stato di emergenza.

Arrivato sull’isola, l’uomo sale verso il campeggio dove sono radunati i partecipanti al meeting. Non appena vede i primi ragazzi, imbraccia il fucile.

Verso le cinque e mezzo l’uomo chiama la polizia dall’isola. Dice di chiamarsi Anders Behring Breivik e di essere un ufficiale del movimento di resistenza norvegese. “Ho compiuto la mia missione. Venitemi a prendere”, dice.

Intorno a lui ci sono i cadaveri di 77 ragazzi e ragazze.

Fonti: BBC e The Guardian

L’attentato di Oslo è il più sanguinoso attentato terroristico mai avvenuto in Norvegia e uno dei più efferati in Europa.

E perché? Che cosa ha spinto un 32enne taciturno e introverso che abitava ancora coi genitori a compiere una simile carneficina?

I motivi sono tutti contenuti in un Manifesto che Breivik ha pubblicato online poco prima di dare inizio all’attacco e che si chiama: “2083 – una dichiarazione di indipendenza europea”.

Sono più di 1.500 pagine. Una lettura pesante. Ma istruttiva.

La prima metà è una specie di mostruoso pastiche di articoli cuciti insieme da pezzi di blog della nuova destra anti-Islam e anti-immigrazione. Sono tirate furibonde contro l’Islam, l’Unione Europea, gli immigrati, le élite intellettuali, i leader di governo corrotti, le femministe – insomma, il tipico catalogo di nemici della nuova destra. Il filo conduttore è uno: la società e la cultura occidentale sono sotto attacco.

Da parte di chi? Secondo Breivik si tratta di un grande complotto di ispirazione marxista per creare uno Stato Islamico europeo chiamato Eurabia – perché, come e dove si configuri questo intreccio di Capitale e Corano non è dato sapere.

A più riprese Breivik parla però di genocidio dei popoli Europei :

“Ho scritto che quello che sta avvenendo in Europa occidentale è un sanguinoso genocidio. Ed è un genocidio a cui molti nativi europei stanno attivamente partecipando”. Suona familiare?

Nella seconda parte Breivik invece lascia da parte la teoria. In più di 700 pagine spiega con assoluta meticolosità come realizzare un attentato terroristico, partendo dalle fonti di finanziamento, passando per gli armamenti, fino alla scelta degli obiettivi. E dà consigli ad altri cavalieri templari – per usare le sue parole – che volessero seguirlo sul cammino della Guerra Santa.

“Una volta che decidi di colpire è meglio uccidere tante persone che non ucciderne troppo poche o si rischia di ridurre l’impatto ideologico dell’azione. Spiega bene quello che hai fatto (in un annuncio distribuito prima dell’azione) e assicurati che tutti capiscano che noi, i popoli liberi dell’Europa, colpiremo ancora e ancora”.

Più si va avanti nella lettura, più si ha l’impressione di essere lì, nella penombra della sua stanza in casa dei suoi genitori, e di osservarlo mentre, alla luce del monitor, naviga tra un blog della nuova destra, un catalogo di armi automatiche e una community per giochi online. E’ lì che è avvenuta la trasformazione – da nerd appassionato di armi e graffiti a qualcosa di diverso, di feroce e determinato.

In controluce il torrenziale Manifesto è però più di ogni altra cosa la trama di un film – un film che ha lo stesso Breivik come protagonista.

È un filmaccio d’azione che abbiamo tutti già visto: un eroe solitario in possesso di un pericoloso segreto cerca di mettere in guardia il mondo. Una potente organizzazione dal volto bonario – ma in realtà dai perfidi intenti – cerca di metterlo a tacere. Aiutato da pochi, fedeli alleati, l’eroe passa all’azione. Ma l’élite corrotta gli mette i bastoni tra le ruote: l’eroe viene arrestato e processato. Ma prima di essere condannato l’eroe enuncia un monologo che scuote le coscienze del pubblico e innesca la rivoluzione.

E il monologo è già lì pronto, nel Manifesto: “So che la verità che io rappresento è dura da accettare in questi tempi politicamente corretti, ma la maggioranza dei liberi e patriotici europei apprenderà presto che quello che dico è la verità. Noi abbiamo il popolo dalla nostra parte. Abbiamo la verità dalla nostra parte. E abbiamo il tempo dalla nostra parte”.

L’eroe si sacrifica perché il suo messaggio viva e si diffonda.

E’ il delirio di un matto col complesso di Gesù Cristo, si potrebbe dire. Se non fosse per un piccolo particolare: almeno in un punto Anders Behring Breivik aveva ragione.

Breivik ha ragione quando dice che ha il tempo dalla sua parte. Negli ultimi otto anni, infatti, molto di quello che ha scritto nel suo manifesto – le tirate sul genocidio dei bianchi e sull’Eurabia – è passato da essere materia di discussione nei più oscuri e radicali forum dell’estrema destra a essere apertamente discusso nei parlamenti europei.

Fonte: Washington Post

Per le elezioni europee 2019 l’Alternativa per la Germania ha pubblicato manifesti elettorali su cui si vede un dipinto in cui uomini d’aspetto arabo scrutano e palpeggiano una schiava bianca. Lo slogan: perché l’Europa non diventi l’Eurabia.

Fonte: Die Welt

In Austria l’FPÖ, alleato di governo del Partito Popolare, ha costruito gran parte delle proprie campagne elettorali sulla lotta a una presunta islamizzazione dell’Europa.

E un altro politico di spicco della nuova destra populista europea, l’olandese Geert Wilders  scriveva l’anno scorso su Twitter: “La nostra popolazione viene sostituita. I nostri leader lo stanno permettendo. Ci stanno tradendo. Dobbiamo resistere contro l’islamizzazione e contro questi leader traditori. Mai più. Chiudiamo le frontiere. Abbandoniamo l’Unione Europea e recuperiamo la nostra sovranità, de-islamizziamo le nostre nazioni e facciamo il nostro dovere di patrioti!” Anche questo non sfigurerebbe nel Manifesto di Breivik.

Ma non sono solo i partiti della destra radicale. Poco dopo il massacro di Utoya, il Presidente tedesco Christian Wulff aveva detto senza mezzi termini: l’islam è parte della Germania. L’anno scorso il leader dei Cristianosociali tedeschi e Ministro dell’Interno Horst Seehoofer dice invece l’esatto contrario: l’Islam non apparterrà mai alla Germania

Ah… e poi c’è lui:.

Questo è l’attuale ministro degli Interni italiano Matteo Salvini che, insieme agli alleati Marine Le Pen del Front National e Marcus Pretzell dell’AfD annuncia un fronte comune contro il trattato transatlantico TTIP. Parla di “Santa Alleanza dei popoli europei contro un tentativo di genocidio”. Sì vabbeh, verrebbe da dire, il TTIP è un accordo commerciale – giustamente controverso. Ma che c’entra il genocidio? E la Santa Alleanza?

E vabbeh, che male c’è? Sono posizioni legittime, sottoscritte da milioni di persone – ed è giusto che vi siano politici capaci di interpretare e articolare queste ansie in un sistema democratico. Altrimenti – Breivik l’ha dimostrato – c’è il rischio che la rabbia e la frustrazione di tanti cittadini si esprimano in maniera violenta.

C’è rischio che qualcun altro metta mano alla pistola.

Il 3 febbraio 2018 Jennifer, una ragazza nigeriana da poco in Italia, è in compagnia di un’amica davanti alla stazione di Macerata. Lì per lì non si accorge di una grossa auto nera che fa lentamente il giro della rotonda. L’auto si ferma proprio davanti a lei. Dal finestrino esce una mano – armata con una pistola Glock calibro 9. Jennifer è impietrita dal terrore. La pistola è puntata direttamente verso il suo petto. L’amica capisce la situazione e tira Jennifer a terra. Parte un colpo che raggiunge la ragazza alla spalla. L’automobile parte a tutta velocità accompagnata dalle urla della ragazza

Fonte: Il Gazzettino

Poco dopo l’auto nera si ferma davanti al Monumento ai Caduti. Ne esce un uomo di 28 anni, fisico massiccio, testa rasata. Le sirene della polizia si stanno avvicinando. L’uomo sale le scale del monumento e – con compostezza rituale – si toglie la giacca e si avvolge in una bandiera italiana. Quindi, come se stesse posando per un invisibile schiera di fotografi, fa il saluto romano

FONTE: Repubblica

Sei persone sono rimaste ferite nell’attentato – due gravemente. Vengono dal Ghana, dal Mali, dalla Nigeria, dal Gambia.

Sulle motivazioni dell’attacco ci sono da subito pochi dubbi: l’attentatore, Luca Traini, è conosciuto per la sua verve xenofoba, le sue simpatie di estrema destra – e per la sua candidatura alle amministrative tra le file della Lega.

E che cosa dice il segretario del partito di Traini mentre ancora i feriti vengono trattati d’urgenza in ospedale?

VIDEO Repubblica

Il criminale è chi ha permesso l’immigrazione. Non uno che ha sparato 30 colpi addosso a persone inermi.

Beh… ma quindi nel momento in cui il partito di Traini dovesse andare al governo e questo partito mettesse un freno all’immigrazione, ovviamente, questo stato d’emergenza dovrebbe finire. E la violenza scomparire.

VIDEO TG La 7

Questo accadeva nel luglio del 2018, appena un mese dopo l’insediamento del governo di Lega e Cinque Stelle. Ma la cosa è andata avanti. In tutto il 2018 il numero di violenze fisiche a sfondo razzista è triplicato rispetto all’anno prima. Triplicato, da 46 a 126 casi – e questi sono solo i casi denunciati.

Il rapporto 2018 dell’associazione Lunaria che da anni si occupa di razzismo in Italia sembra un bollettino di guerra

FONTE: LUNARIA

C’è il 27enne del Camerun preso a bastonate a Sarno. Ci sono i ragazzi del Mali bersaglio di spari a Napoli. Ci sono i migranti feriti da armi ad aria compressa a Latina a e Forlì. Ci sono gli abitanti dei centri d’accoglienza aggrediti a Sulmona, Atena Lucana e Pescolanciano vicino a Isernia. Ci sono i due ragazzi del Niger e del Senegal assaliti da gruppi di razzisti a Rimini e Partinico. Un altro camerunense colpito da un proiettile ad Aprilia. E la bambina rom di quattro mesi presa a fucilate a Roma. E poi c’è Sacko Sumayla, il sindacalista scomodo assassinato a Rosarno – solo per citarne alcuni.

Fantasie, dicono dal partito di Traini. Non c’è nessun allarme razzismo. E intanto le violenze continuano.

FONTE: Il Messaggero

Sarebbe tuttavia sbagliato guardare all’attuale ondata di odio e intolleranza come a un’onda anomala generata da una particolare congiuntura politica. Essa è in realtà cresciuta per anni – nel disinteresse e spesso colla complicità di chi oggi grida allo scandalo.

Il razzismo in Italia è un problema molto serio. E negli ultimi anni è diventato un’autentica piaga sociale: secondo l’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani dell’OSCE in quattro anni i “crimini d’odio” in Italia sono aumentati di dieci volte: da 71 nel 2012 a più di 800 nel 2016 – e di questi quasi la metà aveva una motivazione razziale.

Vabbeh… Le teste calde ci sono dappertutto. E poi con tutti questi immigrati che sono arrivati negli ultimi anni… Magari in situazioni di degrado sociale – magari nelle periferie dove immigrati e italiani poveri condividono lo stesso disagio – può capitare che a un italiano o due scappi la pazienza. Può capitare che si desti l’indole ferina che dorme negli angoli bui della nostra civilissima società. Com’era quel detto latino? Homo homini lupus – l’uomo all’uomo è un lupo.

Ma non è proprio così. Il razzismo in Italia è una forma mentis diffusa in tutti gli strati della società – e questo già molto prima che aumentassero gli sbarchi: uno studio

FONTE: Infodata Sole 24 Ore

dell’istituto di ricerca americano Pew Center ha recentemente rilevato che gli italiani sono il popolo di gran lunga più intollerante di tutta l’Europa Occidentale. E non è che se la piglino solo coi “neri”. No. In questo gli italiani sono equi: odiano tutti, dagli zingari, ai musulmani, agli ebrei.

Perché? A voler dare ragione ai razzisti si potrebbe dire che gli italiani in quanto popolo sono predisposti all’intolleranza e alla violenza.

Questo è un servizio sugli italiani in Germania negli anni ‘60, quando gli invasori – spesso armati, a quanto pare – eravamo noi.

Fa male il razzismo, vero?

Ma chiaramente i motivi sono altri. Uno è che sicuramente, ad oggi, quasi nessun politico, nessun rappresentante di un’istituzione italiana ha mai detto chiaramente che l’Italia è un paese di immigrazione.

In altri paesi come gli Stati Uniti, il Canada, la Germania, il Regno Unito le istituzioni sono chiamate a formulare criteri di appartenenza inclusivi – cioè a definire un “noi” che abbracci l’intera popolazione, autoctona e immigrata. In Italia questo non è stato mai fatto – nella convinzione che il nostro sia più che altro un paese di emigrazione. Insomma, nessuno ha mai detto agli italiani: mettetevi l’anima in pace. Queste persone sono qui e ci restano.

Ma ovviamente, il razzismo e la violenza xenofoba non sono solo un problema dell’Italia.

Le aggressioni razziste sono aumentate negli ultimi anni anche in altri paesi. Questo ha senza dubbio a che vedere coll’aumento dei flussi migratori. Ma non solo. Perché la violenza razzista tende ad esplodere spesso anche in luoghi e situazioni dove gli immigrati non sono poi così tanti – e, guarda un po’ –  lo fa di preferenza quando partiti o movimenti anti-immigrazione hanno conseguito qualche vittoria politica importante. È accaduto nel Regno Unito nelle settimane dopo il referendum sulla Brexit. Ed è accaduto negli Stati Uniti all’indomani della vittoria di Donald Trump alle presidenziali.

E perché? La parola chiave, dicono i sociologi, è legittimazione. Quando un partito o un movimento politico con una chiara agenda xenofoba consegue una vittoria è come se fosse squillata l’adunata per tutti coloro che – per timore di ritorsioni – fino a quel momento si erano limitati alle chiacchiere da bar. O in rete. E’ il richiamo della foresta che sveglia il lupo.

Perché il razzismo, ahimé,  è sempre lì, accucciato in un angolo come una bestia da preda. Ma con una differenza.

Dopo la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz nel 1945 la politica europea – di destra e di sinistra, di qua e di là dal Muro – sembrava essersi messa d’accordo almeno su una cosa: il razzismo va trattato come un abominio, un mostro da tenere alla catena. Guai a farlo vedere in pubblico. E in effetti per mezzo secolo l’idea ha retto.

Finché, dopo il crollo del Muro di Berlino, il mostro si è liberato dalle sue catene ed è uscito allo scoperto. E ha aggredito e contagiato parti sempre più ampie del mondo politico.

Certo è un mostro diverso – meno impregnato di romanticismo ottocentesco come quel Gobineau che scriveva dell’ineguaglianza delle razze e più vicino alla realtà di oggi. Meno uomo lupo della letteratura gotica e più Teen Wolf.

Infatti i razzisti di oggi non parlano generalmente nemmeno di razza. Parlano di cultura, religione, civiltà. Persino un terrorista fanatico come Breivik nel suo manifesto la parola razza la usa poco e solo di sfuggita. E’ il razzismo senza razze di cui parlava il filosofo tedesco Theodor Adorno già negli anni ‘70.

E i razzisti di oggi – tranne alcune eccezioni – non fantasticano più nemmeno di una razza sovrana. No. Dicono di essere etnopluralisti – che vuol dire che amano tutte le razze, purché se ne stiano a casa loro.

E’ un razzismo dal volto sorridente e rassicurante. Un razzismo per tutti.  

Ma dietro il sorriso si celano zanne feroci.

C’è un altro uomo vestito di nero. Ha un giubbotto antiproiettile e mezzi guanti. E’ alla guida di un’auto scura. Nell’abitacolo penzola un Arbre Magique al limone. Dall’autoradio escono le note di una specie di mazurca – quasi non si direbbe che è un inno allo sterminio dei musulmani.

E sul sedile del passeggero ci sono vari fucili d’assalto istoriati con nomi di persone e di luoghi. L’auto si ferma in un vicolo. L’uomo scende. Senza dire una parola prende un altro fucile dal bagagliaio. Cammina a passo spedito fino all’ingresso di una moschea. Prima ancora di varcare la soglia alza il fucile e comincia a sparare.

L’attentato di Christchurch in Nuova Zelanda nel marzo 2019 ha il sapore di un déja-vu. E non solo perché, come Anders Behring Breivik e Luca Traini, l’attentatore, Brenton Tarrant, è un uomo bianco sui trent’anni senza alcun precedente penale o affiliazione politica – un insospettabile.

E’ un déja-vu perché Tarrant vuole che sia un déja-vu. L’intera operazione dal video a i nomi sui fucili, alla musica è concepita per farci pensare che questa strage non è un atto isolato, non è un colpo di testa ma parte di uno schema più grande.

E nel Manifesto, che, naturalmente, Tarrant ha pubblicato online prima di partire per il suo raid stragista ci sono espliciti riferimenti ad altri Cavalieri – dice proprio così, richiamando il suo modello di riferimento, Breivik:

“Io sostengo tutti coloro che prendono posizione contro il genocidio etnico e culturale. Luca Traini, Anders Breivik, Dylann Roof, Anton Lundin Petterson, Darren Osbourne eccetera”

E chi sono queste persone? Di Breivik e Traini abbiamo già detto.

Dylann Roof è il 21enne che, nel 2015, è entrato armato di mitragliatore in una chiesa di Charleston in Sud Carolina e ha massacrato tre uomini e sei donne di colore di età compresa tra i 26 e gli 87 anni. Anton Lundin Pettersson è un altro 21enne che, sempre nel 2015, ha sventrato a colpi di spada due insegnanti e un bambino di 12 anni – tutti di origini straniere – in una scuola di Trollhättan in Svezia. Anche Pettersson aveva firmato un manifesto in cui diceva di voler agire contro l’immigrazione incontrollata. Darren Osbourne è il 47enne che ha lanciato la sua auto contro un gruppo di persone davanti a una moschea di Londra uccidendo un uomo. Quando è sceso dall’auto, Osborne ha gridato: “ucciderò tutti i musulmani! Ho fatto la mia parte”. Stava per essere linciato quando è stato portato in salvo – dall’imam della moschea che aveva attaccato.

Eccetera, scrive Tarrant. Appunto. Eccetera. Perché la lista è lunga.

C’è il neonazista tedesco che nel giugno 2019 ha sparato in testa al Presidente del Distretto di Kassel perché questi difendeva la politica migratoria di Angela Merkel. Otto mesi prima un camionista di 46 anni ha aperto il fuoco in una sinagoga di Pittsburgh negli Stati Uniti, uccidendo 11 persone, tra cui una donna di 97 anni. Poi c’è il 20enne che, nell’agosto 2017, ha investito deliberatamente colla sua auto i partecipanti a una manifestazione antirazzista a Charlottesville in Virginia, uccidendo una donna. E ancora lo studente canadese che, sempre nel 2017, ha fatto irruzione in una moschea di Quebec City sparando sulle persone in preghiera, massacrandone sei. Stesso anno: un ex soldato a New York uccide a colpi di spada un senzatetto di colore per – dice – scatenare una guerra tra razze. E poi c’è il 18enne tedesco che, a Monaco, nel 2016, ha ucciso nove persone (tutte con un retroterra di migrazione) a colpi di pistola – la più giovane delle vittime era una ragazza di 14 anni. E il giardiniere di 45 anni che ha sparato addosso e poi accoltellato la deputata laburista inglese Jo Cox in nome della “razza bianca”.

E questo solo negli ultimi tre anni, senza contare le centinaia di attentati di piccolo calibro. Solo in Germania dal 2015 ci sono stati più di 400 attacchi violenti contro rifugiati e centri di accoglienza di cui 24 attentati incendiari con quasi 100 feriti.

Dico “attentati”, anche se molta gente fatica a chiamarli così. Anche nel caso di quello che è successo a Christchurch o a Macerata.

Sparatorie, stragi, gesti folli. Sono azioni individuali, partorite nella mente di sociopatici, disadattati, matti – lupi solitari.

Eppure questi lupi così solitari leggono gli stessi libri, si trovano negli stessi forum, in alcuni casi si scambiano messaggi e si riconoscono nelle stesse parole d’ordine. Roof, Osbourne, l’assassino di New York e il soldato tedesco dicono tutti che il loro obiettivo è una “Guerra tra razze”. Coincidenza?

C’è voluto che Tarrant lo scrivesse a chiare lettere nel suo Manifesto perché i giornali si rendessero conto che i lupi solitari hanno formato un branco.

E forse a questo punto sarebbe il caso di chiamarli col loro nome: terroristi.

Ma c’è chi non è d’accordo.

VIDEO YOU MEDIA

Questo – lo avrete riconosciuto – è ancora l’attuale ministro dell’Interno Matteo Salvini, che, interrogato sui fatti di Christchurch dice che l’unico terrorismo di cui bisogna occuparsi è quello islamico. Lo dicono i servizi di informazione e sicurezza.

Strano, perché, a quanto dicono quasi tutti gli esperti di sicurezza e terrorismo al mondo, a livello globale gli attentati di matrice islamica sono in forte calo – soprattutto a causa del collasso dello Stato Islamico

FONTE: Washington Post

Anche considerando il grande attentato terroristico avvenuto in una chiesa di Colombo in Sri Lanka a Pasqua del 2019 il numero di attacchi effettuati da gruppi islamici radicali si è più che dimezzato negli ultimi anni.

E invece aumentano le vittime del terrorismo di destra: negli Stati Uniti nel triennio 2015-2018 solo un quarto degli attacchi estremistici è stato di matrice islamista. Più del 70 per cento sono invece riconducibili all’estrema destra

FONTE: The Atlas

FONTE: SPLCENTER

E gli esperti dicono anche un’altra cosa: terrorismo di destra e terrorismo islamista appaiono oggi sempre più come due facce della stessa medaglia

FONTE: ABC

Prima – ai tempi di Al-Qaeda per capirci – i terrorismi islamisti erano organizzati, addestrati, ben armati e puntavano ad azioni di guerriglia con molti partecipanti e un impatto devastante.

Lo Stato Islamico ha invece progressivamente sposato l’ideologia della “Resistenza senza leader”, cioè ogni combattente nel mondo può colpire in qualsiasi momento, senza contattare nessuno – e così ridurre il rischio di essere scoperto

FONTE: Die Zeit

Da dove viene questa idea? Dai manuali di strategia del Terzo Reich, che, alla fine della guerra, quando tutto ormai era perduto, incitava ad azioni terroristiche isolate da parte di “Werwölfe” – che vuol dire, guarda un po’, lupi mannari

FONTE: LINK

Poi c’è il modus operandi: Breivik nel suo Manifesto si richiama esplicitamente all’esempio di Al Qaeda. Usare un veicolo per fare strage di passanti è la strategia usata da sedicenti membri dello Stato Islamico a Berlino, Londra, Nizza e Barcellona – ma anche da Osborne e dagli attentatori di Charlottesville e Bottrop. E l’idea di una telecamera fissata a un casco per riprendere la strage usata da Tarrant? E’ presa dal terrorista islamista che ha fatto una strage in una scuola ebraica di Tolosa nel 2012. E anche le loro ideologie si assomigliano: lo Stato Islamico incoraggia azioni terroristiche per provocare una guerra tra credenti e non-credenti. Osborne, Roof e gli altri non potrebbero essere più d’accordo.

E c’è un’altra, più inquietante somiglianza

FONTE: Link

Dall’analisi dei profili dei lupi solitari degli ultimi anni – siano essi islamisti, razzisti o qualcos-isti – emerge chiaramente che il loro percorso di radicalizzazione è – in generale –  estremamente breve. In alcuni casi – vedi Osborne e i terroristi islamici che hanno colpito a Nizza e nella città tedesca di Würzburg nel 2016 – si parla di pochi mesi. E avviene soprattutto in rete: prima attraverso social media, poi attraverso forum di gruppi radicali. Per questo non si può parlare realmente di affiliazione, politica o religiosa. Non sono gli islamisti di una volta che andavano per mesi nei campi d’addestramento in Pakistan o i terroristi (neri o rossi) degli anni ‘70 colle loro strutture paramilitari.

Sono come noi. Finché non scatta qualcosa e, all’improvviso, ecco il lupo.

Per questo è anche difficile appiccicare loro un’etichetta.

Neonazista, suprematista, estremista di destra: così la stampa internazionale ha chiamato Brenton Tarrant, il terrorista di Christchurch. Ma è lo stesso Tarrant a prendersi gioco di queste etichette. Lo scrive nel suo Manifesto – costruito come un’intervista immaginaria con uno di questi giornalisti che oggi faticano a decifrarlo:

“Sei un nazista? No, i nazisti non esistono. Sei di destra? A seconda delle definizioni, sì. Sei di sinistra? A seconda delle definizioni, sì. Sei un fascista? Sì. Chiunque venga chiamato fascista è un fascista. Sono sicuro che i giornalisti ameranno questo tipo di cose”.

FONTE: Die Zeit

“Sei un razzista?” si chiede ancora Tarrant. “Sì, per definizione”. Forse è proprio questo il punto. C’è un terrorismo globale di matrice razzista. Ecco, ma allora perché non esiste al mondo una commissione di inchiesta, una task-force o anche solo un’unità speciale contro questa minaccia?

Onestamente non me lo spiegare. Però ho un’ipotesi: perché ammettere che esiste un terrorismo razzista equivale ad ammettere che siamo tutti parte di un grande piano terroristico. Perché, se vogliamo essere onesti, siamo tutti impregnati di paure e pregiudizi. Tutti almeno una volta ce la siamo presa coi magrebini che spacciano al parchetto o con un mendicante rom – o magari abbiamo cambiato strada quando abbiamo visto venirci incontro un ragazzo di colore di notte in una strada isolata.

Tutti avvertiamo la presenza di questa bestia intollerante e feroce. Perché la bestia è sempre lì.  Però è importante sapere che esiste e che può far male. Anzi è questo l’unico modo per tenerla alla catena.

Perché il razzismo fa male anche quando è inconscio.

Una storia mi ha colpito particolarmente mentre facevo le mie ricerche sull’attentato di Utoya. La racconta un ragazzo, un testimone che è sopravvissuto alla strage.

La notizia che c’era qualcuno che sparava ai ragazzi del meeting si è sparsa velocemente sull’isola. Tutti hanno cominciato a scappare. Il ragazzo ricorda che c’era una ragazza accanto a lui con un paio di pantaloni sportivi grigi. A un certo punto hanno visto Breivik uscire in una radura. Aveva un giubbotto antiproiettile e imbracciava un fucile d’assalto. E la ragazza coi pantaloni grigi, invece di scappare, si è voltata e gli è andata incontro. Per qualche motivo l’uomo armato le infondeva sicurezza.

Breivik ha alzato il fucile e l’ha uccisa.

Ecco. Ho pensato una cosa: se fosse stato un uomo di aspetto mediorientale con una lunga barba nera la ragazza forse sarebbe scappata e sarebbe ancora viva.

Il razzismo uccide – soprattutto quando ci dimentichiamo che esiste.

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La bestia, i testi della quinta puntata

Allora, immaginate una sala conferenze di lusso: pareti rivestite di mogano con eleganti foto in bianco e nero in cornici d’argento. Un ampio tavolo – anch’esso di legno pregiato circondato da 10 poltrone in pelle. Su tre di queste poltrone siedono tre uomini. Uno di loro è reso irriconoscibile da un effetto elettronico. Dei due che gli siedono di fronte uno è più compassato – e indossa giacca e cravatta. L’altro invece ha la cravatta allentata e la camicia aperta e parla con aria di chi nella vita ha già visto tutto. E formula in poche parole un compendio di scienze politiche:

“Non serve a niente combattere una campagna elettorale sui fatti. Perché tutto si basa sulle emozioni. I due principali motori dell’essere umano quando si tratta di assimilare informazioni efficacemente sono speranze e paure. E molte di queste sono inspiegabili e spesso inconsce. Non sapevi di avere una certa paura finché non hai visto qualcosa che ha suscitato in te questa reazione. Il nostro lavoro è calare il secchio più a fondo dentro al pozzo. E capire quali sono le paure e ansie più profonde e radicate”

A parlare è Mark Turnbull, managing director di un’azienda britannica per l’analisi dei dati chiamata Cambridge Analytica.

Giornalisti della rete televisiva BBC hanno filmato Turnbull e il CEO dell’azienda Alexander Nix durante finti incontri con un potenziale cliente. Il servizio richiesto: la manipolazione di un’elezione.

E Turnbull spiega come funziona il servizio. Cambridge Analytica può ottenere informazioni personali su migliaia di potenziali elettori – e costruire una campagna che faccia leva sulle loro ansie più intime, sulle paure più profonde – paure che forse non sanno neanche di avere.

E come fanno? Grazie alle informazioni che mette a loro disposizione un’altra azienda specializzata nella gestione e analisi di dati. Ne avrete sentito parlare. Forse state usando i suoi servizi in questo momento. Si chiama Facebook.

Ma c’è di più: Turnbull e Nix promettono al cliente di poter eliminare avversari politici, magari coinvolgendoli in qualche lurido scandalo sessuale. Dicono di averlo già fatto decine di volte.

Dopo un po’ i discorsi dei due vertici di Cambridge Analytica non suonano più nemmeno inquietanti – ma più come delle scontate battute di un thriller politico.

Alla fine allo spettatore resta il dubbio: quanto c’è di vero nella cinica, amorale visione del mondo e della società che ispira l’attività di Cambridge Analytica?

Beh… A pensarci bene… Che importa. Verità e bugie – come direbbe qualcuno – sono solo fatti alternativi.

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Ok. Facciamo un passo indietro. Ci sono due uomini di governo – in realtà sarebbero tre ma il terzo è poco più di un segnaposto. I due sono impegnati in una strenua lotta per l’egemonia – una lotta che divide la popolazione e rischia di spaccare lo Stato. Uno è un po’ più anziano e molto rispettato, soprattutto in ambienti militari. L’altro è giovane ma è un abile stratega e può contare su alcune amicizie importanti.

A un certo punto succede che il più anziano dei due sia in missione. Il giovane coglie la palla al balzo e si presenta in Senato con uno scoop sensazionale: un documento che dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che il suo rivale è in combutta con una minacciosa potenza orientale per assumere il potere.

Il documento fa leva sui pregiudizi in voga contro gli stranieri – soprattutto orientali – considerati una minaccia per i valori e la stabilità dello Stato. Per corroborare i sospetti, il giovane politico mette in giro vari brevi messaggi – 140 caratteri o meno – che dipingono il suo avversario come immorale e corrotto. Anche per questo la notizia si diffonde in maniera virale. E scatena l’indignazione del mondo politico e la furia della popolazione, che chiede immediate conseguenze.

Il diretto interessato viene a conoscenza dell scandalo con molto ritardo, ma è troppo tardi. Il Senato lo dichiara decaduto dalla carica. A lui non resta che fuggire.

Si arriva allo scontro e il giovane stratega ne esce vittorioso. Al veterano non resta che il suicidio.

Ora sappiamo che quel documento che ha scatenato la caccia all’uomo era probabilmente un falso, una fake news – e pure fatta abbastanza male. Ma era un falso ben congegnato, capace di provocare reazioni forti: ira e indignazione.

E di cambiare la Storia del Mondo Occidentale. Perché quel documento risale più di 2000 anni fa e riguardava un certo Marco Antonio. L’autore? Cesare Ottaviano, che poi, col nome Augusto, sarebbe diventato il primo imperatore di Roma. (https://theconversation.com/the-fake-news-that-sealed-the-fate-of-antony-and-cleopatra-71287)

Le fake news sono vecchie quanto la politica. Sin dall’antichità raccontare fregnacce è un ottimo modo per liberarsi di un avversario o di un intero gruppo etnico o religioso. Ricordo che a scuola mi arrabbiai moltissimo per la storia di Alcibiade – giovane e brillante generale ateniese, amico di Socrate, che ad un certo punto viene accusato d’aver mutilato delle statue del dio Ermes. Tutto falso. Ma Alcibiade viene condannato a morte ed è costretto a fuggire.  

E che dire del povero Nerone, passato alla storia come l’imperatore folle che suona la cetra mentre Roma brucia – una storia che, coincidentalmente, è stata scritta proprio da quelli che lo hanno costretto al suicidio.

Per non parlare di tutte le campagne denigratorie ai danni di popolazioni, gruppi o minoranze religiose: i cristiani cannibali ai tempi dell’Impero Romano, i saraceni sodomiti, gli zingari rapitori di bambini. E, naturalmente, la caterva di fregnacce che ha circondato nei millenni quegli ammazza-bambini, propagatori di pestilenze e occulti complottari degli Ebrei.

Nei secoli i sistemi si raffinano. Le strategie diventano più complesse. E soprattutto ci sono più mezzi per raccontare e far circolare storie: libri, giornali, poi radio, TV.

Già durante la Prima Guerra Mondiale inglesi e tedeschi facevano a gara a chi riusciva a piazzare più fake news nei giornali: gli inglesi dicendo che i tedeschi facevano il sapone colle persone, i tedeschi invocando complotti giudaico-bolscevichi. E questo ancora prima che Joseph Göbbels creasse il famigerato ministero della Propaganda.

Ma a quanto pare sono i russi ad aver promosso le fake news a una vera forma d’arte. E questo molto prima di internet, delle campagne virali e degli hacker.

All’inizio degli anni ‘20 del XX secolo il GUP, il servizio segreto che sarebbe poi diventato il KGB, inaugura l’ufficio per la disinformazione. Questo ufficio produce una svolta decisiva nella storia dei servizi di intelligence: Fino a questo punto infatti le calunnie, i falsi, le fake news servivano sostanzialmente a due scopi – farsi belli o gettare fango addosso al nemico.

L’ufficio per la disinformazione fa un’altra cosa: confeziona e mette in giro informazioni false – non necessariamente positive o negative – ma plausibili. In questo modo crea una cortina di fumo in cui diventa difficile distinguere tra vero e falso. Una delle prime operazioni dell’ufficio è piazzare in vari giornali stranieri la notizia che vi sia un movimento di resistenza contro i bolscevichi – e che questo movimento sia prossimo alla vittoria. Alcuni dissidenti in esilio all’estero leggono la notizia e tornano in Russia per sostenere la resistenza. E così vengono arrestati e ammazzati. LINK

Ma è durante la Guerra Fredda che la disinformazione diventa un asset strategico fondamentale.

Gli esempi si sprecano. Avete presente per dire la storia che il virus dell’AIDS era stato creato in un laboratorio militare? L’ha creata il KGB nel 1983. E l’ha pure ammesso – qualche anno più tardi. Ma la bufala era così ben fatta che ogni tanto continua a fare capolino in qualche sito complottaro. LINK

Ma non sono solo i russi eh.

Fin dagli anni ‘60 la CIA, il servizio segreto statunitense, mantiene contatti con centinaia di giornalisti sparsi in tutto il mondo che hanno il compito di diffondere notizie e informazioni preparate dall’agenzia – come ha confermato una commissione governativa nel 1977.

A volte si limitano alle classiche campagne denigratorie – come in Iran negli anni ‘50 o nel Cile di Allende. A volte fanno cose più creative – come quando, per screditare il nuovo Presidente democraticamente eletto in Indonesia Sukarno, l’agenzia decise di realizzare un film porno con un attore che somigliava al Presidente. Il progetto fu annullato – perché, contrariamemente a quanto speravano gli agenti a Stelle e Strisce, i “rumours” intorno al film invece di generare scandalo avevano infatti fatto crescere la popolarità del presidente.  LINK

Insomma: la storia è piena di bugie – bugie colle gambe lunghe, lunghissime.

Ma forse il punto di svolta più importante per capire come siamo arrivati a oggi – a Cambridge Analytica, agli hacker e alle campagne di disinformazione online è l’agosto del 2008.

Mentre le redazioni di giornali e TV sonnecchiavano nella calura agostana, una notizia piombò come una bomba tra statistiche sulle temperature e foto di vip in vacanza: la Russia ha invaso la Georgia.

Come, perché, per colpa di chi è tutt’ora oggetto di dibattito. Un po’ come nel caso della guerra in Ucraina è difficile formarsi un’opinione: il governo georgiano dice che le milizie separatiste in Ossezia e Abkhazia avevano compiuto una serie di raid provocatori – e manda l’esercito. I separatisti a loro volta accusano l’esercito georgiano di aver effettuato dei veri e propri pogrom. E chiamano in soccorso Mosca.

Com’è, come non è, la guerra dura appena pochi giorni. Ma i suoi effetti sono destinati ad avere ripercussioni molto più durature.

Perché la guerra russo-georgiana è la prima guerra combattuta su un nuovo campo di battaglia: internet. Da un lato è la prima volta che hacker di entrambe le parti si sfidano a mettere fuori uso i siti della parte avversa.

Dall’altro il conflitto diventa un braccio di ferro mediatico: entrambe le parti iniziano una campagna internazionale per far vedere al mondo quanto cattivo è il nemico. Mentre la propaganda filo-russa funziona di fatto solo in Russia, i georgiani riescono a tirare dalla loro parte quasi tutti i media internazionali.

I russi riconoscono il loro problema di immagine. E cominciano a pensare a una soluzione.

“La guerra dei cinque giorni ci ha dimostrato che la rete è un fronte come i media tradizionali, ed è un fronte che reagisce molto più rapidamente e su una scala molto più ampia. L’agosto 2008 è l’inizio dell’era dei conflitti virtuali e il momento in cui ci siamo resi conto che bisogna combattere anche sul fronte dell’informazione”. Fonte: LINK

Queste parole sono state pronunciate da quello che – secondo alcuni – era all’epoca il secondo uomo più potente in Russia dopo Vladimir Putin: il vice-capo di gabinetto Vladislav Surkov.

Surkov è una delle figure più affascinanti della Storia russa contemporanea. Comincia la sua carriera come agente pubblicitario, poi passa alla televisione per approdare poi in politica. In tutte queste varie tappe c’è una costante: Surkov, che da ragazzo ha studiato regia teatrale, vede i pezzi della macchina pubblica – politici, imprenditori, media – come attori di una grande pièce.

Tutto sta a dare loro una buona sceneggiatura.

E la pièce ha anche un nome. Surkov la chiama “Democrazia sovrana”. In pratica significa che lo Stato controlla tutti gli aspetti della vita pubblica allo scopo di raggiungere – per dirla coll’autore – benessere materiale, libertà e giustizia per tutti, ma senza impelagarsi in inutili schermaglie politiche.

Il pragmatismo come unica ideologia.

Ora, qualcuno si chiederà… capisco la sovranità, ma dov’è la democrazia? Dove è che il popolo decide se fare A o fare anzi B? Beh… la democrazia per Surkov è la pièce – è il teatro. Cioè: la popolazione deve avere l’impressione di far parte di un grande teatro democratico in cui è giusto e sensato accapigliarsi. Poi alla fine decide lo Stato sovrano. Ci siamo?

Durante i suoi anni come braccio destro di Putin, Surkov ha finanziato decine – forse centinaia – di partiti, ONG, gruppi giovanili – tutti di orientamento diversissimo, di destra, di sinistra, nazionalisti, europeisti, alcuni pro Putin, altri ferocemente anti-Putin.

Perché, come ogni teatrante ben sa, un buon dramma ha bisogno di buoni conflitti.

Ma il vero colpo di genio di Surkov non è tanto aver creato questo sistema, quanto averlo reso pubblico.

C’è una foto scattata alcuni anni fa da un blogger liberale russo nello studio di Surkov. Nella foto si vedono due vecchi telefoni a tastiera che sembrano usciti da un film di spionaggio degli anni ‘70. Sui telefoni si leggono chiaramente i nomi di tutti i leader politici dell’opposizione. E’ la prova che Surkov ha tutti in tasca. Ma poi – colpo di scena – si scopre che il blogger era a libro paga di Surkov. E le foto le ha di fatto “leakate” lui stesso. E da chi lo sappiamo? Dallo stesso Surkov.

E’ un capolavoro di quella che i critici della letteratura chiamano “mise en abyme”: un abisso consecutivo di finzioni in cui uno finisce per perdersi, come in un labirinto di specchi.

E giusto perché non si dica che ce l’ho coi russi: la guerra dell’informazione – o della disinformazione – occupa in questi anni anche i servizi statunitensi. In un manuale della Scuola Ufficiali dell’Esercito americano del 2006 si legge: “La guerra di informazioni intende influenzare il comportamento degli obiettivi – inteso come noi, le persone – siano essi amministratori o pubblico generale. […] In questo non si differenzia da altre forme di esercizio del potere, siano esse diplomatiche, militari o economiche”.

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Anzi, se vogliamo la Russia di Putin cerca solo di recuperare terreno.

Uno degli strumenti di propaganda più potenti in mano ai servizi statunitensi negli anni della Guerra Fredda erano stazioni radio internazionali come “Radio Free Europe”, “Radio Free Asia” e “Voice of America” che trasmettevano in territorio sovietico – e, aiutati dalle suadenti note di Elvis o dei Beatles, facevano breccia nella rigorosa educazione socialista. E contribuivano così al crollo del blocco comunista.

I tempi cambiano. E il rock è morto. Ma l’idea è viva: i contenuti giusti piazzati nelle orecchie giuste possono far crollare gli imperi.

Una delle prime iniziative che il Cremlino assume dopo la guerra colla Georgia è potenziare un piccolo network televisivo pubblico che, fino a quel momento, diffondeva notizie sulla Russia in lingua inglese – Russia Today. Dopo un processo di rebranding il network – adesso chiamato semplicemente RT – cambia strategia: spuntano redazioni in francese, tedesco, spagnolo e arabo.

E anche i contenuti cambiano. RT non parla più solo di Russia, ma di Europa e Stati Uniti. E lo fa soprattutto mettendo in luce situazioni critiche e problemi sociali – anche a costo di inventarseli: in pochi anni RT diventa il canale di comunicazione preferito da teorici del complotto americani come il giornalista radiofonico Alex Jones. Lo scopo è chiaro – come ha scritto una ex-collaboratrice del network: RT vuole dipingere l’inevitabile crollo della società liberale e capitalista occidentale.  LINK

Dietro il successo di RT c’è una giornalista di origini armene, Margarita Simonyan. Quando era alle superiori Simonyan ha trascorso un anno negli Stati Uniti. Ed è rimasta affascinata dal tono e dal ritmo dell’informazione di reti come CNN e CBS. Da lì viene l’idea di una rete d’informazione vivace e dinamica. E anche se all’inizio mancava di competenza e rigore giornalistico, RT riesce in breve a entrare tra i grandi player internazionali – e ad attrarre vere celebrità come il veterano della CNN Larry King e il fondatore di Wikileaks Julian Assange.

Ma non c’è da sbagliarsi: la missione di RT non è fare ascolti. Lo spiega bene la stessa Simonyan in un’intervista ad un quotidiano russo: “Ora non stiamo combattendo. Ma nel 2008 stavamo combattendo. Il Ministero della Difesa combatteva in Georgia ma noi combattevamo la guerra dell’informazione – e combattevamo contro tutto il mondo occidentale. Dobbiamo essere pronti per la guerra”. LINK

RT combatte una guerra. E presto riceve rinforzi. Dalla fusione dell’agenzia RIA Novosti con la vecchia Radio Mosca nasce nel 2012 un altro canale che Simonyan battezza Sputnik – perché il famoso satellite, dice, è una delle poche cose positive della Russia che si conoscono anche in Occidente. E Sputnik ha contenuti video e online in 30 lingue. Tra cui l’italiano.

Ora, nessuno sa di preciso quante persone seguono RT e Sputnik in TV. Ma in realtà importa poco, perché i loro video trovano presto un’altra piattaforma: Internet e i social network.

Qui si parla di miliardi di click. E come funziona la strategia del network? Semplice: ci sono articoli “esca” – cose leggere e curiose che vanno dai pezzi di gossip a quelli di costume, capaci di attrarre e solleticare l’interesse del lettore – per poi deviare l’attenzione verso altri articoli.

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Come ad esempio l’articolo che nel gennaio 2016 parla del sequestro e stupro di una ragazzina di 13 anni di origine russa da parte di tre uomini di aspetto arabo a Berlino.

La storia – dice subito la polizia berlinese – è inventat. Ma RT la rilancia online lo stesso e in poche ore la notizia è diventata virale.

E questo è solo il primo livello.

Mentre intorno alla casa della ragazzina si forma un capannello di russo-tedeschi, un portavoce della polizia cerca di tranquillizzare gli animi e ribadisce che la storia è falsa. A questo punto RT usa il video del portavoce per fare un nuovo lancio: la polizia tedesca copre lo stupro di una bambina. E perché. Per difendere la politica migratoria di Angela Merkel. È una bomba. Centinaia di persone si riversano in strada e anche il ministro degli Esteri russo Lavrov in visita a Berlino dice che – se confermata – la notizia sarebbe di una gravità estrema.

Gli specialisti della guerra dell’informazione stanno pero solo scaldando i muscoli.

Mentre divampa lo scandalo del finto stupro a Berlino un esercito di hacker è al lavoro per raccogliere centinaia di E-Mail – l’obiettivo è la candidata democratica alle presidenziali americane Hillary Clinton.

Sappiamo com’è andata: le e-mail private di Clinton finiscono in mano a Wikileaks che – anche attraverso RT – le diffonde, insieme alla notizia che la candidata democratica avrebbe compiuto flagranti abusi d’ufficio. Nessuna delle accuse si concretizza ma tanto basta…

AUDIO Trump
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Questo è l’attuale presidente americano Donald Trump che, durante la campagna elettorale del 2016, dice chiaramente: “Se la Russia o la Cina hanno quelle e-mail, sarò onesto. Io le voglio vedere”.

E’ singolare che Trump abbia festeggiato l’esito dell’inchiesta della commissione Mueller perché questa non ha trovato nessuna prova di una collusione diretta con agenti russi.

Nessuno – nemmeno nel team di Trump – ha mai infatti messo in discussione il fatto che ci sia stata una massiccia ingerenza di Mosca nelle elezioni. E che il Cremlino abbia di fatto favorito la vittoria del suo candidato preferito. E nessuno sembra preoccuparsi del fatto che questo – come ha scritto il Direttore dell’Intelligence americana all’inizio del 2017 – possa diventare un modello per future elezioni in altri paesi alleati.

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Ora… Posso quasi sentire alcune persone di mia conoscenza dire: eh bravo! Facile prendersela coi russi cattivi eh! Perché non parliamo dei droni americani in Pakistan? Perché non parliamo delle armi tedesche in Arabia Saudita? O degli interessi francesi in Libia? Ah, i media non ne parlano… Che strano…

Come confermerà qualunque giornalista degno di questo nome, l’idea che i media possano essere obiettivi e imparziali è pura fantasia. Non dico che in Europa o negli Stati Uniti non vi siano tentativi di manipolare l’opinione pubblica. Dico solo che – fedeli al canovaccio del caro Surkov – la Russia fa di tutto per far sapere al mondo quanto potente è la sua macchina di disinformazione.

Molti avranno sicuramente sentito parlare dell’Internet Research Agency o “Fabbrica dei Troll” di Olgino, vicino a San Pietroburgo. Da una centrale operativa grande come un centro commerciale, l’agenzia gestisce quasi 4.000 account di twitter e un numero imprecisato di profili facebook, postando messaggi in russo, francese, inglese, tedesco. Quando la CIA ha diffuso i dati sull’ingerenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016, Twitter e Facebook hanno trovato rispettivamente più di 9 milioni di tweet e 31 milioni di post su Facebook prodotti dalla “Fabbrica”.

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https://www.io-archive.org/#/

Ma nonostante questo, nonostante i dossier investigativi e le interviste coi troll uscite su vari quotidiani la “Fabbrica” è sempre lì – e continua a pompare messaggi in rete come una vera fabbrica pompa vapori tossici nell’atmosfera. Anzi, ho l’impressione che più se ne parla, più questo altoforno alimentato da razzismo, populismo e autoritarismo avvampa e ruggisce.

Non si sa quale influenza abbiano i troll di Olgino sulla politica internazionale. Secondo alcuni sono una banda di disperati con un uso rudimentale del traduttore di Google. Secondo i servizi americani sono una seria minaccia per la democrazia.

La verità sta probabilmente nel mezzo. Ma l’aspetto più inquietante dei troll di Olgino non sono le loro macchinazioni – no, la cosa spaventosa è quanto è facile creare una fabbrica dei troll – basta un portatile e un accesso alla rete.

Per sapere quanto facile basta andare un po’ più a Sud, parecchio più a Sud, fino a Veles, in Macedonia.

Veles è una cittadina di 50.000 anime collocata tra colline verdeggianti. Intorno alla città ci sono i resti della zona industriale abbandonata dopo il crollo della Yugoslavia. Più della metà delle popolazione è disoccupata.

A un certo punto però in città cominciano ad apparire grosse macchine tedesche. E chi le guida? Qualche investitore straniero? Un capomafia? No, le guidano ragazzetti poco più che maggiorenni che hanno appena scoperto una miniera d’oro. Una miniera chiamata fake news.

E’ successo che alcuni appassionati di computer e videogiochi in paese hanno lanciato un sito di consigli per la salute in inglese – consigli assolutamente inventati, tipo impacchi di avocado per curare le verruche. Il sito va alla grande. Da lì alla politica internazionale il passo è breve. Siamo nel 2016 e le elezioni presidenziali in America tengono banco sui social.

I ragazzi di Veles lanciano diversi siti – all’apparenza giornalistici – con nomi tipo Politicalhall.com e USApolitics.com e iniziano a fabbricare notizie che poi postano su falsi profili social. In realtà le copiano per lo più da blog americani. Inizialmente provano a fare una cosa bipartisan con articoli pro Trump e pro Clinton. Ma presto si accorgono che le notizie pro Trump tirano di più.

In poco tempo ci sono più di 100 siti pro Trump registrati a Veles. Le notizie vengono condivise migliaia di volte. E colla pubblicità di Google i ragazzi tirano su decine di migliaia di euro.
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Ma come è possibile che un gruppo di teenager che scrivono cazzate in cattivo inglese abbiano più seguito – diciamo – di questo documentatissimo e forbitissimo podcast?

Beh. La risposta – sembra banale – è proprio che scrivono cazzate.

Come ha dimostrato uno studio dell’MIT di Boston le fake news si diffondono più rapidamente e raggiungono più persone delle notizie di provata veridicità: mentre una notizia vera può aspirare al massimo a 1.000 visualizzazioni, una fake news raggiunge in media tra 1.000 e 100.000 persone.

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E questo vale soprattutto per le situazioni ad elevata criticità come ad esempio un’elezione: un’analisi del siti d’informazione Buzzfeed ha messo in luce che nei tre mesi precedenti all’elezione americana del 2016 le fake news più cliccate di Facebook hanno ampiamente surclassato tutte le fonti di informazioni qualificate come il Washington Post, New York Times e NBC.

E la stessa cosa è capitata poco prima delle elezioni europee del maggio 2019: nelle settimane precedenti alle elezioni sono apparsi di colpo migliaia di profili Twitter che producevano a getto continuo tweet farlocchi in varie lingue. LINK

Questo perché – come diceva Turnbull, il supercattivo di Cambridge Anyltica – una notizia inventata può fare leva sulle emozioni degli utenti. E quindi provocare un maggiore coinvolgimento.

Non è cronaca. E’ letteratura, poesia. Beh. Non dico che sia buona letteratura.

“Immigrati senza diritti ricevono una pensione di 550 euro al mese e non hanno mai versato un soldo in Italia! Mentre i pensionati italiani che hanno lavorato per una vita se la sognano una pensione del genere!”

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“Immigrati del centro profughi di San Bernardo sul Brenta in rivolta perché la struttura è vicino a un canile, animale da loro considerato impuro! Grazie Boldrini!”

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“16 donne tedesche che hanno accettato di comparire sui giornali in questi giorni in Germania, sono state aggredite e stuprate da immigrati! è questo quello che il pd ha creato in tutta Europa!”

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Questi sono alcuni esempi delle migliaia di fake news raccolte dal sito di debunking “Bufale un tanto al chilo”. Sembrerà assurdo ma molte di queste sono state riprese persino dai media ufficiali.

A quanto pare l’Italia è una terra di conquista per i professionisti delle bufale. Alcune settimane fa l’ONG Avaaz ha pubblicato una lista di più di 100 pagine Facebook italiane impegnate nella diffusione sistematica di bufale – in totale le pagine raggiungono quasi 20 milioni di persone. Pagine come “Vogliamo il movimento 5 stelle al governo”, “Lega Salvini Sulmona”, “Lega Salvini Premier Santa Teresa di riva”. Tutte con centinaia di migliaia di interazioni.

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E una porzione consistente delle bufale diffuse dal network scoperto da Avaaz riguarda – rullo di tamburi – l’immigrazione.

Il motivo – l’abbiamo detto e ripetuto – è che ci sono pochi altri temi che polarizzano e provocano reazioni emotive quanto gli immigrati. Specialmente quando questi vengono presentati come stupratori, assassini o parassiti – come appunto facevano le succitate pagine.

Stando a un recente studio dell’istituto di ricerca Alto Analytics, il tema immigrazione sui social italiani è letteralmente dominato da chi diffonde il tipo di notizie che ho citato prima: quasi il 70 per cento dei post social sul tema hanno carattere fortemente negativo. Temi centrali sono la presunta invasione migratoria, criminalità e terrorismo.

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Anche durante la campagna per le elezioni europee 4 notizie su 5 riguardanti l’immigrazione sui social avevano contenuto negativo.

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E da dove vengono queste notizie? Se si guarda tra le fonti si scopre che rispettivamente al 40esimo e 58esimo posto delle fonti più citate in Italia sul tema si trovano due network che di norma non dovrebbero entrare nella top 100 dei principali media italiani. Avete indovinato: Sputnik e RT.

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E vabbeh… Vedi che torniamo sempre lì, ai russi cattivi? Non ti sembra – dice la mia sempre solerte voce interiore – di fare esattamente quello di cui accusi gli altri? Non stai descrivendo un grande complotto globale gestito da (più o meno) occulti Maestri Venerabili?

No. E ti dico subito perché, cara voce interiore.

Perché nel mio intimo nutro una profonda, radicata convinzione: i complotti, le cabale, le trame occulte sono storie che ci raccontiamo per tenere viva l’illusione che ci sia qualcuno che ha un piano, una visione – qualcuno che conosce il funzionamento intimo delle cose del Mondo.

La realtà è però più prosaica – e molto, molto più sinistra.

Internet è un serbatoio di informazioni di proporzioni colossali. Se dovessi stampare in un libro tutti i contenuti presenti in rete il libro sarebbe alto come dalla Terra alla Luna. Allo stesso tempo ci sono nel Mondo più di 4 miliardi di persone che usano internet.

Ora: come faccio ad assicurarmi che in questa enorme massa di pagine e di persone il giusto utente trovi la pagina giusta?

La risposta è: con un algoritmo. Sono algoritmi a filtrare i risultati che ottengo quando cerco qualcosa su Google. Sono algoritmi che decidono quali storie di Facebook farmi vedere e quali no. E sono algoritmi che decidono la priorità con cui leggo i messaggi di Twitter.

E su cosa si basano queste decisioni? In soldoni si basano su due fattori: popolarità e preferenze personali.

Popolarità vuol dire che se un contenuto viene visionato e condiviso da tante persone è più probabile che mi capiti davanti. Sembra logico no? Se una cosa interessa a tanti è probabile che interessi anche a me.

Ma c’è un’altra ragione: pubblicità. Da che mondo è mondo la pubblicità è tanto più efficace quanta più gente la vede, no? E anche gestori di inserzioni come Google Adsense si basano su questo principio: Quindi, più interazioni genera un contenuto più è efficace il messaggio pubblicitario ad esso associato. E più soldi entrano in cassa. Semplice no?

E quali sono i contenuti che generano più interazioni? Beh… ce lo dicono i ragazzi di Veles: messaggi ad alto impatto emotivo – non importa se veri o no.

E poi ci sono le mie preferenze personali. Ogni click, ogni parola che digito in un motore di ricerca, ogni acquisto online, ogni foto che carico sui social contribuisce alla creazione di un profilo. Se, per dire, ho cliccato tre volte su articoli di ricette l’algoritmo mi classifica come amante della cucina – e mi suggerirà altri contenuti analoghi. Allo stesso modo, se ho cliccato due volte su qualche bufala anti-immigrati l’algoritmo mi proporrà altre storie simili.

E che ci fanno Google e Facebook con questi profili? Li vendono. A inserzionisti – o ad aziende come Cambridge Analytica, che sono così in grado di elaborare campagne sempre più personalizzate, sempre più efficaci.

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Micro-targeting lo chiamano. Micro-obiettivi. Ognuno di noi è un micro-obiettivo. Così, per esempio, la mia passione per la cucina mi rende un obiettivo ideale per la pubblicità del nuovo tritatutto. E il mio interesse per gli immigrati… beh… com’ è che diceva Turnbull?

“Non sapevi di avere una certa paura finché non hai visto qualcosa che ha suscitato in te questa reazione”.

Una volta che inizi a ricevere un certo tipo di contenuti – e magari ci clicchi sopra – è difficilissimo che l’algoritmo ti proponga contenuti alternativi. Dopo il tritatutto viene un set di coltelli, dopo il set di coltelli viene il pastamatic. E così dopo l’articolo sulla pensione agli immigrati viene quello sul terrorismo islamico e dopo ancora quello sugli stupri e così via.

Piano piano l’algoritmo costruisce un muro intorno all’utente – una stanza in cui lui può di fatto solo sentire le voci di chi ha i suoi stessi interessi o la pensa come lui – una echo-chamber, la chiamano i teorici della comunicazione, una camera dell’eco.

E in questa camera più fervono le emozioni (la paura, la rabbia), più forte diventa il clamore. E più forte diventa il clamore più le emozioni vengono amplificate.  

E cascarci dentro a una di queste stanze è un attimo.

Fate questo esperimento. Andate su Youtube. Cercate “Alieni”. Cliccate sul primo video. Guardate nei video correlati.

Ecco… A me ci sono voluti esattamente due click per trovare un video che nega l’Olocausto.

La ragione? Video controversi, politicamente scorretti e provocatori attraggono più click. Quindi hanno un ranking più alto. E quindi è più facile che li veda. E una volta che ho cliccato su quel video beh… l’algoritmo comincia a costruire il muro.

E prima che diciate “Sì vabbeh, ma mica sono tutti scemi che se vedono un video diventano nazisti”… In realtà ho solo citato il caso – reale – di Doug McGuire, un americano che per anni ha perseguitato insieme a migliaia di altri fanatici i familiari delle vittime del massacro di Sandy Hook. E tutto – dice Doug, che ora lavora per un progetto di sensibilizzazione contro le fake news – è cominciato con un click su un video che parlava di alieni.

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E’ vero che Google e Facebook stanno affrontando il problema – filtrando i contenuti e combattendo attivamente la diffusione di notizie false. Ma finora i risultati sono stati minimi.

E’ anche vero che il sistema non funziona con tutti. Se, per dire, ho già una coscienza politica sviluppata è difficile che un video o un post su Facebook mi facciano cambiare idea. Ma vedete… Ci sono molte persone che la coscienza politica se la stanno formando adesso in questo momento – e se la formano soprattutto in rete.

Circa la metà delle ragazze e dei ragazzi italiani sotto i vent’anni passa più di sette ore al giorno in rete. Dalla rete ottengono tutte le principali informazioni sull’attualità e sulla politica.

E i risultati si vedono: quasi il 70 per cento di loro ha un’opinione negativa della politica. Meno della metà di loro è andata a votare alle ultime europee. E quando lo ha fatto, quasi la metà ha scelto formazioni radicali come la “Lega” e “Fratelli d’Italia”.

Capite il punto? Non è che c’è un complotto internazionale. Non è nemmeno che ci sono perfidi spin-doctor che seducono le menti. No. Abbiamo costruito una macchina che ci rende prigionieri ognuno del suo incubo personale – una specie di Matrix alla rovescia. Un incubo in cui non esiste più il vero e il falso, giusto o sbagliato, in cui è impossibile fidarsi delle istituzioni, dei media o anche delle altre persone.

Questa è la vera “Bestia”. E non parlo dell’ormai leggendario sistema di micro-targeting sviluppato dallo spin-doctor della “Lega” Luca Morisi e che – secondo alcuni eminenti giornalisti – è alla radice del successo di Matteo Salvini. La “Bestia” di Morisi non è altro che un prontuario di regole per l’uso dei social network come se ne trovano tanti in rete. Il nome però è bello.

No. Questa è un’altra Bestia. Una Bestia con tante facce. Una Bestia che – in forme diverse – popola il nostro immaginario da millenni. Una Bestia che disgrega la società e produce paura, divisione e caos.

E vidi salir dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, e sulle corna dieci diademi, e sulle teste nomi di bestemmia. […] e tutta la terra maravigliata andò dietro alla bestia; e adorarono il dragone perché avea dato il potere alla bestia; e adorarono la bestia dicendo: Chi è simile alla bestia? e chi può guerreggiare con lei?

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Articoli, Testi

Il blob, i testi della quarta puntata

C’è un video che è circolato molto alcune settimane fa. Siamo a Torre Maura, alla periferia di Roma. C’è un ragazzo con una giacca della tuta color antracite che parla con alcuni uomini. Il ragazzo si chiama Simone. Gli uomini sono esponenti dell’organizzazione neofascista “Casa Pound”. Sono qui perché in una palazzina del quartiere devono essere alloggiate alcune famiglie rom e loro non vogliono. Portano la criminalità, dicono.

Simone, che ha solo 15 anni, dice che è ingiusto prendersela colle minoranze. E tiene testa – da solo – a questi uomini, anche quando uno di loro gli viene a pochi centimetri e lo prende per il collo con aria di minaccia.

E’ un video che a guardarlo fa venire rabbia – e anche un po’ di paura.

C’è però una cosa che mi ha particolarmente colpito nel video – e che non riguarda Simone. E’ una frase che pronuncia uno degli uomini, un tipo colla barba e un berretto da pescatore.

FONTE

“Tu sei uno su cento. Siete 10 su mille”, dice l’esponente di “Casa Pound”. Simone, vuol dire l’uomo, è parte di una minoranza. Una minoranza esigua, irrilevante.

E’ vero? Mi chiedo. E’ vero che quello che dice Simone è condiviso solo da poche persone – e quindi, per converso, quelli che la pensano come l’uomo col cappello sono maggioranza?

Facciamo due conti.

“Casa Pound” non è esattamente un partito di massa. Alle elezioni comunali a Roma ha preso poco più dell’1 per cento. E allora che cosa vuol dire il pescatore neofascista? Forse che in Italia 99 persone su 100 hanno posizioni analoghe alle loro sui rom e sulle minoranze. Beh… Diamogli il beneficio del dubbio.

E’ vero che l’antiziganismo – cioè sentimenti negativi contro i rom e sinti – in Italia è molto diffuso, come ha messo in luce una ricerca dell’istituto di ricerca statunitense Pew Center. Parliamo di percentuali inquietanti – sopra l’80 per cento. Ma questo non vuol dire che la maggioranza degli italiani appoggi partiti politici ostili alle minoranze – specificamente a quella rom. Anche mettendo insieme le preferenze di tutti questi partiti si arriva intorno al 40 per cento. Meno della metà degli elettori.

Eppure quelle parole pesano. “Tu sei solo”, dice l’uomo col berretto a Simone mentre lui e i suoi camerati convergono sul ragazzo. Noi siamo tanti.

Il fatto è che da un po’ di tempo a questa parte ho la sensazione che molte persone in Italia e in Europa si sentano come Simone – strette, assediate da una folla ringhiante che ripete: voi siete soli. Noi siamo tanti.

Questa sensazione è particolarmente forte a pochi giorni da un’elezione europea che qualcuno ha definito “decisiva” per il destino del Vecchio Continente.

E’ un’onda che sale, come la hanno chiamata gli ideologi della nuova destra sovranista Steve Bannon e Geert Wilders. Una massa viscosa di risentimento e di livore – un lento, devastante tsunami nazionalista e razzista – che rischia di travolgere la democrazia liberale.

E noi, l’élite, i buonisti, gli illusi, i rosiconi, siamo lì sulla riva che guardiamo il fronte dell’onda avvicinarsi. E ci sentiamo soli e impotenti.

Se però un ragazzo di 15 anni ha tenuto testa alla marea nera forse non tutto è perduto. “Tu sei uno su cento”, dice l’uomo col berretto da pescatore. “Almeno io penso”, risponde Simone.

Già. A forza di sentirsi assediati, schiacciati dalla massa ribollente che avanza forse ci siamo dimenticati di pensare. Perché pensare aiuta a sentirsi meno soli. Perché, onestamente, di starmene qui a piangermi addosso e aspettare l’onda beh – per citare Simone –  “nun me sta bene che no”.

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Onda, massa, marea nera: non è che a sto giro stai un po’ esagerando, Fabio? Dice la mia voce interiore. Non è che a te – come a tanta parte della sinistra boriosa e frignona – rode semplicemente che ci sia una maggioranza di persone che la pensa diversamente da te?

E allora falla finita co’ sta storia della massa, della marea scura – come il blob alieno di quel vecchio film.

Chiama le cose col loro nome. Questo è il popolo.

È il demos che nell’agorà di Atene cessava di essere suddito e diventava soggetto politico. È il “peuple” che si scuote di dosso il giogo della tirannide di cui parla Rousseau. È il “We the people” che apre la Costituzione americana, atto di nascita della democrazia liberale. È il popolo cui la Costituzione italiana nata dalla Resistenza attribuisce la so-vra-ni-tà.

Non è il popolo a essere un’entità aliena. Sei tu. Stacce – come direbbe Simone.

Sì. Tutto giusto, voce interiore. Però, se permetti, non sono del tutto d’accordo. Il popolo è un’idea molto poetica, per carità – e quando penso all’agorà, ai Padri Fondatori, alla Costituente o al pueblo unido da persona di sinistra avverto un fremito di libertà.

Ma so anche che questo popolo unito e universale non è mai esistito.

Ad Atene c’era tutta una parte della popolazione – stranieri e abitanti delle campagne – che era di fatto esclusa dalla vita pubblica. E poi c’erano gli schiavi. Schiavi come li avevano anche i padri fondatori della nazione americana. E se è vero che il peuple di Rousseau è riuscito – almeno per un po’ – a scrollarsi il giogo dalle spalle è anche vero che l’ha fatto per ficcare la testa nel giogo della ghigliottina.

Ah… E già che ci siamo: in tutta questa Storia quando parliamo di popolo parliamo solo di uomini. Le donne sono popolo nel senso di soggetto politico attivo da meno cento anni.

Non fraintendetemi. Non dico che il popolo sia cattivo. Nella sua accezione più nobile essere “popolo” è forse la massima realizzazione del nostro naturale istinto di aggregazione.

Dico solo che il popolo è un’invenzione, un simulacro.

E meno male. Perché se c’è una cosa che la storia della democrazia ci ha insegnato è che fintanto che il popolo resta un’entità astratta – luminosa e mutevole come una nuvola – va tutto bene. Ognuno può guardare una nuvola e dire: secondo me è un’automobile, secondo me è un drago.

Il problema sorge quando la nuvola si condensa e diventa massa – quando cioè qualcuno pretende di dire chi è o che cosa è il popolo. Allora da nuvola diventa blob.

Ne sanno qualcosa i membri dell’Assemblea Costituente. Non è sicuramente un caso che questo illustre consesso, questa squadra speciale – se mi si permette – questi Avengers nati dalla lotta alla violenza e alla repressione del nazifascismo il popolo sovrano lo abbiano voluto piazzare subito lì, all’inizio.

La sovranità appartiene al popolo. Zac. Preciso. Essenziale.

Ma la frase va avanti:

La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. E’ come dire: il popolo decide, ma qui c’è una lista di cose su cui il popolo non dovrebbe decidere.

La cosa sembra semplice, ma, a quanto pare, i membri dell’Assemblea hanno dibattuto molto accanitamente sulla questione.

E si capisce perché. Dopo vent’anni di dittatura e due anni di occupazione militare, parlare di “sovranità del popolo” era sicuramente un atto profondamente liberatorio. Ma i Padri Costituenti ci vanno piano – forse perché hanno ancora davanti l’immagine della folla osannante davanti al balcone di Piazza Venezia. Sapevano bene che il popolo, come diceva anche Rousseau, può sbagliare – e può essere sedotto.

C’è però un altro limite – più sottile – che la Carta mette al popolo: da nessuna parte in questo documento così efficiente ed essenziale si dice chi o che cosa è questo popolo. E non è una svista.

Uno potrebbe pensare che siccome la sovranità appartiene al popolo e in democrazia comanda la maggioranza, il popolo sia la maggioranza degli elettori. Ma non è così: il popolo è un’entità estremamente complessa – non riducibile a un numero.

Lo dice bene il Costituzionalista Maurizio Fioravanti: “Il popolo è sovrano perché, e in quanto, la sua infinita complessità è rappresentata, senza eccezioni, nel  Parlamento. E – continua Fioravanti – il Parlamento è sovrano perché è il luogo in cui la infinita complessità, e la totalità, del popolo è rappresentata,  in modo tale da essere capace di produrre sovranità, leggi e governi”. (Fonte:)

Cioè: il popolo in un sistema democratico dobbiamo essere tutti – un concetto inclusivo e non esclusivo. Perché se comincio a dire: tu sei popolo, tu no, le cose si mettono male. Per saperlo i membri della Costituente non dovevano neppure guardare troppo lontano.

Quando alla fine dell’ ‘800 fu costruito il palazzo del Reichstag – il parlamento del neonato Regno di Germania – l’architetto, Paul Wallot, volle mettere sull’architrave la frase “Dem deutschen Volke” – al popolo tedesco, che voleva dire che quello era un monumento alla sovranità e all’unità dei tedeschi. Fino a ieri eravamo divisi – voleva dire – oggi siamo popolo.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale il Volk – come spesso accade – si unì intorno al concetto di difesa della Patria. Ma non durò molto. Già dalle prime battute della Repubblica di Weimar gli scontri – spesso violenti – tra partiti della destra e della sinistra portarono alla creazione di nuovi fronti: operai contro borghesi, Sud contro Nord, nazionalisti contro internazionalisti.

Non sorprende che molti ce l’avessero coi partiti. E che volessero farla finita coi settarismi e le risse. Molti osservatori hanno riscontrato delle somiglianze colla situazione attuale. E battute che circolavano all’epoca potrebbero essere prese da un’intervista di oggi: “Io intendo semplificare la democrazia”, diceva per esempio un politico emergente. “Non rispondo al sistema dei partiti, ma solo al volere del popolo”.

Pare giusto, no? Basta coi partiti. Basta con destra e sinistra. È ora che il popolo decida per sé.

Già, ma quale popolo? Tutti nella Repubblica di Weimar, da destra a sinistra, parlano di “Volksgemeinschaft”, comunità di popolo. E poi aizzano i propri sostenitori contro il non-popolo di turno, siano essi borghesi, imboscati, secessionisti.

Ci vorrebbe che uno lo unisse questo popolo – colle buone, ma, se serve, anche colle cattive. E c’è uno che sembra avere tutti i requisiti. È quel politico emergente che voleva “semplificare la democrazia”, ricordate? Il suo nome – avete indovinato – è Adolf Hitler.

E Hitler la Volksgemeinschaft, la comunità di popolo la unisce davvero. E come? Anzitutto indicando chi al popolo non appartiene: omosessuali, disabili, zingari, ebrei. Volksfremd, li chiama il regime – estranei al popolo. E poi rendendo il popolo onnipresente, universale. Ogni elemento dell’apparato pubblico diventa Volks- qualcosa: Volksgesundheit (salute popolare), Volkseinkommen (reddito popolare), Volksaufklärung (istruzione popolare). (Fonte: https://www.bpb.de/izpb/137211/volksgemeinschaft?p=all)

Non ci sono più gli operai e gli impiegati, i borghesi e i proletari. C’è solo il popolo, un’unica grande entità dotata di un’unica volontà.

Oggi è facile pensare ai tedeschi di allora come a una massa di fantocci nelle mani del regime. Ma non era così: per molti tedeschi, messi in ginocchio dalla crisi economica e abbandonati dalle istituzioni, essere popolo voleva dire essere forti.

La scrittrice Melita Maschmann – all’epoca leader della sezione femminile dei giovani nazisti – lo dice senza mezzi termini: “Ci sentivamo per la prima volta parte di qualcosa di grande e essenziale”.

E chi non è parte di questa cosa grande e essenziale… beh… non è parte del popolo. E se non sei parte del popolo, allora sei volksfremd – estraneo al popolo. E chi è estraneo al popolo deve sparire.

Così, il popolo, il Volk, si allarga e si compatta, tenuto insieme da un sentimento più forte dello semplice spirito comunitario o del patriottismo – un sentimento che paralizza e rende docili. La paura.

Non è un caso che nel Dopoguerra la parola Volk in Germania sia stata quasi del tutto bandita dalla politica. Per i tedeschi essere popolo – quel popolo – è diventato difficile. (Fonte:)

La parola è tornata di moda colla caduta del Muro – Wir sind das Volk, gridavano i tedeschi dell’Est nell’Ottobre dell’ ‘89: noi siamo il popolo. In un interessante ricorso storico questo Volk era più simile al popolo dell’architrave del Reichstag – unito e sovrano.

Lo stesso slogan però è stato ripreso anche in tempi più recenti – con un significato diverso: “Wir sind das Volk” è anche lo slogan delle manifestazioni della nuova destra contro l’Islam e gli immigrati. Noi siamo il popolo: i tedeschi. Loro no. Loro sono volkfsfremd – estranei al popolo.

È proprio vero: la storia si ripete, prima come tragedia. Poi come video di Instagram.

In effetti sono in tanti di questi tempi a parlare volentieri di popolo – soprattutto a destra.

Questa è Marine Le Pen, leader del Rassemblement National francese, nel 2018. “Contro la destra dei soldi e contro la sinistra dei soldi, io sono la candidata del popolo”, dice. Anche lei è una a cui piace semplificare: Là c’è l’elite parigina: ricca, corrotta e maneggiona. Qui c’è lei, Marine, la voce del popolo.

Anche se è cresciuta in una villa in una delle gated communities più esclusive della Capitale a Marine il popolo piace proprio tanto. “Il popolo”, ha detto in un’intervista di alcuni anni fa, “ha sempre ragione, anche quando ha torto” (Fonte: https://www.letemps.ch/monde/peuple-toujours-raison-meme-tort). Queste cose gliele deve avere insegnate suo padre Jean-Marie – ex capo del Front National – che già nel 2007 diceva: “il popolo ha ragione e nessuno può avere ragione contro di lui”.

È un concetto quasi mistico: il popolo come unica fonte di verità. Com’è il detto: Vox populi, vox dei. E chi dissente… Beh… Non è popolo. Anzi. E’ un nemico del popolo.

“Quando diffondete notizie false siete nemici del popolo”, dice Donald Trump a un reporter della rete televisiva CNN a novembre del 2018. Un paio di settimane prima su Twitter era stato più esplicito, chiamando i media “i veri nemici del popolo”.

Anche al miliardario Trump il popolo piace proprio tanto.

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“Voglio togliere il potere alla casta dei politici e renderlo al popolo”, dice nel suo discorso di insediamento.

In tutti questi esempi si nota uno schema ricorrente: chi parla di popolo lo fa in opposizione e in contrasto con una non-meglio definita élite: media, politici, intellettuali – non necessariamente benestanti ma istruiti e un po’ snob. E questa élite, ovviamente, non appartiene al popolo. E’ volksfremd – estranea al popolo.

Forse il più chiaro è stato Matteo Salvini, che, poco dopo le elezioni del 2018, ha proprio detto così: «Non esistono più destra e sinistra, esiste solo il popolo contro le élite».

Per i politologi la dottrina che divide la società in popolo puro ed élite corrotta ha un nome: populismo. E se magari in passato l’etichetta di populista aveva una connotazione negativa, oggi essa viene rivendicata come una medaglia al valore.

Questo qui è… un momento… mmmmh… ah sì. Giuseppe Conte. Presidente del Consiglio dei Ministri. E se lo dice anche lui…

Ma in realtà di questi tempi un po’ tutti in Italia – populisti e non, a destra, a sinistra, al centro – parlano volentieri di popolo.

Ed è una cosa interessante perché negli ultimi decenni in Italia la parola “popolo” è stata usata con una certa parsimonia. Al limite si sentiva parlare di popolo del web, popolo giallorosso, popolo bue. Sì, c’era il “Popolo della Libertà” di Berlusconi ma quella suonava un po’ come una versione singhiozzante dell’originario “Polo delle Libertà”.

Se si fa una semplice ricerca su Google anno per anno si vede che tra articoli, blog, commenti e post sui social nel 2009 il lemma “popolo italiano” – al netto di espressioni formalizzate come “in nome del popolo italiano” – è stata utilizzata circa 1.400 volte. L’anno scorso è stata usata più di 14.000 volte – dieci volte di più.

Insomma: c’è una gran voglia di popolo.

E in parte è comprensibile. Perché negli ultimi anni non era per niente facile sentirsi popolo. Perché per essere Popolo colla P maiuscola bisogna avere pulsioni, emozioni, esperienze e obiettivi comuni. Bisogna condividere un destino.

Ma con un futuro sempre più precario, la disoccupazione che galoppa e più di dieci anni di crisi economica alle spalle è difficile condividere alcunché. Ed è pure difficile avere obiettivi comuni quando l’obiettivo primario è arrivare a fine mese.  

Ed ecco che il Popolo si frammenta, si liquefà come scrisse il presidente del Censis Giuseppe De Rita già dodici anni fa, prima della crisi: Viviamo – diceva all’epoca De Rita – una “disarmante esperienza del peggio” che ci rende poltiglia, mucillagine – un insieme inconcludente di “elementi individuali e di ritagli personali” tenuti insieme da un sociale di bassa lega.

E quelli che si qualificavano allora come “partiti del Popolo” – Forza Italia e il Partito Democratico – erano secondo De Rita proposte prive di senso, nel momento in cui nessuno crede più a “uno sviluppo collettivo in cui ci stiamo tutti”, uno “sviluppo di popolo”. (Fonte)

E allora? E allora ecco arrivare una nuova generazione di politici che promette di dare nuova forza al Popolo – con sentimenti e obiettivi comuni: occupazione stabile, reddito di cittadinanza, più sicurezza.

Ed ecco che molte persone insoddisfatte, deluse, frustrate trovano in quest’idea di popolo una nuova forma di appartenenza. Essere popolo li fa sentire forti e sicuri. Li fa sentire parte di qualcosa di “grande ed essenziale”. Suona familiare?

Quando nel giugno del 2018 Lega e Movimento Cinque Stelle si accordano per formare un esecutivo molti in rete celebrano il nuovo governo dicendo che finalmente c’è un “governo eletto dal popolo”. Ovviamente il popolo non elegge i governi ma tutt’al più i parlamentari – e in più la coalizione si è formata strada facendo, nella migliore tradizione proporzionalista. Ma tant’è.

I due partiti insieme arrivano intorno alla metà dei voti (circa 32 per cento i Cinque Stelle e 17 per cento la Lega). Eppure fin da subito l’esito del voto viene trattato come un plebiscito popolare. Nel luglio 2018 il neo Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti della Lega (un partito che ha appena preso il 17 per cento, ricordiamolo) dice tout-court che in Italia non c’è più più l’opposizione – perché, dice Giorgetti, il popolo è con noi. (Fonte)

E’ una visione totalizzante del popolo che fa proseliti. Anche a sinistra.

Come già avvenuto in America dopo la vittoria elettorale di Donald Trump molti politici di area liberale e socialdemocratica cominciano a dire che i partiti della sinistra hanno perso il contatto col popolo. La ragione? La sinistra si sta occupando troppo delle minoranze – immigrati, omosessuali, ambientalisti – e dimentica così le aspirazioni e i desideri del popolo inteso come maggioranza delle persone.

E’ una storia avvincente. In pochi mesi non solo è rinato un popolo che sembrava morto e sepolto ma adesso sappiamo anche chi e che cosa è questo popolo: il popolo è chiunque si identifichi coll’attuale linea di governo. Gli altri non sono popolo. Sono volksfremd.

E così il popolo – quella nuvola impalpabile di ambizioni, pulsioni, emozioni ed esperienze – si condensa in un’entità concreta, dotata di forza e di volontà.

Eppure basterebbe dare un’occhiata a che cosa pensano davvero gli italiani per rendersi conto che no, il pueblo è tutt’altro che unido.

Prendiamo la questione immigrazione – un tema su cui il nuovo esecutivo ha fatto leva fin dall’inizio. E un tema su cui, apparentemente, il popolo si esprime in maniera univoca. Vari sondaggi dicono che la stragrande maggioranza degli italiani è decisamente a favore della linea dura contro l’immigrazione portata avanti dal governo: porti chiusi, immigrati a casa eccetera. (Fonte)

Va detto che questi sono cosiddetti sondaggi istantanei che documentano le risposte a quesiti secchi in un periodo di tempo molto limitato.

Se si guarda invece ad alcuni sondaggi che coprono periodi più lunghi e rilevano le risposte a un complesso di quesiti salta fuori un quadro un po’ diverso.

In base a una ricerca dell’istituto Ipsos Mori (Fonte: LINK) del 2018 solo un quarto degli italiani sostiene apertamente una posizione di radicale chiusura delle frontiere come quella portata avanti dall’attuale inquilino del Viminale. Circa un terzo degli italiani è, invece, favorevole ad una politica dell’accoglienza basata su principi di umanità e tolleranza. E non si tratta solo di intellettuali radical chic, ma di molti giovani (anche senza titoli di studio) e anziani, soprattutto se vicini ad ambienti cattolici.

In mezzo c’è la cosiddetta maggioranza inquieta. Questa è composta da persone senza chiaro orientamento e da coloro che si sentono insicuri o “abbandonati” dallo Stato – disoccupati, pensionati, persone di mezza età senza titoli di studio. Le loro posizioni riguardo ad immigrati e richiedenti asilo sono lo specchio delle loro ansie. Pur essendo generalmente preoccupati del futuro che li attende, essi ritengono che non si debba rinunciare ai principi di umanità – specialmente quando si tratta di proteggere famiglie e minori.

E’ un segnale incoraggiante: il popolo non la pensa tutto alla stessa maniera. E gli italiani non sono così stronzi come vorrebbe qualcuno.

Tutto bene dunque? Non tanto: un’altra indagine dell’istituto “Pew Center” rileva che l’opinione degli italiani sta cambiando molto rapidamente. Restando sul tema immigrazione: nel 2017 circa la metà degli italiani vedeva gli immigrati come un peso per la società. Un po’ meno della metà li vedeva invece come una risorsa. Nel 2018 lo scarto è massiccio: 54 per cento ribadisce che gli immigrati sono un peso. E solo il 12 per cento li ritiene una risorsa. (Fonte: )

Il popolo non la pensa tutto alla stessa maniera. Uno guarda la nuvola a vede un elefante. Un altro ci vede un cammello. Il fatto è che se però uno ti dice: “vedi quella nuvola a forma di Kamchatka” è probabile che tu ci veda la Kamchatka.

Ripenso a Simone e alla marea scura che gli si stringe intorno a Torre Maura. “Tu sei uno su cento”, dice l’uomo col cappello.

E mi viene in mente che la cosa che mi sgomenta di più di questo video non è il gruppo di neofascisti che si stringe intorno a un ragazzo solo. No: è sapere che tutto intorno ci sono persone che potrebbero dire qualcosa, magari intervenire, magari semplicemente mettersi in mezzo. E invece rimangono tutti a guardare.

I populisti – dice il politologo olandese Cas Mudde – dicono di rappresentare una maggioranza silenziosa, mentre invece rappresentano solo una minoranza molto rumorosa – una minoranza aggressiva e pervasiva, che riempie gli spazi lasciati vacanti dai partiti popolari. Come a Torre Maura. (Fonte: )

In Europa sovranisti e populisti di destra si avviano a prendere circa un quarto dei voti. Sono percentuali importanti, senza dubbio. E loro non mancano mai di farlo notare. Ma c’è un aspetto che viene spesso tralasciato quando si parla dei loro successi: a differenza dei partiti di massa i populisti – soprattutto i populisti di destra – non puntano a massimizzare il consenso ma a creare un nucleo di sostenitori, uno zoccolo duro militante.

Non a caso la comunicazione pubblica dei leader populisti da Trump a Le Pen fino a Orban e Salvini è consapevolmente radicale nel linguaggio e negli atteggiamenti. E’ fatta per dividere – per esaltare o far incazzare. Senza vie di mezzo. Si rivolge insomma ai fan, alle frange oltranziste. E sono queste frange – iperattive e rumorose – a produrre l’impressione di una massa in movimento, di un popolo in armi.

Ma questa strategia ha un difetto. Se è vero che un elettore europeo su quattro si identifica coll’agenda dei populisti è anche vero che tre su quattro sono veementemente contrari ai loro proclami.

L’Italia è attualmente il paese dell’Europa occidentale in cui i populisti di destra hanno allargato di più il proprio bacino elettorale. Ma anche se la Lega dovesse sfondare il tetto del 40 per cento c’è apparentemente più di una metà degli italiani che la politica ringhiosa e fascistoide di Salvini e compagnia “nun je sta bene che no”.

Oh… Ma allora dove sono tutti questi italiani? Com’è che se vado al bar sento solo quelli che sbraitano contro gli immigrati e i rom? Com’è che i social network sono un turbine di foto di Salvini che mangia maritozzi e hashtag prima gli italiani?

Ho un amaro sospetto: quelli che la pensano diversamente ci sono. Ma non si fanno sentire.

Mentre scrivo l’uomo col cappello da pescatore è da poco riapparso in un altro quartiere alla periferia di Roma, Casal Bruciato. Anche qui un appartamento in casa popolare è stata assegnata a una famiglia rom. L’uomo col cappello e i suoi amici sono prontamente sul posto. Ci ha chiamato il popolo, dicono. (Fonte🙂

(Fonte)

E il popolo che si raccoglie intorno al presidio ha subito molto da dire.

AUDIO

Alla fine la famiglia riesce a entrare nello stabile, ma solo sotto scorta della polizia.

AUDIO

LINK

Arriva un gruppo di manifestanti del Movimento per la Casa. La polizia fa cordone intorno ai neofascisti. “Nemici del popolo”, gridano questi ai manifestanti dell’altro capannello.

Gli abitanti delle case popolari stanno alla finestra e guardano i tafferugli per strada. E’ una casa popolare come ce ne sono tante in Italia – come quella in cui sono cresciuto. Decine di famiglie vivono qui porta a porta. Tutti si conoscono – o almeno tutti si conoscevano. I bambini giocano insieme in cortile.

E allora capisco: non sono i neofascisti la massa, la marea, il blob. E non è nemmeno il popolo affacciato alla finestra. No: il blob è l’indifferenza e il cinismo che serpeggiano nei cortili, nelle scale e nei corridoi – il vuoto che c’è tra appartamento e appartamento, tra famiglia e famiglia, tra noi e loro, tra popolo e non-popolo. Il vuoto in cui si infilano l’uomo col cappello e i suoi amici.

Bisogna riempire questi vuoti – colle parole, colle azioni. Tornare a parlare – anche con quello che al bar inveisce contro zingari e neri. Perché solo così la poltiglia, la mucillagine può ricomporsi pezzo per pezzo. E magari, col tempo, ridiventare popolo.

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Testi

Leviatano parte seconda, i testi del terzo episodio

Ottobre 1940. Atlantico settentrionale – circa 1000 miglia dalla costa africana. Sono le prime battute della Seconda Guerra Mondiale. C’è un piroscafo belga in rotta verso la Liberia. A bordo ci sono marinai e armamenti della Marina di Sua Maestà Britannica. Nella notte il piroscafo incrocia un sommergibile italiano, il Cappellini. Partono dei colpi di cannone. Il piroscafo viene colpito e comincia ad affondare. L’equipaggio si mette in salvo su una lancia, ma siamo in mezzo all’Atlantico – la probabilità di incrociare un’altra nave è abbastanza remota.

Allora il capitano del Cappellini, Salvatore Todaro, dà ordine di rimorchiare la scialuppa coi soldati nemici fino alla costa più vicina. Ma con onde alte come case di tre piani l’operazione risulta difficile. Todaro allora accoglie tutti e 21 i membri dell’equipaggio nel poco spazio disponibile a bordo – soldati che, ricordiamolo, aveva appena preso a cannonate – e li porta, incolumi, fino alle Azzorre.

Il Capitano Todaro non è un’eccezione. Le cronache militari, fin dai tempi della battaglia di Nasso tra Ateniesi e Spartani, sono piene di episodi analoghi: ufficiali di Marina che interrompono le operazioni per salvare nemici finiti in balia delle onde. La ragione è semplice. Chiunque si sia trovato almeno una volta in mezzo a una tempesta in alto mare lo sa: il mare è l’ultimo confine, un luogo ostile per eccellenza, devastante nella sua forza, imprevedibile nella sua violenza. E’ per questo motivo che in mare non vigono le stesse regole che vigono sulla terra ferma. Sul mare l’uomo sa di essere in balia di forze più grandi. Per questo chi va per mare è per così dire costretto alla solidarietà – e le divisioni e la politica e le guerre non contano più niente; perché in mare siamo, letteralmente, tutti nella stessa barca.

Non a caso, il dovere assoluto di salvare vite umane in mare – non importa se amici o nemici – è stato uno dei primi capisaldi dei trattati internazionali del XX secolo – un dovere sancito ancora oggi dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare

Fonte: LINK

Eppure c’è sempre stato – e c’è ancora – chi pensa che questa legge di umanità, questo stato di eccezione, questo imperativo morale debba piegarsi alla contingenza politica. E che chi salva vite umane sia un irresponsabile, o peggio, un criminale.

Rientrato alla base di Bordeaux, il Capitano Todaro viene convocato d’urgenza dai suoi superiori. La notizia del salvataggio ha generato forti malumori. Si parla di corte marziale. Siamo in guerra – in fin dei conti. “Un ufficiale tedesco – dice un ammiraglio – non avrebbe mai commesso una simile imprudenza”. La risposta di Todaro è secca: “Gli altri – dice il Capitano – non hanno, come me, duemila anni di civiltà sulle spalle” (Fonte: LINK )

Todaro dice una cosa fondamentale: Salvare i naufraghi è una questione di civiltà. Su una cosa però si sbaglia. Un capitano tedesco farebbe altrettanto – anche se questo significa rischiare la galera.

“Salvare i naufraghi è prima di tutto un dovere”, dice il Capitano tedesco Stefan Schmidt. Schmidt sa che cosa vuol dire fare il proprio dovere – anche se questo comporta dei rischi. Dopo aver salvato 37 persone da un barcone nel Canale di Sicilia, si è visto mettere le manette ai polsi dalle autorità italiane. E si è sentito chiamare “scafista” e “trafficante di uomini”.

Oggi, niente di nuovo. Ma non lo era nel 2004, quando la sua nave, un cargo dell’Organizzazione non Governativa tedesca Cap Anamur, fu sequestrata e l’equipaggio arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. All’epoca la vicenda generò un mezzo caso diplomatico, con esponenti del governo tedesco che chiamavano Roma dicendosi “esterrefatti e indignati” e chiedevano l’immediata liberazione del comandante. (Fonte: http://www.spiegel.de/politik/ausland/cap-anamur-wieczorek-zeul-wirft-italien-unertraegliche-hinhaltetaktik-vor-a-308846.html)

Cinque anni ci sono voluti perché Schmidt e il responsabile dell’ONG Elias Bierdel fossero scagionati da tutte le accuse. Ma intanto il caso della Cap Anamur ha generato un precedente importante – un precedente che avrà un ruolo fondamentale in un’altra guerra di mare, diversa da quella in cui combattevano ufficiali gentiluomini come il Capitano Todaro – una guerra di pirati e avventurieri, di spie e delatori, una guerra fredda e parecchio sporca, come le acque del Canale di Sicilia in inverno.

E la prima vittima di una guerra, si dice, è sempre la verità.

Il primo personaggio di questa spy-story è indubbiamente degno di un romanzo di Tom Clancy: Christopher Catambrone è un eccentrico milionario originario della Louisiana ma con radici in Calabria. Poco più che ventenne comincia a lavorare per una compagnia di assicurazioni che copre i contractors in aree di crisi: Iraq, Afghanistan, Somalia. È un assicuratore un po’ particolare: invece di calcolare premi e valutare danni, accompagna convogli armati e organizza la liberazione di ostaggi. Un uomo d’azione. (Fonte: LINK)

E rimane un uomo d’azione anche quando, nell’estate del 2013, compra uno yacht per fare una crociera nel Mediterraneo colla famiglia. Mentre lo yacht solca il Canale di Sicilia Catambrone racconta d’aver visto una giacca a vento galleggiare nell’acqua. Il comandante dello yacht gli spiega che in quel tratto di mare si trovano sempre i resti dei barconi andati a fondo: vestiti, giocattoli, a volte corpi.

Catambrone, l’assicuratore col giubbotto antiproiettile, abituato a vedere la vita umana come un asset, è costernato: gli pare impossibile che non ci sia modo di impedire questa strage – un modo per salvare uomini, donne e bambini da una morte orribile. Da uomo d’azione gli basta qualche minuto per trovare una soluzione: li salverà lui.

Nel giro di pochi mesi compra una nave, la arma e mette al comando proprio lo skipper della sua crociera – un veterano della Marina maltese. E fonda un’Organizzazione Non Governativa, la Migrant Offshore Aid Station. È la prima ONG specializzata nel salvataggio di naufraghi nel Mediterraneo.

Questo è l’anno in cui nel Mediterraneo Centrale naviga la missione italiana Mare Nostrum. Ma Catambrone e i suoi hanno lo stesso molto da fare: Nei primi cinque mesi in mare MOAS salva circa 5.000 persone. A chi gli chiede perché lo faccia Catambrone risponde quasi con stizza: “Perché salvare vite umane è un dovere e chi pensa il contrario è un razzista e non merita un posto nella nostra società”.

Pochi mesi dopo Mare Nostrum chiude le operazioni perché, dicono vari governi europei, è diventata un “pull factor”, un fattore di attrazione. La missione viene sostituita da un’operazione europea con circa un decimo dei mezzi. A questo punto MOAS è praticamente sola in mare. Ma non per molto.

Proprio mentre, nel novembre 2014, il governo italiano annuncia la fine di Mare Nostrum, un 42enne antiquario e mobiliere berlinese sta camminando con alcuni amici lungo il vecchio tracciato del Muro . Harald Höppner è nato a Berlino Est e, dice, sa bene che cosa vuol dire essere chiuso in una gabbia. E’ nato e cresciuto su una frontiera – una frontiera che può costare la vita. (Fonte: LINK)

E mentre Höppner e i suoi amici camminano lungo il Muro, il discorso cade sul tema dei naufragi nel Mediterraneo. Senza Mare Nostrum i morti in mare potrebbero aumentare a dismisura, si dicono Höppner e i suoi amici. E non c’è da credere a chi sostiene che se aumenta il rischio non verrà più nessuno. Del resto – dice Höppner – quelli che volevano passare oltre il Muro non li fermavano neanche le pallottole.  

E allora? Che fare? E’ un momento. Un’ illuminazione. Qualche soldo da parte ce l’ha, dice l’antiquario: i suoi due negozi in centro a Berlino vanno alla grande. E conosce pure un paio di spedizionieri e armatori. Pochi giorni dopo insieme ad un socio compra un peschereccio dismesso per 60.000 euro e lo rimette in sesto. E fonda l’organizzazione “Sea Watch”. All’inizio del 2015 la Sea Watch 1 salpa dal porto della Valletta.

E da subito Sea Watch ha molto da fare. Höppner e i suoi amici avevano ragione: Con o senza Mare Nostrum il numero di persone che tenta di passare il mare resta alto. Nell’aprile del 2015 un peschereccio con 1.000 persone a bordo cola a picco – è la strage più ingente del dopoguerra. E’ un segnale d’allarme che porta ad una grande mobilitazione internazionale. Agli avventurieri umanitari come Catambrone e Höppner si uniscono adesso grandi organizzazioni internazionali con decenni di esperienza e decine di migliaia di collaboratori come Medici senza Frontiere e Save the Children. Arrivano organizzazioni e volontari dalla Germania, dall’Olanda, dalla Spagna. Tra il 2015 e il 2016 la flotta della cosiddette ONG arriverà a contare una dozzina tra imbarcazioni, aerei e droni da ricognizione. E’ uno dei più grandi sforzi umanitari del dopoguerra. (Vedi: LINK 1 e LINK 2)

Ma nonostante gli sforzi delle ONG la situazione nel Mediterraneo Centrale peggiora. La rotta libica è infatti diventata più pericolosa. Il motivo principale è che nel 2015 cambia la strategia degli scafisti.

Dall’anno prima la Libia è precipitata in una spirale di violenza con varie milizie che si contendono il territorio. E le milizie fanno i soldi col contrabbando – di droga, di armi e anche di persone. Gli immigrati provenienti dall’Africa subsahariana diventano così merce di scambio – venduti come schiavi o trasportati come cargo. E anche il business degli scafi diventa roba loro, delle milizie – un business molto redditizio, ma anche rischioso.

Nel 2015 l’Unione Europea ha infatti lanciato la missione navale Eunavfor Med, con uno scopo: smantellare la rete degli scafisti. Come? Requisendo e distruggendo i barconi. L’idea pare giusta, solo che c’è un problema: che senso ha salpare con un barcone di legno o un peschereccio se si sa che questo verrà distrutto? Allora molto meglio usare dei gommoni usa e getta da due lire. Ci sono ditte cinesi che li producono e vendono online. E li chiamano “refugee Dinghies”, “gommoni per rifugiati”. (Fonte: (LINK)

E questo è esattamente quello che fanno gli scafisti. I “Dinghies” sono fatti per arrivare al limite delle acque territoriali libiche. Lì poi ci sono le navi e quelle – dicono gli scafisti a chi scappa dalla Libia – vi possono salvare.

Ma quali navi? Le missioni europee Triton e Eunavfor Med incrociano molto più a Nord, quasi in acque italiane. Casualità. O forse una strategia per evitare il “pull factor”, come suggerisce uno studio della Goldsmith University di Londra. Ma i gommoni partono lo stesso – e vanno a fondo lo stesso. Anzi, ne partono sempre di più. E così le imbarcazioni delle ONG – e, in parte, anche le navi della guardia Costiera italiana – sono costrette ad avvicinarsi sempre di più al confine delle acque libiche. Si crea così un sistema perverso in cui sia i naufraghi che le ONG diventano pedine di un gioco – un gioco al massacro, che sta per diventare – se possibile – ancora più sporco. (Fonte: LINK)

Certo, se non ci fossero navi al largo della Libia il gioco non funzionerebbe – si dice qualcuno. Sì, magari lì per lì affogano un po’ di persone. Ma a lungo andare le partenze si fermerebbero. L’idea non è nuova. Vi ricorderete: lo avevano detto anche ai tempi di “Mare Nostrum”. La teoria è smentita da vari studi. Ma non importa: mentre il numero di partenze e il numero di morti in mare viaggia verso nuovi, terrificanti record, sempre più persone in Europa dicono una sola cosa: le ONG devono sparire. (Fonte: LINK)

E come? Volontari come Catambrone e Höppner, organizzazioni come “Medici senza frontiere” e “Save the Children” sono eroi popolari che agiscono per spirito umanitario. Ma se così non fosse? Se invece gli eroi senza macchia e senza paura avessero un secondo fine? E se fossero tutti parte di un piano?

Gli eroi, si sa, sono come acrobati: tutti applaudiamo il loro coraggio ma, sotto sotto, l’emozione più grande è vederli cadere.

Tutti abbiamo qualche segreto. E se qualcuno vuole portarlo alla luce basta che guadagni la nostra fiducia. E qui entra in gioco la IMI Security. IMI Security è un’azienda italiana per la sicurezza in mare fondata da Christian Ricci, un ex ufficiale della Guardia Costiera. L’azienda ha già lavorato in missioni anti-pirateria. È un partner con esperienza – così pensa l’armatore della Vos Hestia, la nave dell’organizzazione umanitaria “Save the Children”. Un partner di cui ci si può fidare.

Solo che Ricci non vede di buon occhio l’attività delle ONG: anche se hanno buone intenzioni i volontari finiscono per avvantaggiare gli scafisti – pensa l’ ex ufficiale – non del tutto a torto. E pensa che le ONG dovrebbero impegnarsi di più per fermare i traffici.

Dove Ricci vede un problema tecnico-giuridico, alcuni suoi colleghi fiutano un’opportunità politica. Nell’ottobre 2016 Pietro Gallo e Floriana Ballestra, due ex poliziotti inseriti nel team della IMI Security contattano i servizi segreti e poi due politici: Alessandro Di Battista del “Movimento 5 Stelle” e il segretario della Lega Nord Matteo Salvini. Vogliono denunciare una cosa clamorosa: le ONG collaborano cogli scafisti. (Fonte: LINK)

Dibattista non risponde. Il segretario della Lega – riferisce Gallo in un’intervista rilasciata quest’anno al Fatto Quotidiano – è invece molto interessato alla storia dei due ex poliziotti e chiede loro di passare foto e registrazioni al suo ufficio (una circostanza confermata in un question time alla Camera dallo stesso Salvini). Fatto strano: Salvini non fa uso pubblico delle informazioni che riceve dai contractor. Almeno non subito. Sembra aspettare il momento giusto. E il momento arriverà presto. (Fonte: (LINK)

Perché una volta lanciata, la corazzata anti-ONG viaggia veloce. A ottobre 2016 parte la denuncia dei due ex poliziotti. È opportuno ricordare che a questo punto la denuncia è molto specifica, come Gallo tiene a precisare – e in sostanza è questa: quando soccorrono un barcone le ONG non fanno nulla per identificare o far arrestare gli scafisti. Omessa denuncia di reato, si chiama. Niente di più, niente di meno.

Poche settimane dopo, nel novembre 2016, un think-tank olandese vicino ad ambienti della destra anti-europeista pubblica un articolo (LINK) in cui si ipotizza per la prima volta la collusione tra le ONG e gli scafisti – l’articolo si diffonde rapidamente nei forum della destra anti-immigrazione. Quasi in contemporanea la teoria figura anche in un rapporto confidenziale dell’agenzia europea per la sicurezza delle Frontiere Frontex (LINK). La cosa resta però confidenziale per poco: passano pochi mesi e il direttore di Frontex Fabrice Leggeri parla apertamente colla stampa di alcune non meglio definite irregolarità nel lavoro delle organizzazioni (Fonte: LINK).

Ma – sorpresa – è in Italia che il tamtam contro le ONG comincia a mostrare i suoi veri effetti.

Una buona spy story d’azione non è tale se non c’è un ligio funzionario che per eccesso di zelo o di ego è pronto a tutto per far regnare l’ordine. E questo è il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro.  

Zuccaro è un uomo di punta dell’antimafia con un passato sul campo nella Guardia di Finanza. Tra i colleghi ha fama di magistrato integerrimo, rigoroso, compassato.

Il suo rigore tende però a venire meno quando sul banco degli imputati ci sono degli stranieri – magari dei richiedenti asilo, come ha ricostruito il giornalista Francesco Floris. Così nel 2014 Zuccaro gestisce per esempio il caso di un 21enne siriano sospettato di terrorismo, Morad Al Ghazawi. L’intera accusa si basa su una foto di un documento trovata sul suo cellulare. Secondo Zuccaro e il suo team è un attestato dello Stato Islamico. In realtà è un meme che riguarda un cantante siriano. Ma tanto basta: Al Ghazawi si fa 16 mesi di carcere prima di essere assolto perché il fatto non sussiste. (Fonte: LINK)

Ma nonostante il piccolo inciampo il suo astro è ancora in ascesa quando, all’inizio del 2017 avvia un’indagine conoscitiva sull’attività delle ONG. E con rapidità formidabile, alla fine di marzo può già presentare gli esiti della sua inchiesta davanti alla commissione parlamentare sull’attuazione del piano Schengen. E in virtù della stima di cui gode, le sue parole hanno un peso considerevole (Fonte: LINK).

E che cosa dice, il rigoroso magistrato? Dice che non capisce come mai ci sia un “proliferare così intenso” di missioni umanitarie davanti alle coste libiche. Il pensiero che possa essere per via dei tanti morti apparentemente non lo sfiora.

Ma ci sono sì o no contatti tra ONG e scafisti? – incalzano i membri della commissione. Qui Zuccaro inizia una strana circonlocuzione che vorrei riportare letteralmente, perché mostra efficacemente quanto è sicuro dei risultati della sua inchiesta a questo punto: “Vedete, sul punto, sembra facile poterlo accertare, ma è tutt’altro che facile. Lo dico perché se qualcuno chiama prima una ONG e l’ONG interviene e poi ci si mette al sicuro chiamando anche la centrale operativa, io non saprò mai esattamente qual è stato il primo contatto, perché ovviamente non ho sotto controllo i telefoni che vengono chiamati. Quindi, è oggetto di una nostra indagine, ma non è facile riuscire ad accertarlo, eppure varrebbe la pena di farlo perché questo ci darebbe indicazione non necessariamente – attenzione – di un coinvolgimento, ma del fatto che effettivamente la possibilità di accedere facilmente, attraverso la consultazione di internet, a questi punti di contatto fa scattare un collegamento di fatto, obiettivo, tra gli organizzatori del traffico e queste ONG.”

Traduzione: non lo so. Come del resto dice esplicitamente di non sapere nemmeno come si finanzino le ONG.

Non lo sa, ma qualche idea se l’è fatta. E non vede l’ora di condividerle col mondo – magari lontano dalle sede istituzionali. Perché nelle settimane successive il ligio magistrato che parla solo sulla base di prove giudiziarie si toglie la toga e diventa un tribuno del popolo.

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E’ inarrestabile, Zuccaro. E ad ogni intervista a ogni apparizione televisiva fioriscono nuove ipotesi di lavoro, nuove teorie, nuovi scenari. Non ha più dubbi, il magistrato. Quello delle ONG è “gravissimo fenomeno criminale” paragonabile alla mafia. E all’improvviso la teoria del contatto tra ONG e scafisti – formulata molto cautamente davanti alla commissione un paio di settimane  prima – diventa certezza. (Fonte: LINK

Dice che c’è una registrazione in lingua araba che documenta una partenza concordata tra ONG e trafficanti. Strano: pochi giorni prima alla commissione aveva detto di non avere i telefoni sotto controllo. E la fantomatica registrazione non finirà mai agli atti.

Dalla prima – forse condivisibile – accusa, cioè che le ONG non collaborano a identificare gli scafisti, si passa a parlare così di giri di capitali, di trafficanti che finanziano i salvataggi e di misteriosi personaggi con valige piene di soldi che salgono di notte a bordo delle navi. Ormai siamo veramente alla spy story. Ci manca solo che parli di complotto internazionale per destabilizzare l’economia italiana.

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Come non detto.

Il metodo Zuccaro in effetti ha i suoi vantaggi. Così per esempio io potrei dire che non ho prove giudiziarie per affermarlo, però ho la certezza, che mi viene da fonti di conoscenza reale ma non utilizzabile processualmente che il Procuratore di Catania è un razzista mitomane e che dovrebbe essere rimosso dalla carica. Potrei.

All’epoca però le teorie del magistrato vengono accolte con entusiasmo bipartisan da tutto il mondo politico: dal capo della Lega Matteo Salvini fino al segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, tutti dicono una sola cosa: C’è qualcosa di molto sordido nel lavoro delle organizzazioni umanitarie. (Fonte: LINK)

Lo stesso si può dire dei media. Mentre fino all’aprile 2017 le teorie del complotto riguardanti le ONG erano limitate a forum, blog e media della destra anti-immigrazione, dal maggio di quell’anno quasi tutti gli organi di stampa parlano di “contatti sospetti”, “finanziamenti poco chiari” e di “rete criminale”.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che i bilanci delle organizzazioni sono liberamente consultabili online e che – almeno per quanto riguarda le ONG tedesche – tutti i conti sono regolarmente sottoposti al controllo del ministero delle Finanze. Oppure magari basterebbe chiedere a un’altra procura se effettivamente vi siano, come sostiene Salvini, informazioni dei certe servizi segreti su contatti tra ONG e scafisti.

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Questo è il procuratore di Siracusa Francesco Paolo Giordano, anch’egli coinvolto nell’indagine conoscitiva. Ma la sua voce, come quella dei pochi giornalisti critici che mettono in dubbio le teorie di Zuccaro, sono sommerse dall’improvviso afflato di legalità che scuote il paese.

Un afflato di legalità che arriva fino ai vertici del governo.

Non è che il governo Gentiloni finora abbia ignorato la questione. In realtà ha già lavorato parecchio per fermare i flussi migratori, ma lo ha fatto prevalentemente sull’altra sponda del Mediterraneo, in Libia. Nel febbraio del 2017 Gentiloni e il presidente del governo di accordo nazionale di Tripoli Fayez al Serraj firmano un documento di intesa (Fonte: https://openmigration.org/analisi/tutto-quello-che-ce-da-sapere-sullaccordo-italia-libia/) in cui la Libia, in cambio di una più stretta collaborazione coll’Italia e l’Europa, si impegna a fermare le partenze. Che cosa vuol dire? Vuol dire che il governo libico si impegna ad arrestare e internare gli immigrati illegali in campi di prigionia – campi che un documento riservato del ministero degli Esteri tedeschi aveva definito “simili a campi di concentramento” (Fonte: LINK).

E quando i tedeschi parlano di “campi di concentramento” c’è da credergli.

Sulla questione delle ONG però il governo fino al maggio del 2017 ci va cauto. L’ondata giustizialista scatenata dalle dichiarazioni di Zuccaro è però sempre più difficile da contenere. E soprattutto c’è la destra anti-immigrazione che incombe. Lo dice senza mezzi termini il ministro degli Interni Marco Minniti all’inizio di maggio in un’intervista a Repubblica: “Il populismo – dice Minniti – vive e ingrassa della paura del Paese. E per tenere viva la paura è necessario coltivare un’ossessione”. (Fonte: LINK)

E l’ossessione di tutti al momento è una sola: la “smoking gun”, la pistola fumante. Cioè: in tutto questo carosello di supposizioni, scenari e ipotesi manca una cosa. Manca la prova concreta che le ONG sono in combutta coi trafficanti. Ma niente paura: se cerchi bene una pistola la trovi sempre. Anche se devi costruirtela da solo.

In più di sei mesi di imbarco gli agenti di IMI Security non hanno praticamente documentato niente di sospetto sulla “Vos Hestia”: niente segnali notturni agli scafisti, niente piani occulti, niente ammissioni di secondi fini. Ma c’è un’organizzazione tedesca con un’altra nave che sembra fare più al caso degli inquirenti. Si chiama “Jugend Rettet”, i giovani salvano, ed è stata fondata da un gruppo di studenti molto entusiasti e politicamente attivi che hanno raccolto fondi tra amici e familiari per comprare un vecchio peschereccio. L’entusiasmo, si sa, è come una malattia – contagioso, ma a volte pure fatale.

La nave di “Jugend Rettet”, la “Iuventa”, è particolarmente attiva e opera molto vicino al limite delle acque libiche – abbastanza da attrarre l’attenzione degli infiltrati della IMI Security. E nel giugno del 2017 i ragazzi di “Jugend Rettet” forniscono finalmente la pistola fumante che tutti stavano cercando. Durante il soccorso di diverse imbarcazioni, una barca dell’organizzazione prende a rimorchio un gommone degli scafisti – i portavoce dell’ONG dicono in seguito: per rimuoverlo dall’area di operazioni. Lo portano verso la Libia e in pratica lo riconsegnano agli scafisti. È la prova che tutti aspettavano: le ONG aiutano i traffici.

Da bordo della “Vos Hestia” gli agenti fotografano tutto. C’è n’è abbastanza per tirare su un procedimento penale (LINK).

E così si arriva alla fine di giungo del 2017. Nella nostra spy-story potremmo chiamarlo il momento della resa dei conti.

Si comincia in Germania. Ricordate la “Cap Anamur”? Ricordate le telefonate al vetriolo tra Berlino e Roma? Ecco… Nonostante organizzazioni umanitarie tedesche siano da mesi sotto tiro della magistratura italiana, a Berlino non vola una mosca. Anzi. A dare il via alla crociata giudiziaria contro le ONG è proprio una procura tedesca: il 26 giugno la procura di Dresda attiva un procedimento contro l’organizzazione “Mission Lifeline”, accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. (Fonte: LINK)

E’ un fulgido esempio di giustizia profetica che farebbe molto contento lo scrittore di fantascienza Philip K. Dick – quello di “Minority Report”. Perché quando partono gli avvisi di garanzia la “Mission Lifeline” non ha nemmeno una nave.

E’ suonata la carica: Appena un giorno più tardi il ministro Minniti annuncia di voler chiudere i porti alle ONG (Fonte: LINK). Nelle settimane successive poi il ministro elabora un codice di comportamento (Fonte: LINK) che le ONG sono tenute a firmare se vogliono continuare a usare i nostri porti. Il codice prevede un rigoroso controllo da parte delle autorità italiane.

Solo tre su nove ONG firmano. I giovani entusiasti di “Jugend Rettet” non sono tra questi.

E’ il momento di fare scattare la trappola: All’inizio di agosto la procura di Trapani ordina il sequestro della “Iuventa”. Ci sono “gravi indizi di contatti con i trafficanti” si legge nella motivazione. Quali? Non si sa. Ma il Procuratore di Trapani Ambrogio Cartosio fa però un distinguo importante che sembra quasi un richiamo all’ordine per il suo collega Zuccaro: “La mia personale convinzione è che lo facessero per motivi umanitari” – dice Cartosio. E aggiunge: “Un collegamento stabile tra la Ong e i trafficanti libici è pura fantascienza.” (Fonte: LINK)

Ma il segnale è stato dato: le ONG sono ora ufficialmente sotto accusa.

Nonostante gli attacchi giudiziari, nonostante la campagna mediatica, nonostante la pioggia di insulti online – nonostante persino il prevedibile calo dei contributi volontari dovuto a sei mesi di attacchi martellanti… le ONG continuano a lavorare. E continuano a salvare vite.

Ma una cosa è essere sotto tiro di qualche testa di cuoio da tastiera – un conto è essere sotto il tiro di milizie armate. Specie se i proiettili li paga chi in teoria dovrebbe difenderti.

Nel luglio 2017 l’Unione Europea ha stanziato – su pressione dell’Italia – 46 milioni di euro al governo di Tripoli (Fonte: LINK). Ma è solo un acconto: in totale ci sono sul tavolo quasi 300 milioni. Una cifra considerevole. (Fonte: LINK).

E a chi vanno? Vanno in prevalenza al rafforzamento della guardia costiera. Beh… Bene, no? La guardia costiera libica può salvare i migranti e fermare i traffici. Problema risolto.

Peccato che la sedicente guardia costiera sia formata quasi interamente da miliziani, guerriglieri e trafficanti. E questi non vanno per il sottile: ad agosto la nave dell’organizzazione spagnola Pro Activa Open Arms viene minacciata dall’equipaggio di una motovedetta. Parlando via radio i presunti militari dicono: andatevene, questo adesso è il nostro territorio. E non dicono per dire: a settembre militari che si identificano come funzionari della guardia costiera sparano e assaltano la nave di “Mission Lifeline”, a novembre un’imbarcazione della guardia costiera tenta di speronare la Sea Watch.

E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Delle nove organizzazioni presenti in mare all’inizio dell’estate sette ritirano le navi. Il pericolo per il personale è troppo elevato. “Save the Children” chiude le operazioni. Catambrone e la sua MOAS spostano le attività nel subcontinente asiatico, dove vanno a prestare aiuto ai profughi Rohingya in fuga dalla Birmania. Apparentemente l’ex dittatura militare è un interlocutore più civile dell’Unione Europea. Höppner e la sua Sea Watch restano.

Restano. Ma non hanno più molto da fare. Perché di colpo il mare si è come svuotato. I telefoni di emergenza tacciono. Nel Canale di Sicilia ci sono solo pochi, isolati barconi.

Che cosa è successo? Magari senza l’aiuto delle ONG gli scafisti hanno chiuso davvero bottega? O magari è venuto meno il pull factor che spingeva così tante persone a rischiare la vita in mare. Alla fine allora Ricci, Zuccaro e Salvini avevano ragione, insomma.

Non proprio.

E’ successo che quelle stesse milizie che facevano soldi mettendo la gente in mare per farla venire in Italia hanno scoperto che si possono fare ancora più soldi tenendola lì quella gente. Coi soldi dell’Italia e dell’Unione Europea il governo di Tripoli paga i miliziani per bloccare il traffico che loro stessi gestivano. Da scafisti sono diventati carcerieri – come conferma un rapporto delle Nazioni Unite (Fonte: LINK).

Chi cerca di scappare – magari a bordo di imbarcazioni di fortuna – adesso viene catturato, picchiato duramente e poi sbattuto in uno dei campi di prigionia. Ci sono video che lo dimostrano. (Fonte: LINK)

La nostra spy story potrebbe finire qui, con un’immagine della spiaggia di Sabratha, a Est di Tripoli, dove ogni mattina si radunavano centinaia di migranti per salire sui gommoni. Adesso la spiaggia è deserta. C’è solo il rumore del mare. E le grida dei gabbiani. (Fonte: LINK)

Beh, almeno i migranti non rischiano più la vita in mare.

Non proprio.

Se ci si sposta di qualche chilometro dalla spiaggia, infatti, ci si imbatte in una grossa struttura recintata con filo spinato. Dentro ci sono centinaia di persone – uomini, donne e bambini. Vengono dal Sudan, dall’Eritrea, dalla Somalia. Sono magri, coperti di lividi ed escoriazioni. Le donne si tengono in disparte.

Ogni tanto arrivano dei libici armati che caricano gli uomini su un camion colpendoli con bastoni elettrici – come bestiame. Altre volte vengono a prendere una o più donne per portarle nelle baracche delle guardie.

Nel novembre 2017 il Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Zeid Ra’ad Al Hussein, dopo aver visitato la Libia, parla di un “oltraggio all’umanità” (Fonte: LINK): i detenuti sono malati e deperiti. Non ci sono gabinetti. Torture e stupri sono all’ordine del giorno.

E da allora la situazione è solo peggiorata: la cosiddetta guardia costiera libica intercetta al momento circa l’85 per cento di coloro che cercano di scappare dal paese. I campi di detenzione sono stracolmi: non si sa quanti detenuti siano morti di stenti e malattie (Fonte: LINK).

E tutto questo, val la pena ripeterlo, è pagato con soldi nostri.

Ma almeno i loschi traffici delle ONG sono venuti alla luce.

Non proprio.

Cinque inchieste giudiziarie con più di 40 di avvisi di garanzia si sono susseguite dopo il sequestro della “Iuventa”: è stata perquisita la “Vos Hestia”, sequestrata la “Golfo Azzurro” di Pro Activa Open Arms, si è indagato su presunte attività illecite di Sea Watch e – pochi mesi fa – il sempre solerte Zuccaro ha avviato un’indagine contro l’organizzazione SOS Mediterranée per smaltimento illecito di rifiuti. Le inchieste hanno coinvolto quattro procure e decine di collaboratori.

Il risultato? Nessun processo, nessuna condanna. Niente. Un’inchiesta fantasma.

Ma almeno, come diceva Minniti, la linea dura è servita a fermare l’avanzata dei populisti.

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E ora… Ora che il nuovo governo giallo-verde ha di fatto chiuso i porti a chi salva persone in mare, ora che le poche navi umanitarie rimaste vagano come vascelli fantasma nel Mediterraneo – bussando a ogni porta come la bambina di Hiroshima cantata da Hikmet – ora che le partenze si sono ridotte drasticamente ma di mille persone che partono dieci in più ne crepano rispetto agli anni scorsi, ora che in Libia i lager traboccano di persone e il mercato degli schiavi va alla grande… Ora ci si immaginerebbe che almeno una persona – chessò un magistrato, un politico, un giornalista – dicesse: mi dispiace. È stato tutto un errore.

Uno, per la verità, c’è. È Pietro Gallo, l’ex poliziotto diventato esperto di sicurezza diventato informatore: “Quando sento che 170 persone sono morte, perché non c’era nessuno a soccorrerle – dice al Fatto Quotidiano – io oggi mi sento responsabile. In 8 mesi di navigazione ho contribuito a salvare 14mila persone. So di cosa stiamo parlando. Il mio obiettivo non era questo”.

È qualcosa.

E anche se la pensate diversamente, se anche pensate che le ONG abbiano agito fuori dalla legge, anche se credete che non possiamo davvero aprire le braccia a tutti quelli che arrivano per mare, anche se dite “Ma quali donne e bambini? Quali rifugiati? Sono tutti ragazzi che vengono qua per spacciare e rubare”… almeno sarete d’accordo con me che non possiamo guardare dall’altra parte quando ci sono 15.000 cadaveri di bambini in fondo al mare in cui ci tuffiamo d’estate. È una questione di civiltà.

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Testi

Leviatano (parte prima), i testi del secondo episodio

Immaginate di essere su una barca. È una chiara mattina d’ottobre. Il sole scintilla sul mare. Un gabbiano passa a volo radente sopra le onde. La barca – un peschereccio lungo 20 metri e largo 6-7 – beccheggia dolcemente. Bello, vero? Ora immaginate che con voi in questi 20 per 7 metri siano stipate altre 480 persone.

Non sapete quanto dista la terra. Intorno c’è solo mare. Un mare che si gonfia sempre di più ad ogni raffica di libeccio.

E la barca sta prendendo acqua. Prende acqua perché nello scafo ci sono dei buchi di proiettile. A sparare è stato l’equipaggio di una motovedetta libica.

Ma i libici ora non ci sono più. C’è solo il mare. E la barca che affonda lentamente con 480 persone a bordo. Tra loro più di 100 bambini.

Sono famiglie di siriani in fuga dalla guerra. Famiglie di classe media, che fino a pochi mesi prima abitavano in belle case con giardino e guidavano automobili tedesche: professionisti, medici, imprenditori. Erano arrivati in Libia regolarmente, coll’aereo, perché in Libia all’epoca per i siriani non serviva un visto. E quando si scappa dalle bombe si va per le spicce.

Solo che in Libia avevano trovato un’altra guerra civile. E allora avevano preso gli ultimi soldi che avevano e li avevano dati a un tunisino che prometteva di portare le famiglie al sicuro – in Italia.

L’Italia a mezzogiorno di questa chiara mattina di ottobre non è nemmeno tanto lontana. Poco più di 100 chilometri. La distanza tra Firenze e Bologna. Ma la barca continua ad affondare. È partita una chiamata di soccorso. Ha risposto la centrale della Guardia Costiera. Va tutto bene – dicono dalle centrale -– i soccorsi stanno arrivando. Le famiglie a bordo tirano un sospiro di sollievo.

Il tempo passa. La barca si inabissa poco alla volta. Il mare intorno rimane vuoto.

Partono altre chiamate. “Stiamo morendo. Perfavore aiutateci”, dicono da bordo. Ancora rassicurazioni. E ancora non si vede nessuno. C’è una nave militare italiana a poche miglia. Ma non viene allertata.

Cinque ore. Passano cinque ore, in cui il comando di squadra navale italiano cerca di scaricare il recupero dei naufragi sulla Marina maltese. (Ascolta l’audio della Guardai Costiera)

La barca affonda e il mare si ingrossa. L’orizzonte è sempre deserto. Inizia a crescere la paura. I passeggeri si agitano. All’improvviso, alle cinque di pomeriggio, la barca si rovescia. 480 persone finiscono in mare.

I soccorsi italiani stanno finalmente arrivando, ma è troppo tardi.

I genitori cercano di tenere vicini i bambini, ma è difficile. I vestiti appesantiscono i movimenti. Le braccia annaspano. Le gambe diventano pesanti. La stretta intorno a quei piccoli corpi che piangono e gridano si allenta. Scivolano via tra le braccia dei genitori. Scivolano e vanno giù. Giù.

268 persone sono annegate. 60 di loro erano bambini.

“Il naufragio dei bambini”, come è stato chiamato poi, non è la prima strage che si consuma sotto gli occhi delle autorità marittime nel Mediterraneo Centrale, ma è sicuramente una delle più atroci. Per chi ha figli – ma anche per chi non li ha – è difficile immaginare una storia dell’orrore più terrificante di questa.

Eppure i naufragi nel Mediterraneo sono diventati quasi un rumore di fondo nel clamore mediatico che circonda la questione immigrazione – un basso continuo ricorrente e inevitabile come le onde del mare.

Nessuno sa di preciso quante persone sono morte nel braccio di mare che separa l’Europa dall’Africa. Contando solo le vittime accertate dal 2000 a oggi si arriva intorno alle 50.000 persone – una città grande come Pordenone. Ma questi sono numeri. Il dolore, la paura, la dilaniante incertezza di non sapere che cosa sia successo ai tuoi cari – quelli non li puoi misurare.

Persino un naufragio con più di 100 morti come quello avvenuto nel gennaio 2019 davanti alle coste libiche non è più fonte di sensazione – e viene dilavato rapidamente da nuove polemiche sul blocco delle frontiere, sulle responsabilità politiche e legali, mentre la città in fondo al mare accoglie sempre più cittadini.

E’ cinismo? Abitudine? O c’è dell’altro?

E’ vero: E’ da quasi vent’anni che le notizie di barconi alla deriva riempiono periodicamente le cronache. Ma l’atteggiamento della politica, dei media – e soprattutto il nostro di comuni cittadini – è cambiato molto nell’arco di pochi anni.

Per capire che cosa è successo, forse è il caso di tornare colla memoria a quei giorni del 2013.

Il “naufragio dei bambini” è accaduto in un mese nero nella già drammatica storia dei naufragi del Mediterraneo: Una settimana prima, il 3 ottobre, un altro peschereccio con 570 persone a bordo era andato a picco a poca distanza da Lampedusa: 368 morti.

“L’ecatombe di Lampedusa”, “Strage di migranti, l’Italia in lutto”, “La strage della vergogna” titolano i giornali (LINK). E anche i commenti agli articoli sono pieni di dolore e rabbia per la tragedia avvenuta. E la politica – da destra a sinistra – non è da meno.

Questo è l’allora ministro degli Interni Angelino Alfano, già Forza Italia, ora Nuovo Centrodestra – non un comunista buonista, ma un uomo di destra – che riferisce alla Camera sul naufragio. Si dice scosso e addolorato. E proclama il lutto nazionale. Una tragedia del genere, dice Alfano, non deve più ripetersi. E, per una volta, non sono parole al vento: Di lì a poco l’Italia lancerà la Missione navale Mare Nostrum – la più grande missione di monitoraggio e soccorso nel Mediterraneo. In un anno di attività la missione salverà la vita a 140.000 persone.

Ora facciamo un salto di un anno e mezzo. Mare Nostrum non c’è più. L’Unione Europea non ha voluto farsi carico del rifinanziamento della missione. Il ministro degli Interni tedesco dice che la missione è diventata un ponte tra l’Africa e l’Europa. Un “pull factor”, un “fattore di attrazione” per i disperati. Sta arrivando troppa gente. Il ponte deve saltare.

E il ponte salta.

Ma la gente continua ad arrivare – anzi… gli sbarchi aumentano. Alla faccia del “pull factor”.

E’ il 18 aprile del 2015. Un’altra barca, un altro peschereccio di 20 metri è in rotta dalla Libia verso l’Italia. A bordo ci sono più di mille persone. Verso sera la Guardia Costiera riceve una richiesta di aiuto. C’è una nave mercantile nelle vicinanze che fa rotta verso le coordinate del barcone. I soccorsi arrivano, ma l’operazione di salvataggio prende una piega inattesa: per un errore di manovra il barcone si avvicina troppo alla nave. I passeggeri, nell’ansia di salire a bordo, si spostano tutti da un lato. Il peschereccio si rovescia si rovescia e cola a picco. L’aspetto atroce di questa vicenda è che, apparentemente molti passeggeri erano chiusi a chiave nella stiva.

Tre anni ci sono voluti per recuperare e riconoscere le vittime. Dei passeggeri non si è salvato quasi nessuno.

E una delle prime voci che commentano questa immensa tragedia – forse la più ingente mai avvenuta nella storia recente nel Mediterraneo – è una voce nuova che si è da poco affacciata sulla scena politica. Questa:

AUDIO (Salvini)

Questo è il nuovo segretario della Lega Nord e futuro ministro dell’Interno Matteo Salvini intervistato a poche ore dal naufragio. Niente lutto, niente sentimentalismi: Salvini va al sodo. Vuole un blocco navale militare nel mediterraneo.

Colla prospettiva di oggi qui il giovane segretario appare quasi come un moderato. Ma c’è qualcosa di nuovo nell’aria. D’accordo, Salvini non è il primo nel suo partito a chiedere misure drastiche contro gli sbarchi – nel 2011 il deputato della Lega Francesco Speroni aveva detto che bisognava “sparare ai barconi”. Ma è la prima volta che, di fronte a una tragedia umanitaria, un segretario di partito ci va giù così pesante. E il suo partito in quel momento è in vertiginosa ascesa.

E’ giovane, Salvini, ma è già un politico esperto. Perché ha il polso della situazione. Nei commenti agli articoli sul naufragio e nei social media la discussione infatti ha assunto un tono molto diverso rispetto a quello di un anno e mezzo prima. Sì, ci sono ancora i messaggi di cordoglio e le accuse al governo. Ma ci sono anche altri messaggi.

“Non ci credo… Troppo bello per essere vero”
“Cazzo finalmente qualcuno muoreeee!!!”
“Affondasse tutta l’Africa”
“Dai, se non sono 700 mi va bene anche 699”
“Godoooooo, devono affogare tutti questi invasori”
“Peccato così pochi”
“700 parassiti in meno da mantenere, affondasse anche il Parlamento con tutto il governo avremmo fatto bingo”.

(Fonte)

Troll, mitomani, dirà qualcuno. Sono voci isolate, è vero. Ma è successo qualcosa in quell’anno e mezzo. E’ successo che per tanti quelle persone intrappolate nella stiva del peschereccio andato a fondo il 18 aprile e anche i bambini dell’ottobre del 2013 e le altre vittime di naufragi nel Mediterraneo sono diventati i personaggi di un’altra, diversa storia dell’orrore – una storia in cui, paradossalmente, i mostri sono loro: i naufraghi.

Come è potuto avvenire questo rovesciamento? La spiegazione è un po’ complicata. Cerco di farla breve anche se in realtà sono pezzi di un mosaico molto più grande.

Semplificando, possiamo ridurre la spiegazione a tre fattori.

Il primo: nell’anno e mezzo che separa le due stragi in mare il numero di persone in arrivo sulle coste europee è aumentato significativamente. In Italia è quasi triplicato – da 50.000 nel 2013 a 140.000 nel 2014. Le ragioni sono molteplici. Da un lato, come abbiamo visto, la Libia è diventato un rifugio per decine di migliaia di siriani in fuga dalla guerra. Solo che proprio nel 2014 il fragile equilibrio politico che regge il paese dalla caduta del clan Gheddafi va in pezzi e anche qui comincia una sanguinosa guerra civile.

I siriani hanno soldi – e nessuna voglia di restare nel paese. I libici lo sanno e sono pronti ad offrire loro una via d’uscita: il mare. Il business degli scafi esisteva già, ma è coi soldi dei siriani che inizia a diventare una struttura veramente organizzata. E ad approfittarne sono le milizie armate che si contendono il controllo del territorio – e soprattutto quello dei porti. Le milizie hanno però un altra fonte di finanziamento: gli immigrati africani. Giunti nel paese da tutta l’Africa subsahariana per lavorare nei cantieri edili, i “neri” nella guerra civile diventano merce di scambio: vengono presi in ostaggio o venduti al mercato degli schiavi. E se vogliono scappare dall’inferno c’è un’unica strada: il mare. Il passaggio, naturalmente, lo offrono loro – le milizie. E così si crea un circolo vizioso che di fatto dura ancora oggi. (Fonte: IOM)

Sì vabbeh, ma allora è giusto che gli italiani siano preoccupati. Mica possiamo prenderli tutti noi… Eh ho, perché degli immigrati sbarcati in Italia solo pochissimi restano. Nelle strutture di accoglienza c’è posto per poche migliaia di persone. Gli altri vivono per strada. E allora i più vanno verso Nord: Svizzera, Germania, Svezia. E nel 2014 la polizia smette quasi completamente di registrare i nuovi arrivati. (FONTE)

Ma vallo a spiegare a quelli che postano foto del concerto dei Pink Floyd in Piazza San Marco scambiandolo per un porto libico assediato da africani che vogliono venire in Italia (VIDEO). E questo ci porta al fattore numero due.

Tra il 2013 e il 2015 il dibattito politico si è spostato progressivamente su una nuova piattaforma: i social network. Secondo uno studio dell’istituto di ricerca americano Pew Center tra il 2010 e il 2014 il numero di persone che usano i social come principale fonte di informazione sui dibattiti politici è raddoppiato.

A differenza dei media tradizionali come giornali e TV i social sono una pubblica piazza in cui ognuno può dire quello che vuole. Il che è pure una bella cosa, se non fosse che – appunto – ognuno può dire quello che vuole, non importa se vero o no. Ed è proprio nel 2015 che la politica scopre un nuovo strumento di propaganda: le “fake news” virali. Sì, è vero, Internet è sempre stato pieno di bufale – dai rettiliani al pianeta Niribu, dagli Illuminati alle scie chimiche. Ma è dalle campagne elettorali sul Brexit in Gran Bretagna e dalle presidenziali USA che i social cominciano a riempirsi di foto taroccate, video sfocati e tanti, tantissimi messaggi – tutti, naturalmente, in maiuscolo – che evocano scenari catastrofici. E una porzione sostanziale di questi messaggi riguarda proprio loro, gli immigrati.

Ci sono le foto di uomini barbuti che sventolano bandiere dell’ISIS spacciate per rifugiati che attaccano la polizia in vari paesi d’Europa – e invece sono salafisti tedeschi a una manifestazione nel 2012, quando lo Stato Islamico era ancora un piccolo nucleo attivo solo in Iraq. C’è la foto della nave con migliaia di persone a bordo – e molte di più che cercano di salire – collocata di volta in volta in Libia, Egitto e Turchia – mentre in realtà ritrae una nave albanese diretta in Italia nel 1991. E ancora un video con persone di aspetto mediorientale che sembrano prendersela con gente sta portando loro pacchi di viveri – una protesta contro cibo non-halal, secondo alcuni; in realtà un picchetto di protesta contro la violenza della polizia alla frontiera serbo-macedone. E tanti, tantissimi altri.

Ma non sono solo i social media: Se guardiamo con quali parole i giornali hanno commentato i naufragi del 2013 e poi le confrontiamo colle parole usate per descrivere i fatti dell’aprile 2015 vediamo che nel primo caso prevalgono espressioni emotivamente forti – tragedia, bambini, cadaveri – nel secondo caso si parla invece di più di problemi: di politica, di Libia, di migranti e clandestini. Alla pietà subentra l’ansia.

E forse non è un caso che proprio in questo momento la questione immigrazione domini i pensieri dei cittadini europei: secondo i sondaggi condotti dall’Unione Europea – il cosiddetto Eurobarometro – tra il 2014 e la primavera del 2015 l’immigrazione è diventata – di botto – la principale preoccupazione dei cittadini europei. E questo ancora prima che arrivi la grande carovana di profughi di guerra siriani provenienti dalla Turchia.

E mentre la politica tradizionale fatica a stare al passo con questi sviluppi c’è chi la nuova onda la cavalca da professionista. E la alimenta.

Ed ecco il terzo, decisivo fattore: in molti paesi d’Europa forze della destra populista e radicale stanno avanzando nei sondaggi. In Francia, Olanda e Austria sono date come primo partito. Tutti questi partiti – dall’FPÖ austriaco al Front National francese, dallo UKIP britannico al Partito della Libertà olandese – hanno una cosa in comune: vogliono chiudere le porte all’immigrazione. E anche in Europa orientale – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – la questione immigrazione diventa il cardine del dibattito politico.

Poche settimane dopo il naufragio dell’aprile 2015 un altro personaggio appare sull’orizzonte politico del Pianeta. E lo fa con queste parole:

“Quando il Messico ci manda la sua gente, non manda la gente migliore. Non manda la gente come voi. CI manda gente con un sacco di problemi e ci portano i loro problemi. Ci portano la droga. Ci portano la criminalità. Sono stupratori. Qualcuno, forse, è una brava persona”, dice Donald Trump nel discorso in cui inaugura la sua campagna elettorale.

Qualcuno è una brava persona – forse. Più chiari di così si muore.

In nessuno di questi paesi c’è un’emergenza immigrazione. E allora perché parlano tutti così tanto di immigrati – e con così grande successo?

Perché è un tema che più se ne parla, più divide – e la nuova destra sovranista lo sa bene. C’è uno studio dell’università di Düsseldorf che ha dimostrato che più il dibattito pubblico gira intorno alla questione immigrazione, e quindi più i media ne parlano, più una parte della popolazione tende ad assumere posizioni radicali – indipendentemente da quanti immigrati ci sono veramente. Repubblica Ceca e Polonia hanno rifiutato di sottoscrivere il patto ONU sui migranti per timore di “ondate migratorie incontrollate”. A quanto ammonta la quota di immigrati nei due paesi? 1,5 per cento delle popolazione in Repubblica Ceca e 0,04 per cento in Polonia. (Fonte)

Tutti, fino a prova contraria, siamo liberi pensatori. Ma quello che diciamo, pensiamo e sentiamo non è mai avulso da ciò che ci circonda.

Una caratteristica della natura umana è che siamo portati a prevenire i rischi prima che si concretizzino. E comunichiamo le nostre congetture – spesso in forma di storie. Per dire: Chi va per mare sa che è pericoloso. Ma dire: “occhio, qui si rischia la vita” non basta. E allora inventa storie di mostri marini, di balene bianche e leviatani. In altre parole: mentre un animale scappa quando vede avvicinarsi un predatore, l’uomo disegna una mappa e dice – come facevano gli antichi geografi – “occhio non andare qui che ci sono i draghi”.

Come nel caso dei mostri marini, a volte le storie che ci raccontiamo per prevenire i pericoli non sono molto accurate. Anche se le storie sono inventate, gli effetti che hanno sulle persone però sono molto molto reali. E i mostri che queste storie evocano sono sicuramente spaventosi – ma non sono i mostri che emergono dagli abissi del mare. Sono i mostri che dormono negli abissi della natura umana. E, a volte, questi mostri, si svegliano.

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L’invasione degli ultracorpi, i testi del primo epidosio

Ferragosto 2015. Ponte di Legno, vicino Brescia. È in corso la tradizionale Festa della Lega Nord. È agosto ma quassù fa un po’ fresco. Il cielo è coperto. L’atmosfera però è allegra. C’è musica: canzoni dialettali, cori della montagna. Nell’aria c’è l’odore della polenta e della carne alla brace.

L’ospite d’onore è, come di consueto, il segretario del Partito Matteo Salvini.

In questo Ferragosto un po’ nuvoloso il segretario ha tutti i motivi per essere contento: in un anno il suo partito ha dimenticato il magro 6,2 per cento preso alle elezioni europee del maggio 2014 e viaggia nei sondaggi a quota 15 per cento – meglio di Forza Italia. E il merito è tutto suo, di Salvini, che ha preso in mano un partito in pezzi, logorato gli scandali che hanno travolto il clan del Senatùr Umberto Bossi, e lo ha trasformato in uno degli schieramenti di punta della nuova onda nazionalista e anti-immigrazionista europea.

Insieme ai leader della destra radicale olandese, austriaca e francese il giovane segretario ha appena fondato una coalizione anti-europeista. Hanno idee diverse, gli amici di Salvini (leggi L’Espresso), ma su una cosa sono d’accordo: il male dell’Europa si chiama immigrazione.

E di immigrazione parla volentieri Salvini coi giornalisti accorsi a Ponte di Legno. E, nonostante il clima di festa, lo fa colla faccia scura e il tono di chi annuncia la catastrofe.

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E’ in corso un genocidio, dice Salvini. Un genocidio, che vuol dire quando un’intera popolazione viene sistematicamente massacrata, sterminata – come gli ebrei durante il nazismo o gli armeni sotto l’impero ottomano o gli herero e i nama per mano dei colonizzatori tedeschi in Namibia. E’ una parola terrificante. Ci si aspetterebbe che i giornalisti intervengano, chiedano spiegazioni: dove sono questi milioni di italiani trucidati – e da chi?

E invece no. E’ la retorica colorita del dinamico leader leghista. Una battuta. Passi.

Ma non è una battuta a caso. È la culminazione di una specie di storia a puntate – una storia a metà tra il thriller fantascientifico e il giallo. Ma per essere un giallo decente manca qualcosa: c’è una vittima (gli italiani). Mancano però il movente, l’arma del delitto – e un colpevole.

Giallo a puntate, dicevo: già alcuni mesi prima ai microfoni di Radio Padania Salvini aveva parlato di “pulizia etnica”.

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Nota‚ bene: Qui Salvini parla ancora separatamente di padani e italiani. Del resto all’epoca il suo partito si chiamava ancora “Lega Nord”.

La storia che Salvini racconta è così: non è vero che gli immigrati che arrivano in Europa scappano dalla miseria, dalla fame o dalla guerra – o che al limite vogliono semplicemente un futuro migliore. No. Vengono da noi con un piano di invasione, si diffondono, si mescolano a noi, si moltiplicano e, alla fine, ci sostituiscono.

Se, messa così, la storia suona familiare è perché è la trama di uno stranoto film di fantascienza degli anni ‘50: L’Invasione degli Ultracorpi.

Però in realtà è un mito molto antico, che probabilmente affonda le sue radici nell’alba del genere umano – quando l’homo sapiens portò all’estinzione il suo diretto contendente per la sopravvivenza, l’uomo di Neanderthal, e – per così dire – lo sostituì nella catena evolutiva (leggi QUI).

Un mito potente. E Salvini lo sa. Nei mesi successivi comincia addirittura a parlare specificamente di “sostituzione etnica” – un ritornello che ripeterà anche negli anni a venire

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L’idea, ovviamente, non è sua. Nella sua versione più moderna il mito della “sostituzione etnica” viene dalla penna di un intellettuale francese molto amato dalla destra, Renaud Camus. In un saggio del 2011 chiamato, guardacaso, “Le Grand Remplacement”, ovvero sia “La Grande sostituzione” Camus spiega: “E’ molto semplice: qui c’è un popolo e poi d’un tratto, nell’arco di una generazione, ecco apparire un altro popolo – o più popoli diversi.”  (leggi Le Monde)

Camus non ha proprio tutti i torti. In effetti nella storia vi sono stati genocidi che hanno portato a una vera e propria sostituzione etnica – di regola quando una popolazione più tecnologicamente avanzata occupava il territorio di una popolazione più primitiva – come è avvenuto nel Continente Americano nel XVI e XVII secolo, ad esempio. E in Australia nel XVIII e XIX. Noterete una costante: a perpetrare questi genocidi sono stati Spagnoli, Portoghesi, Inglesi e tedeschi – insomma, europei bianchi.

Questo aspetto però per Camus è marginale. No, gli europei semmai sono le vittime della grande sostituzione – un’oscura, inquietante profezia.

Il libro di Camus continua ad avere grande successo: non a caso, “The Great replacement” è anche il titolo del manifesto scritto dal terrorista razzista che nel marzo del 2019 ha ucciso 50 persone in due moschee di Christchurch in Nuova Zelanda. E anche quello spietato terrorista, guarda un po’, parla di “genocidio” e di “sostituzione etnica”.

Ma Camus, il Nostradamus della nuova destra, sta riciclando idee che circolano già da tempo. Alcuni fanno risalire il mito della sostituzione etnica in Francia a un romanzo scritto negli anni ‘70, “Le Camp des Saints”, di Jean Raspail – in cui un milione di rifugiati indiani approda in Costa Azzurra e, in sostanza, prende possesso della Francia.

Un arcano mito nato da un romanzo che diventa la base per una dottrina politica? Suona familiare? Eh sì: è la stessa storia dei “Protocolli dei Savi di Sion”, il famoso falso storico che è considerato il fondamento dell’antisemitismo moderno. La storia dei Protocolli è lunga e complessa e merita un approfondimento a sé. In breve: i Protocolli illustrano un piano di dominazione mondiale gestito da un’occulta rete di potenti religiosi ebrei. L’aspetto interessante è che già negli anni ‘20 si sapeva che i Protocolli erano una storia, un falso, una bufala, ma questo non ha impedito al Terzo Reich di usarli come una delle giustificazioni per l’Olocausto.

I Protocolli però hanno qualcosa in più, che la teoria della “sostituzione etnica” di Camus non ha. La sostituzione appare quasi come un fenomeno naturale – un prodotto dell’evoluzione demografica. Manca un piano, manca un’intenzione, una cabala. E manca un nemico.

Ed ecco il piano Kalergi.

Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi sarebbe probabilmente rimasto un nome noto soltanto agli storici della modernità. L’intellettuale austro-giapponese è sicuramente un personaggio molto interessante. Pacifista e cosmopolita, Kalergi crede fortemente nella necessità di un’ Unione di Stati europei per garantire la pace e la stabilità nel Vecchio Continente – un’opinione abbastanza impopolare nel periodo tra le due Guerre. Fonda per questo l’Unione Paneuropea, un movimento a cui hanno aderito nel tempo personaggi del calibro di Thomas Mann e Albert Einstein.

Ma non è per il suo pacifismo o il suo europeismo che Kalergi è improvvisamente diventato l’arcinemico dell’estrema destra europea. No. E’ grazie a un neonazista, negazionista e terrorista austriaco che si chiama Gerd Honsik.

Da giovane Honsik odiava l’Italia e tirava bombe incendiarie contro l’ambasciata italiana a Vienna. Poi cogli anni si è calmato e ha cominciato a scrivere libri. Libri dai titoli promettenti, come ad esempio “Assoluzione per Hitler” e a organizzare conferenze di gente che non crede all’Olocausto – una di queste in Iran.

Tra un processo per incitazione all’odio razziale e l’altro Honsik trova il tempo di leggere gli scritti di Kalergi e si imbatte in un passaggio che lo fa sobbalzare. Nel quarto capitolo del suo libro del 1925 “Idealismo Pratico” Kalergi, figlio di padre austriaco e madre giapponese, tesse le lodi della mescolanza tra razze diverse. E dice che, mentre in campagna le persone di un villaggio tendono a praticare l’endogamia, cioé ad accoppiarsi tra loro, in città c’è una maggiore mescolanza di popoli, razze e culture. Questo fa dell’uomo di campagna un uomo di carattere forte ma di spirito debole. L’uomo di città invece è intellettualmente più elevato, ma manca di carattere. Fin qui tutto bene.

Kalergi poi pronostica: “L’uomo del futuro sarà un Mischling, cioé un incrocio, un meticcio. E le razze e le caste di oggi scompariranno grazie al superamento dei limiti di spazio, di tempo e di pregiudizio.”

Eccolo lì: il piano segreto. L’Unione Europea – dice l’ex terrorista Honsik nel suo libro “Un razzismo legalizzato” – erede della Paneuropa di Kalergi vuole creare un mondo di meticci, deboli di carattere e per questo facili da soggiogare.

I pezzi del puzzle piano piano vanno a posto: c’è un movente (la sostituzione etnica), un colpevole (l’Unione Europea e i suoi sostenitori) e un’arma del delitto (l’immigrazione).

Ma ancora manca una cosa per rendere il Piano Kalergi un degno erede dei Protocolli dei Savi di Sion. Per quanto si voglia dare credito a Honsik, il Conte Kalergi è obiettivamente una nota a pié pagina della storia contemporanea. E poi diciamocelo: “Piano Kalergi” suona come uno strumento musicale.

Manca un mandante, un nemico come si deve – come lo erano i potenti ebrei dei Protocolli. Ma niente paura: un ebreo a cui dare la colpa di tutto si trova sempre.

Capitalista spietato per gli uni, comunista per gli altri. Nemico della democrazia e messia liberal-democratico. Sporco ebreo e feroce antisemita. Del finanziere americano di origini ungheresi George Soros si è detto veramente tutto e il contrario di tutto.

Su di lui circolano un’infinità di storie – e non da oggi. Già nel ‘95 il presidente slovacco gli ha imputato di aver ordito un colpo di stato ai suoi danni. Nel ‘97 il primo ministro malese lo ha accusato di essere  a capo di un complotto ebraico per destabilizzare il sud-est asiatico.

Alcune di queste storie hanno dell’incredibile: Nel 2016 la televisione di Stato rumena ha detto di avere le prove che le proteste anti-corruzione nel paese erano finanziate da Soros – e, come prova, ha pubblicato il tariffario per i manifestanti: 24 dollari per un adulto, 12 dollari per un bambino e 7 dollari e 20 per un cane (leggi QUI). Scoop: Il miliardario Soros getta letteralmente i soldi in pasto ai cani.

Ma perché proprio Soros?

Perché George Soros, nato György Schwartz a Budapest da famiglia ebrea non-osservante nel 1930, è un nemico trasversale – che possono odiare tutti, di destra e di sinistra, conservatori e progressisti, religiosi e atei.

Per cominciare è ebreo e il suo nome ha sostituito in molte teorie antisemite del complotto quello più famoso dei Rothschild – i banchieri che incarnano da vari secoli lo stereotipo degli occulti Signori del Mondo. Ma è un ebreo sui generis, molto critico verso la destra sionista, tanto da essere stato accusato di antisemitismo – nientemeno che dal premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Poi è uno speculatore che ha fatto soldi alimentando alcune delle grandi crisi finanziarie degli anni ‘90 – puntando, tra le altre cose, sulla svalutazione della lira nel 1992. E non è che queste cose servano a farsi degli amici.

Ma c’è una ragione ulteriore per la quale Soros è al momento un bersaglio di tutta la destra nazionalista, sovranista e populista. Donald Trump lo accusa di pianificare un’invasione degli Stati Uniti; il presidente Viktor Orban ha tappezzato l’Ungheria di poster colla sua faccia è la scritta “Facciamogli passare la voglia di ridere”; Vladimir Putin ha messo al bando tutte le sue attività in Russia; e il presidente filippino Rodrigo Duterte, giusto per non passare da moderato, ha direttamente piazzato una taglia sulla sua testa.

E non è che ci si fermi alle parole: nell’ottobre 2018 l’FBI ha trovato un pacco bomba davanti alla casa del finanziere 90enne.

Ma perché tanta foga? Perché tanto astio? Perché Soros non è un finanziere qualsiasi. A voler forzare la metafora, Soros è un po’ come Batman: di giorno magnate della finanza, di notte attivista che gioca secondo le sue regole. Solo che il suo mentore non è Liam Neeson ma un filosofo inglese: Karl Popper.

Soros ha conosciuto Popper quando studiava filosofia alla London School of Economics and Political Science. Ed è rimasto affascinato da quella che Popper alla fine delle Seconda Guerra Mondiale chiama la teoria della “Open Society”, la “società aperta”. Dalle ceneri dell’Europa postbellica, Popper si augurava, può emergere una nuova società – tollerante, plurale, ispirata agli ideali di democrazia liberale – più robusta contro l’avanzata del totalitarismo.

E la passione per la filosofia politica non abbandona Soros nemmeno quando comincia a fare successo nell’alta finanza. Tra un affare e l’altro scrive decine di libri e, poco prima della caduta del Muro di Berlino, dà vita a una fondazione ispirata ai valori di Popper in Europa orientale. Questa fondazione diventerà poi la “Open Society Foundations”.

Oggi la fondazione di Soros è attiva in più di 100 paesi e finanzia progetti che vanno dall’educazione democratica ai diritti umani fino all’integrazione degli immigrati e al razzismo. E lo fa – guardacaso – in molti paesi che sono diventati un campo di battaglia delle armate sovraniste: l’Ucraina, l’Ungheria, la Germania, l’Italia, gli Stati Uniti.  

A questo punto devo aprire una parentesi personale. Io lavoro per un progetto in Germania che è co-finanziato dalla “Open Society Foundations” di Soros. Aaah – dite giustamente – è chiaro che lo difendi: ti paga.

Beh… Allora facciamoci dire il perché del suo successo da uno dei suoi più feroci critici: “Soros è odiato perché è efficace”, lo dice Steve Bannon, l’ex consigliere per la sicurezza di Donald Trump e ideologo della nuova destra sovranista globale. E uno dei libri più citati da Bannon, guarda un po’ è le Camps des Saints di Jean Raspail. E così il cerchio si chiude.

E allora, ecco l’ultima puntata del giallo, l’ultimo capitolo della nostra storia: il “piano Kalergi” diventa il “piano Soros”. Chi promuove l’abolizione di tutte le frontiere? Soros! Chi organizza l’invasione dell’Occidente? Soros! Chi finanzia le ONG che salvano i naufraghi nel Mediterraneo? Soros Soros Soros! E poi lascia stare che nessuna delle ONG è finanziata dalla Open Society Foundations. Come si dice: è il pensiero che conta.

Ma il “Piano Soros” è molto di più: il delitto perfetto, un piano-matrioska in cui infilare di tutto: dall’invasione migratoria alla liberalizzazione delle droghe fino alla distruzione della famiglia tradizionale. A te la parola, Matteo:

Le storie, i racconti, sono armi potenti. Per tornare all’homo sapiens: secondo gli antropologi una delle caratteristiche essenziali che gli hanno permesso di affermarsi a danno dei suoi diretti concorrenti è che l’homo sapiens era l’unica specie tra tutte quelle del genere homo, con una mitologia. Cioé non sapeva solo trasmettere esperienze e osservazioni – cosa che sanno fare anche altri primati – ma sapeva creare un intero universo e condividerlo con altri – e in questo modo sviluppare progetti, stringere legami e mettere insieme altri individui che credevano agli stessi miti, alle stesse storie.

Le storie sono armi potenti perché ci permettono di ridurre un mondo difficile, complicato, in continuo mutamento a qualcosa di comprensibile come una favola o un film di Hollywood: qui ci siamo noi (il popolo, gli europei, la gente) e lì ci sono gli altri (le élite, i burocrati, gli immigrati).

Le storie sono armi potenti. E non importa se tutti sanno che sono delle bufale. Certo, smascherare i bugiardi è un lavoro importante. Ma non basta dire che una storia non è vera. Anche se tutti sapevano che i “Protocolli dei Savi di Sion” erano falsi, questo non ha fermato l’Olocausto. Non basta dire che una storia non è vera. Bisogna capire da dove viene e perché qualcuno la racconta.

Le storie sono armi potenti. E lo sono soprattutto quando chi le racconta sceglie il momento giusto.

Mentre in quel ferragosto nuvoloso i militanti leghisti coi loro elmi vichinghi mescolano la polenta e attizzano la griglia e Salvini intanto parla coi giornalisti di genocidio degli italiani, c’è una carovana di persone che dalla Macedonia e dalla Serbia sta arrivando in Ungheria. Sono centinaia di migliaia – in prevalenza profughi di guerra siriani. Sono sbarcati in Grecia dalla Turchia e ora cercano disperatamente di raggiungere il Nord Europa. Entro pochi mesi diventeranno più di un milione – la più grande emergenza umanitaria che l’Europa abbia visto dai tempi della Guerra nei Balcani.

Dall’anno precedente è cresciuto anche il numero di immigrati che arrivano sulle coste italiane. In questo momento sono soprattutto famiglie di siriani che hanno cercato rifugio in Libia e che qui hanno trovato un’altra, feroce guerra civile. In un anno il numero di sbarchi è passato da circa 50.000 a 140.000.

Tutte queste cose Salvini le sa bene. E sa che la storia che sta raccontando è un seme che cade in un terreno molto fertile.

Di lì a poco comincerà a parlare concretamente di come fermare questa presunta invasione. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

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