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L’uomo nero, Ep. 7

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Non sappiamo chi sia. Non sappiamo da dove venga. Non sappiamo che cosa voglia. Sappiamo solo che ci fa paura.

Qui si parla di immigrazione e criminalità.

Scritto da: Fabio Ghelli
Prodotto da: Federico Bogazzi e Fabio Ghelli

Musiche:

  • Hobocombo (www.hobocombo.bandcamp.com)
  • Himmelsrandt (www.himmelsrandt.com)

Canzone finale: L’Odio di Giromini Redelnoir

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L’uomo lupo

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Uno dei fucili usati da Brenton Tarrant, l’attentatore di Christchurch

Il mostro è sempre lì, in attesa.

Qui si parla di lupi solitari e branchi di razzisti.

Scritto da Fabio Ghelli

Prodotto da Federico Bogazzi e Fabio Ghelli

Musiche:

  • Phantoms vs. Fire (https://blackjackilluministrecords.bandcamp.com/album/wldlfe)
  • Vlimmer (https://blackjackilluministrecords.bandcamp.com)
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La bestia, Ep. 5

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Studio di Vladislav Surkov (fonte: trinixy.ru)

Piccolo bestiario multimediale – dall’Apocalisse alla post-verità.

Qui si parla di Facebook, Twitter, Google e altre fabbriche dei troll.

Con le voci di: Alice Moracchioli, Federico Bogazzi

Scritto da: Fabio Ghelli

Prodotto da: Federico Bogazzi e Fabio Ghelli

Musiche:

  • Hobocombo (www.hobocombo.bandcamp.com)
  • Himmelsrandt (www.himmelsrandt.bandcamp.com)
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Articoli, Episodi

Il blob, Ep. 4

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La locandina del film “The Blob”

Avanti popolo?

Qui si parla di popolo e populisti.

Scritto da Fabio Ghelli

Prodotto da Federico Bogazzi e Fabio Ghelli

Musiche di:

  • Hobocombo (www.hobocombo.bandcamp.com)
  • Himmelsrandt (www.himmelsrandt.bandcamp.com)
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Leviatano (parte seconda), Ep. 3

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Art: Gianluca Romano

C’è un’unica guerra di civiltà in corso. Ed è quella tra umanità e indifferenza.

Qui si parla di ong, scafisti, ufficiali gentiluomini, ufficiali meno gentiluomini, trafficanti, avventurieri e pirati – di terra e di mare.

Scritto da: Fabio Ghelli

Prodotto da: Federico Bogazzi e Fabio Ghelli

Musiche:

  • Hobocombo: www.hobocombo.bandcamp.com
  • Himmelsrandt: www.himmelsrandt.bandcamp.com
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Leviatano (parte prima), Ep. 2

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I mostri degli abissi: da dove vengono? Chi li ha creati? E quante vittime devono ancora fare prima che ci accorgiamo che esistono?

Qui si parla di naufragi, barconi, morti in mare, Libia, social media e campagne di desensibilizzazione.

Scritto da: Fabio Ghelli

Prodotto da: Federico Bogazzi e Fabio Ghelli

Musiche:

  • Hobocombo www.hobocombo.bandcamp.com
  • Himmelsrandt www.himmelsrandt.bandcamp.com


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L’invasione degli ultracorpi, Ep. 1

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La locandina de “L’invasione degli ultracorpi”

Le storie sono armi potenti. E non importa se tutti sanno che non sono vere. I loro effetti lo sono, eccome.

Qui si parla di sostituzione etnica, “white genocide”, piano Kalergi, George Soros e Protocolli dei Savi di Sion.

Scritto da: Fabio Ghelli

Prodotto da: Federico Bogazzi e Fabio Ghelli

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Di razzismo e altri mostri

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M è un podcast quindicinale che parla di razzismo, populismo e altri mostri – vecchi e nuovi.

M racconta storie – e parla di come queste storie nascono e si diffondono.

M è buonista e radical-chic, per questo non discrimina – neanche gli stronzi.

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L’uomo nero, i testi della settima puntata

Lisa è una studentessa tedesca di 27 anni che abita vicino a Colonia. La sera del 31 dicembre 2015 prende il treno insieme a un amico e arriva in centro a Colonia poco dopo le nove. Uscendo sulla piazza principale – uno stretto triangolo incastrato tra la facciata di vetro della stazione, un palazzone neoclassico e il portale gotico del Duomo – Lisa vede subito che c’è molto movimento. 

Soprattutto ci sono ragazzi di aspetto straniero. Forse arabo. Non le pare niente strano: del resto questo è l’anno in cui la Germania ha accolto quasi un milione di richiedenti asilo provenienti dalla Siria, dall’Irak, dall’Afghanistan. 

Ma c’è un’atmosfera un po’ particolare. Sono appena le nove e già il fuoco di mortaretti è costante. I ragazzi stranieri si lanciano addosso i petardi e bevono. Bevono parecchio.

https://www.spiegel.de/spiegel/koelner-silvesternacht-rekonstruktion-der-chaos-nacht-a-1126329.html

Lisa e il suo amico non ci pensano su troppo. Procedono in direzione del fiume Reno, dove vogliono festeggiare il nuovo anno a bordo di una barca. 

Quando verso mezzanotte e mezzo ritornano verso la stazione si stupiscono nel vedere un numero impressionante di persone nella piazza antistante. 

La polizia ha da poco bloccato il traffico ferroviario perché la situazione nella piazza sta degenerando: il poco spazio è stracolmo di gente. C’è un clima teso. Alcune persone si allontanano di corsa. Ci sono ragazze che piangono ai lati della piazza. 

Nel mezzo del putiferio ci sono loro: i ragazzi stranieri di prima. Sono diventati ancora di più – qualcuno dice che potrebbero essere un paio di migliaia. Sono aggressivi. Accerchiano le ragazze in gruppo. Le toccano. Infilano le mani nelle borse – e sotto le gonne. La poca polizia presente non riesce a reagire. Poco dopo mezzanotte la piazza viene sgomberata a forza.

Ma la calca continua a crescere. Molte persone vogliono prendere il treno. Andare via. Anche Lisa e il suo amico cercano di passare. Vanno da un poliziotto: “Ma non fate niente?” – chiedono. Il poliziotto allarga le braccia. E così cercano di passare lo stesso, infilandosi nella calca. 

Lisa racconta di mani che si protendono da ogni direzione e la toccano, la strattonano, cercano di strapparle i vestiti. Le persone intorno a lei si fondono in una massa unica – una massa affamata, tentacolare. Solo con molta fatica riesce a raggiungere i binari. Un’ora dopo, seduta sul treno, mentre vede le luci di Colonia sfilare accanto a lei, il groppo che le stringe la gola si scioglie finalmente e comincia a piangere.

https://www.spiegel.de/spiegel/koelner-silvesternacht-rekonstruktion-der-chaos-nacht-a-1126329.html

Colla notte dell’ultimo dell’anno del 2015 a Colonia la Germania di Angela Merkel – ha detto qualcuno – ha perso l’innocenza. 

Nei quattro mesi precedenti il paese era sembrato in preda a una rara euforia di solidarietà: migliaia di persone affollavano le stazioni e i centri di raccolta per rifugiati a Monaco, Berlino, Amburgo. Portavano coperte, vestiti, panini. 

Dopo i fatti di Colonia è calato il gelo. E non è difficile capire perché.

L’idea di quella massa di uomini che attorniano e aggrediscono con violenza cieca donne e ragazze provoca un moto di repulsione. 

E poco importa che le dinamiche di quella notte non siano di fatto mai state chiarite. Poco importa che – nonostante le più di 1.300 denunce – alla fine una cinquantina di uomini siano stati processati – quasi tutti per borseggio. Di loro una trentina sono stati condannati. Poco importa che gli imputati alla fine non fossero nemmeno siriani o iracheni ma più che altro algerini e marocchini. 

La notte di Colonia è comunque uno spartiacque storico. In parte perché questo è il momento in cui l’odio contro i rifugiati si coagula e scoppia in modo violento con una serie di attacchi a centri di accoglienza e cittadini stranieri. In parte perché è da qui che parte la rincorsa dell’Alternativa per la Germania che la porterà – primo partito di estrema destra del Dopoguerra – a entrare in Parlamento.

Forse in realtà è proprio perché alla fine i colpevoli sono rimasti una massa senza volto, un essere composto solo da mani – avide, vogliose, violente – che Colonia è diventata un simbolo. Quell’ombra tentacolare composta da tanti uomini di colore è diventato l’incarnazione di una paura profonda – una paura che attanaglia ogni società organizzata: la paura di perdere il controllo.

***

Ok. Piccolo disclaimer per cominciare. Stavolta mi toccherá parlare parecchio di statistiche e numeri, che giá uno fa fatica a leggerle – figuriamoci ascoltarle. 

Quindi abbiate pazienza. 

Cominciamo. E cominciamo bene.

Audio (Trump)

Questo, forse ve lo ricordate, è Donald Trump nel discorso che ha cambiato il corso delle primarie repubblicane nel 2015. Con questo discorso Trump è passato di colpo in testa ai candidati Repubblicani alla presidenza. E gli osservatori dicono che questo successo ha molto a che fare col suo esordio, in cui Trump – fedele al suo stile – dice pane al pane: “Il Messico ci manda gente con un sacco di problemi e ci portano i loro problemi. Ci portano la droga. Ci portano la criminalità”.

Ecco… Fermiamoci qui. Si può dire che gli immigrati portano la criminalità? 

Cioè… è vero che più immigrati ci sono, meno sicuri siamo? E’ un vecchio cavallo di battaglia della destra. Anche in Italia sempre più persone – di destra e di sinistra – sembrano essersi convinte che sia così. E come fanno a saperlo? Beh… L’esperienza…

E in effetti… Pensiamo alla provincia agricola del Sud coi caporali, ai quartieri-ghetto delle grandi città, ai giardinetti di periferia – a ogni luogo in cui si respira un’accentuata tensione sociale. Da vent’anni a questa parte questi luoghi già di per sé marginali, abbandonati a se stessi si sono riempiti di persone provenienti da vari paesi – soprattutto uomini, soprattutto giovani e soprattutto poveri. 

Pensionati, giovani disoccupati, immigrati si trovano così a condividere uno spazio di confine, uno spazio precario – in cui spesso, apparentemente, le leggi dello Stato non contano più. Uno spazio fuori controllo.

Si può negare che gli spacciatori al parco, i borseggiatori del centro o magari i semplici ubriachi che pisciano sui muri siano in molti casi stranieri?

Pensate a una vecchietta che abita alla Romanina, a Quarto Oggiaro o all’Isolotto di Firenze, sale sull’autobus e che cosa vede? Immigrati africani, sudamericani, magrebini – da soli o in gruppo – seduti in pose scomposte. Parlano tra loro a voce alta – o gridano in un cellulare. E che cosa gridano? Il fornitore di droga gli ha tirato un pacco? O invocano l’ira di Allah sui demoni occidentali? Boh. Chi lo sa?

E allora la vecchietta si ritira vicino all’autista colla sua borsa della spesa e getta occhiate timorose verso questi ragazzoni che – letteralmente – hanno invaso il suo spazio. 

Si può biasimarla se poi vota Lega?

Una cosa che ho imparato a forza di occuparmi di numeri e di statistiche è che l’esperienza personale è un po’ come il giochino della foto misteriosa in cui devi indovinare un soggetto fotografico da un dettaglio. Il dettaglio è chiaro e visibile. Ma ancora non sai che cosa hai davanti. Per vedere l’insieme bisogna fare un passo indietro.

Vedete: il nostro cervello ha una brutta abitudine e cioè quella di cercare nessi, strutture – anche dove non ce ne sono – per farsi un’idea della situazione. E non è detto che l’idea sia giusta.

L’immigrato che urla nel cellulare, per dire, magari sta parlando con un paesino della Nigeria che c’ha una rete di merda. Ma la vecchietta non lo sa. 

Di questi ragazzoni rumorosi sa solo quello che dice la televisione. E che dice la televisione?

https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/quintacolonna/giorgia-meloni-il-problema-immigrazione-e-la-sicurezza_F308790801004C08

Questa è Giorgia Meloni, la leader di Fratelli d’Italia, che parla dell’omicidio, ormai ben noto, di una ragazza di 18 anni che si chiamava Pamela Mastropietro da parte di un 29enne nigeriano a Macerata. E di questo tipo di notizie i giornali e le televisioni italiane sono pieni – da anni. 

https://www.mediasetplay.mediaset.it/video/quintacolonna/violenza-ad-asti_F308544901014C05

Sono notizie terribili. E nessuno vuole che accadano questo tipo di cose. Certo – pensa qualcuno – se non ci fossero gli immigrati probabilmente queste cose non capiterebbero. O capiterebbero meno.

Beh… non proprio. Perché se c’è una cosa che le statistiche ci dicono molto chiaramente è che, mentre negli ultimi 10 anni il numero di stranieri in Italia è quasi raddoppiato – da 3 a 5 milioni – il numero dei delitti – cioè dei reati più gravi tipo furti, violenze, stupri e omicidi – è calato. Rispetto a 10 anni fa si contano 250.000 delitti in meno l’anno.

Calano suprattutto i crimini gravi: omicidi, violenze, stupri, scesi del 20 per cento in 10 anni e anche le rapine – calate del 30 per cento. Fanno eccezione i furti in appartamento – in parte perché, a quanto pare, ci sono bande organizzate che agiscono a livello europeo. 

Quindi sì: ci sono molti più immigrati in Italia. E la vecchietta può sentirsi intimidita. Però di fatto oggi è meno probabile che venga rapinata o ammazzata rispetto a 10 anni fa.

Ma così è troppo facile. Magari gli italiani sono diventati semplicemente più onesti. O gli stranieri hanno assunto il monopolio della criminalità.

Audio Santanché https://www.youtube.com/watch?v=XqDeJ88Y3i0

Questa è Daniela Santanché, ex Forza Italia, adesso anche lei Fratelli d’italia. E mi dispiace dirlo ma mi sa che c’ha proprio ragione. Ci sono studi – anche molto seri – che dicono che in proporzione gli stranieri delinquono più degli italiani.

Stiamo parlando del cosiddetto tasso di criminalità, che vuol dire quante persone in un determinato gruppo commettono o hanno commesso reati. 

Uno studio dell’Istat del 2017 ci dice per esempio che il tasso di criminalità per gli italiani si aggira intorno all’un per cento. Se quindi metto cento persone a caso in una stanza, solo una avrà probabilmente la fedina sporca. Se queste persone però sono stranieri è probabile che cinque di loro abbiano già avuto problemi colla legge.

https://www.ilsole24ore.com/art/reati-stranieri-l-allerta-viminale-AEHr3naC

Non solo: le statistiche ci dicono anche che più di un terzo dei detenuti nelle carceri italiane sono stranieri. A fronte di una percentuale di stranieri nella popolazione complessiva intorno al nove per cento… beh… pare che gli stranieri facciano di tutto per farsi sbattere dentro.

Allora la Santanché e la Meloni hanno ragione: gli stranieri sono più portati a delinquere degli italiani.

Solo che ci sono un paio di problemi con questa conclusione.

Primo: Noi sappiamo quanti italiani ci sono perché sono iscritti all’anagrafe, ma non sappiamo quanti stranieri vivono in Italia. 

Perché molti stranieri vivono qui irregolarmente – i cosiddetti clandestini. Ed è un gruppo molto importante quando parliamo di criminalità. Vedremo subito perché. 

Persino il ministro dell’Interno non sembra avere un quadro della situazione: prima delle elezioni del 2018 diceva che erano più di mezzo milione – un anno dopo le elezioni dice che sono diventati 90.000. Qualcosa non torna.

Non è quindi possibile stabilire un vero rapporto percentuale tra imputati stranieri e popolazione immigrata.

In più ci sono gli stranieri che vengono arrestati o denunciati in Italia ma non vivono qui – turisti o persone di passaggio.

Secondo: dal 2009 gli immigrati clandestini solo per il fatto di essere in Italia già commettono un reato. Stiamo parlando di 5.000 denunce l’anno. E queste denunce pesano solo sulla bilancia dei crimini degli immigrati.

Terzo: ci sono gruppi di persone più o meno rilevanti per le statistiche sulla criminalità. Bambini e anziani, per dire, hanno un tasso di criminalità vicino allo zero. Eppure contano lo stesso nel calcolo del tasso – cioè della percentuale di delinquenti sul totale della popolazione.

Secondo voi, chi è più propenso a commettere un crimine: un neonato, la vecchietta della Romanina di cui parlavo prima o un uomo tra i 20 e i 40 anni?

Giusto. Se infatti prendo un gruppo di cento vecchiette una o forse meno ha commesso qualche reato. Se invece riempio una stanza di cento giovanotti e uomini tra i 20 e i 40 ho buone probabilità di beccare tra 8 e 10 criminali. 

https://www.istat.it/it/files/2017/10/Delitti-imputati-e-vittime-dei-reati.pdf

http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/immigrazione-e-criminalita-pregiudizi-dati-e-interpretazioni-2/

E secondo voi tra gli immigrati in Italia ci sono più vecchiette o più uomini tra i 20 e i 40 anni?

Quarto: persone socialmente svantaggiate sono più propense a compiere crimini. Uno straniero guadagna in Italia in media la metà di quello che guadagna un italiano. Ci sono quindi molti più stranieri poveri che italiani poveri – checché ne dicano i vari tribuni del popolo. 

https://www.arcgis.com/apps/MapJournal/index.html?appid=5508484140a84023a1e2d8b080e14d0a

E come diceva Aristotele? La povertà è la madre del crimine. Un’indagine condotta in Svezia ha dimostrato che persone appartenenti agli strati più indigenti della società hanno una propensione al crimine fino a sette volte più spiccata rispetto agli appartenenti al ceto medio.

Tutto questo per dire che sì, in proporzione gli stranieri commettono più reati degli italiani – ma a parità di sesso, età e reddito la differenza si riduce considerevolmente.

https://www.redattoresociale.it/article/notiziario/ec8b42ae-4e31-4a65-840d-7d3003c668d7

http://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-immigrati-delinquono-di-piu-falso.aspx

Quinto: gli stranieri – specialmente di colore – vengono fermati e controllati dalla polizia molto di più degli italiani. Si chiama “racial profiling” (profilo su base razziale) ed è una cosa che, stando ai dati dell’Osservatorio Europeo sul Razzismo, fanno regolarmente tutte le polizie d’Europa. 

L’ultima rilevazione del fenomeno per l’Italia risale al 2011 e all’epoca si parlava di autentici raid di polizia alle fermate dell’autobus e nelle stazioni – con controllo di tutte le persone di aspetto esotico. E da allora la situazione non è migliorata. 

Un dato che può servire a capire il fenomeno: la ndrangheta calabrese è il principale gestore del mercato della droga al mondo. Stiamo parlando di calabresi, quindi italiani. Cosa Nostra e Camorra sono a loro coinvolte nel traffico di stupefacenti. Eppure in Italia il tasso di denunce per droga tra gli italiani non arriva all’un per cento. Tra gli stranieri è cinque volte più alto. Ora… Non dico che gli stranieri non spaccino. Dico solo che forse gli spacciatori africani al parco sono un pochino più esposti di chi gli fornisce la roba.

In conclusione: si può dire che gli immigrati commettano in proporzione più reati degli italiani? La risposta non può che essere un sonoro boh.

Cioè: non si può dire che gli immigrati siano più propensi al crimine. E, per essere onesti, non si può dire nemmeno il contrario. Al limite si può dire che questi immigrati sono più propensi a figurare nelle statistiche sulla criminalità: maschi, giovani, poveri, magari di colore.

Ah! E irregolari, cioè clandestini. Sì, perché secondo uno studio di Confcommercio – uno studio che, va detto per inciso, sembra confermare la teoria che gli immigrati sono più delinquenti – il 70 per cento dei crimini commessi da stranieri viene commesso da stranieri irregolari. Anche tra i detenuti stranieri quasi il 90 per cento sono irregolari.

http://www.confcommercio.it/documents/10180/3599445/Nota+descrittiva+su+criminalit%C3%A0%20e+immigrazione/dcd0881d-e752-430e-9f03-2efb5fdef9eb

Come abbiamo visto, nessuno sa di preciso quanti sono. Perché di fatto per lo Stato italiano non esistono: non possono lavorare, né andare a scuola e – nella maggior parte delle regioni italiane – nemmeno ricevere assistenza sanitaria. 

E quindi cosa fanno? Raccolgono i pomodori. O rubano e spacciano.

Sembra logico. E guardate che non è dire: poverini… non hanno altra scelta. No. E’ proprio un dato riconosciuto: Sociologi di diversi paesi e aree politiche – progressisti e conservatori, criminologi, teorici del controllo sociale – sono tutti d’accordo: più instabile è la condizione di uno straniero, meno possibilità ha. Meno possibilità ha, meno ha da perdere. E meno ha da perdere, meno gli frega di finire in galera. 

https://books.google.de/books?id=0qh5AgAAQBAJ&printsec=frontcover&dq=immigration,+social+integration+and+crime:+a+cross-national+approach&hl=de&sa=X&ved=0ahUKEwiWh-uJ6qrjAhW_w8QBHSVcC-AQ6AEIKzAA#v=onepage&q=immigration%2C%20social%20integration%20and%20crime%3A%20a%20cross-national%20approach&f=false

https://mediendienst-integration.de/artikel/kriminalitaet-jugendliche-migrationshintergrund-maennlich-delinquenz.html

Per evitare che gli stranieri delinquano ci sono quindi due strade: sbatterli fuori o fornire loro un’alternativa – un lavoro, un’istruzione, un futuro. Insomma integrarli.

Sbatterli fuori non ha funzionato granché: le espulsioni sono infatti invariate – anzi, sono persino leggermente calate col governo giallo-verde. Si parla di meno di 7.000 espulsioni l’anno.

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/migranti-irregolari-quando-ne-ha-rimpatriati-salvini-8-mesi-governo/accb467e-3c37-11e9-8da9-1361971309b1-va.shtml

Sarebbe quindi sensato puntare sull’integrazione.

Sarebbe…

AUDIO https://www.youtube.com/watch?v=Jwvn9T83OpA

Questo è il solito ministro dell’Interno Matteo Salvini che spiega come il suo primo decreto sulla sicurezza voglia far rispettare le leggi. Interessante, perché coll’abolizione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari quello stesso decreto ha prodotto un aumento del numero di illegali, irregolari, clandestini stimato tra 60.000 e 140.000 persone. Persone che, come abbiamo visto, hanno adesso una propensione molto più forte a commettere reati.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/i-nuovi-irregolari-italia-21812

Non solo. Lo stesso decreto ha anche smantellato il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) che forniva di fatto l’unico percorso per l’integrazione linguistica e lavorativa dei richiedenti asilo.

Sembrerebbe quasi che qualcuno voglia creare le premesse per un’escalation di criminalità immigrata. Magari per giustificare la necessità di un leader capace di gestire l’emergenza sicurezza, magari impegnando di più la polizia, magari limitando un pochino le libertà personali… Un uomo forte, un condottiero, un… com’è la parola tedesca?

https://www.youtube.com/watch?v=aOm4d8NeE3A (2:16)

Ah… Giusto per essere chiari. Questo non lo dico io o qualche altro radical chic amico di Soros. Lo dicono esponenti del Terzo Settore e delle associazioni cattoliche che lavorano proprio in quelle periferie disagiate con ragazzi sempre in bilico tra legalità e illegalità.

Sembra anche che in realtà tutto questo parlare di criminalità degli immigrati non sia tanto una questione giuridica, amministrativa – di sicurezza pubblica.

No. E’ una questione di difesa. Non a caso l’attuale ministro dell’Interno usa volentieri un linguaggio militaresco quando parla di immigrazione. L’attracco della Sea Watch nel luglio 2019 è un “atto di guerra”. E quando arrivano persone nei barconi noi dobbiamo “difendere i confini”. Perché – dice lui, il Capitano – è in corso una “guerra tra poveri”.

Ora… Spezziamo una lancia… a favore di Salvini. 

Nella storia dell’umanità i movimenti migratori di rado sono stati privi di conseguenze spiacevoli (per gli immigrati come per la popolazione autoctona). Si pensi alle cosiddette invasioni barbariche nell’impero romano o alla colonizzazione europea dell’Africa, delle Americhe… 

Semplificando molto, si può dire che per una buona parte della Storia umana questo tipo di movimenti migratori si accompagnavano quasi sempre a conflitti armati – a vere e proprie guerre. Da quando però esistono Stati nazionali con ordinamenti giuridici definiti i nuovi arrivati hanno meno la possibilità di imporsi colla forza delle armi. 

Il conflitto si sposta quindi sul piano dell’ordine pubblico. 

Questa è almeno la teoria che un gruppo di sociologi americani ha cominciato a sviluppare negli anni ‘20. Gli immigrati, dicono questi studiosi, vengono da contesti socioculturali molto diversi. Non necessariamente meno organizzati o meno rigidi dei nostri. 

Quando arrivano da noi non conoscono però ancora le regole che vigono nel nuovo contesto. E non sanno quindi che cosa si può fare e che cosa non si può fare. Si trovano – dicono i sociologi – in una condizione di “anomia” – che vuol dire “senza legge”. 

Ora… l’uomo ha la tendenza innata a darsi regole per vivere in gruppo. E che cosa succede quando tante persone accomunate da questa condizione si trovano insieme? Beh… finiscono per darsi nuove leggi – spesso in conflitto colle leggi che vigono nella società in cui sono inseriti.

Forse a questo punto val la pena notare che queste teorie sono state largamente sviluppate studiando l’immigrazione nelle grandi città americane a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Soprattutto l’immigrazione italiana – quella di Al Capone e Lucky Luciano, per capirci.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2831353/

Insomma… sì… gli immigrati possono essere un problema per la sicurezza. Specialmente se sono uomini soli, privi di quel controllo garantito dalle istituzioni e soprattutto da strutture di riferimento come ad esempio la famiglia. E questo può avere conseguenze molto gravi.

E qui torniamo a quella notte dell’ultimo dell’anno a Colonia.

AUDIO

Le violenze e le molestie sessuali provocano un profondo, viscerale senso di repulsione. E’ una delle forme più abiette e inumane di uso della forza.

Per questo le notizie di stupri e violenze sessuali ci fanno giustamente orrore. 

Anche in Italia i media hanno parlato – tanto – di violenze sessuali e stupri da parte di stranieri – con titoli come “Stupri e stranieri: non si può ignorare la realtà” e “Ogni giorno 11 stupri. In quattro casi su dieci l’autore è straniero”. 

Anche qui la stampa fa ampio ricorso alle statistiche. Una delle più citate è che quattro stupri su dieci che avvengono in Italia sono opera di stranieri. 

https://www.repubblica.it/cronaca/2017/09/01/news/stupri_violenza_dossier_viminale-174345967/

E allora vaffanculo Fabio! Che prove ti servono ancora. 4 su 10. Gli stranieri in Italia sono meno di 1 su 10. E allora basta col buonismo! Diciamolo una volta per tutte: tanti – non tutti ma sicuramente tantissimi – di questi immigrati sono bestie violente e aggressive che non hanno alcun rispetto per le donne. Anzi, per le nostre donne – come direbbe qualcuno. Quindi non devono stare qui. Raus.

Vedete però… Dei numeri è sempre bene non fidarsi. Anche di quelli che cito io. Per questo metto sempre i link alle fonti originali sul sito del podcast: www.m-podcast.it

Perché è sempre necessario andare a vedere la fonte e che cosa la fonte dice veramente. Sulla questione degli stupri degli stranieri lo ha fatto bene il giornalista David Puente. E gli va reso merito, perché è questione odiosa e riprovevole – e sicuramente non facile da gestire.

Nella sua analisi Puente ci dice che i dati sugli stupri degli stranieri vengono prevalentemente da due fonti: una rilevazione dell’Istat del 2015 e un rapporto del Viminale sulla violenza sulle donne del 2017. 

https://www.davidpuente.it/blog/wp-content/uploads/2017/09/Violenze_contro_le_donne.pdf

E che cosa dicono i dati? Dicono una cosa che, ahimè, sappiamo da tempo: la stragrande maggioranza delle violenze sessuali viene perpetrata da partner, amici, parenti e conoscenti. Stiamo parlando del 90 per cento degli stupri, del 70 per cento dei tentati stupri e del 97 per cento dei rapporti sessuali forzati con violenza.

Per cui… Quando uno legge 4 stupri su 10 sono opera di stranieri l’immagine che si forma nella mente è probabilmente quella di una donna – bianca – assaltata per strada da un uomo – nero. Giusto? Come il famigerato manifesto elettorale di Forza Nuova di qualche anno fa, ricordate? Quello colla scritta “Difendila!” Il manifesto che ritrae un soldato di colore che afferra con forza una donna bionda. Ecco… per inciso quello non è un immigrato. E’ un soldato alleato – guardacaso nero – che il fascismo alla fine della guerra cercava di dipingere come invasore e stupratore. 

https://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/nuova-campagna-anti-immigrati-di-ispirazione-neofascista-promossa-dal-movimento-di-estrema-destra-forza-nuova/

E invece gli stupri avvengono spesso a porte chiuse, in casa, tra le mura domestiche. 

Anche nelle case degli stranieri. Chi parla di violenza sessuale nel contesto dell’immigrazione farebbe bene a ricordare una cosa: sì, ci sono molti stranieri tra gli stupratori. Ma ci sono anche molte donne straniere tra le vittime: È più probabile che una donna straniera sia vittima di stupro in Italia che non una donna italiana. 

Per quanto orripilante sia parlare di numeri quando si tratta di violenze feroci, inumane, capaci di distruggere un’intera esistenza… 

Considerate solo questo dato: tre nazionalità spiccano tra le vittime. Sono le donne moldave, rumene e ucraine. Sono le badanti, le colf – in alcuni casi forse prostitute – ma in generale donne straniere, sole, chiuse in casa con uomini – uomini italiani.

Ecco. Tra loro più di una donna su tre è stata stuprata. Una su tre.

E questi sono solo i crimini denunciati. Nessuno sa di preciso quante violenze (sessuali e non) contro le donne avvengano quotidianamente dietro una porta chiusa. Si sa solo che in un solo anno i centri che accolgono donne vittime di violenza in Italia hanno ricevuto più di 50.000 segnalazioni: vuol dire una ogni dieci minuti.

E allora si capisce che chi parla volentieri degli stupri degli stranieri non ha in testa la sicurezza e l’incolumità delle donne – men che meno se dice le “nostre donne”.

Sta raccontando un’altra storia. Una storia riassunta molto bene dal manifesto elettorale col soldato nero di cui parlavo prima. E infatti – a prima vista – il soldato nero coll’immigrazione non c’entra granché.

Ma la storia in questione non è una storia di immigrazione. E’ una favola. O meglio una ninna nanna: ninna nanna ninna o questo bimbo a chi lo do, lo darò all’uomo nero che se lo tiene un anno intero. 

I tedeschi hanno addirittura un gioco per bambini che si chiama: chi ha paura dell’uomo nero?

Già. Chi ha paura dell’uomo nero? 

Alcuni studiosi hanno analizzato le reazioni del cervello di fronte a diversi fenotipi razziali – in parole povere: hanno studiato come reagiamo quando vediamo un un uomo o una donna bianchi oppure di colore. E guarda un po’: un uomo di carnagione scura, indipendentemente dal suo atteggiamento, viene visto generalmente come una minaccia – anche da altre persone di colore. 

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2753983/

L’uomo nero è quello che persone più colte di me chiamerebbero un archetipo. E’ il moro. Il saraceno. Il barbaro. E’ il protagonista di una storia che alla fine è sempre la stessa. Una storia in cui lui è la minaccia da cui bisogna difendersi. Con ogni mezzo. 

Chi inneggia alla difesa – della patria, dei confini, delle “nostre” donne – dagli stranieri lo fa evocando scenari da conflitto armato. In cui tutti i mezzi sono leciti pur di respingere la minaccia.

E infatti, guarda un po’, sono spesso le stesse persone che – di questi tempi – usano lo stupro come arma di ritorsione contro donne disobbedienti, come l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, la capitana della nave umanitaria Sea Watch Carola Rackete o la madre di etnia rom a cui è stata assegnata una casa popolare.

Sono persone che auspicano, invocano, incoraggiano una condizione di caos, di anomia – una completa assenza di leggi civili e morali. E lo fanno, paradossalmente, nel nome dell’ordine – del controllo. 

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Testi

L’ uomo lupo, i testi della sesta puntata

La fine di luglio del 2011 era stata piovosa a Oslo – una di quelle estati nordiche in cui ogni raggio di sole è un’amara consolazione. Forse per questo qualcuno ha pensato a un tuono quando, verso le tre di pomeriggio del 22 luglio, un boato ha scosso la città.

Invece era un furgone bianco caricato con quasi una tonnellata di fertilizzante esplosivo parcheggiato tra il palazzo del governo e il Ministero del Petrolio e dell’Economia. Otto persone sono morte nell’esplosione.

Polizia, pronto intervento e pompieri sono subito sul posto. I feriti vengono portati in ospedale, l’intero quartiere amministrativo viene fatto evacuare. A quanto pare ci sono altri ordigni sparsi per la città. Nessuno conosce il movente dell’attentato. Si parla di islamisti. La televisione invita tutti a restare in casa.

Circa due ore più tardi un uomo in uniforme si presenta all’imbarcadero di un traghetto a 35 chilometri della città. Al traghettatore dice di essere un poliziotto e di dover andare sulla vicina isola di Utoya per interrogare alcune persone in merito all’attentato. Sull’isola si sta svolgendo l’annuale meeting dei giovani del Partito Laburista Norvegese. L’uomo ha con sé diversi armi automatiche – niente di strano, pensa il traghettatore, visto lo stato di emergenza.

Arrivato sull’isola, l’uomo sale verso il campeggio dove sono radunati i partecipanti al meeting. Non appena vede i primi ragazzi, imbraccia il fucile.

Verso le cinque e mezzo l’uomo chiama la polizia dall’isola. Dice di chiamarsi Anders Behring Breivik e di essere un ufficiale del movimento di resistenza norvegese. “Ho compiuto la mia missione. Venitemi a prendere”, dice.

Intorno a lui ci sono i cadaveri di 77 ragazzi e ragazze.

Fonti: https://www.bbc.com/news/world-europe-14260297

https://www.theguardian.com/world/2012/jun/01/utoya-survivors-story-anders-breivik

L’attentato di Oslo è il più sanguinoso attentato terroristico mai avvenuto in Norvegia e uno dei più efferati in Europa.

E perché? Che cosa ha spinto un 32enne taciturno e introverso che abitava ancora coi genitori a compiere una simile carneficina?

I motivi sono tutti contenuti in un Manifesto che Breivik ha pubblicato online poco prima di dare inizio all’attacco e che si chiama: “2083 – una dichiarazione di indipendenza europea”.

Sono più di 1.500 pagine. Una lettura pesante. Ma istruttiva.

La prima metà è una specie di mostruoso pastiche di articoli cuciti insieme da pezzi di blog della nuova destra anti-Islam e anti-immigrazione. Sono tirate furibonde contro l’Islam, l’Unione Europea, gli immigrati, le élite intellettuali, i leader di governo corrotti, le femministe – insomma, il tipico catalogo di nemici della nuova destra. Il filo conduttore è uno: la società e la cultura occidentale sono sotto attacco.

Da parte di chi? Secondo Breivik si tratta di un grande complotto di ispirazione marxista per creare uno Stato Islamico europeo chiamato Eurabia – perché, come e dove si configuri questo intreccio di Capitale e Corano non è dato sapere.

A più riprese Breivik parla però di genocidio dei popoli Europei :

“Ho scritto che quello che sta avvenendo in Europa occidentale è un sanguinoso genocidio. Ed è un genocidio a cui molti nativi europei stanno attivamente partecipando”. Suona familiare?

Nella seconda parte Breivik invece lascia da parte la teoria. In più di 700 pagine spiega con assoluta meticolosità come realizzare un attentato terroristico, partendo dalle fonti di finanziamento, passando per gli armamenti, fino alla scelta degli obiettivi. E dà consigli ad altri cavalieri templari – per usare le sue parole – che volessero seguirlo sul cammino della Guerra Santa.

“Una volta che decidi di colpire è meglio uccidere tante persone che non ucciderne troppo poche o si rischia di ridurre l’impatto ideologico dell’azione. Spiega bene quello che hai fatto (in un annuncio distribuito prima dell’azione) e assicurati che tutti capiscano che noi, i popoli liberi dell’Europa, colpiremo ancora e ancora”.

Più si va avanti nella lettura, più si ha l’impressione di essere lì, nella penombra della sua stanza in casa dei suoi genitori, e di osservarlo mentre, alla luce del monitor, naviga tra un blog della nuova destra, un catalogo di armi automatiche e una community per giochi online. E’ lì che è avvenuta la trasformazione – da nerd appassionato di armi e graffiti a qualcosa di diverso, di feroce e determinato.

In controluce il torrenziale Manifesto è però più di ogni altra cosa la trama di un film – un film che ha lo stesso Breivik come protagonista.

È un filmaccio d’azione che abbiamo tutti già visto: un eroe solitario in possesso di un pericoloso segreto cerca di mettere in guardia il mondo. Una potente organizzazione dal volto bonario – ma in realtà dai perfidi intenti – cerca di metterlo a tacere. Aiutato da pochi, fedeli alleati, l’eroe passa all’azione. Ma l’élite corrotta gli mette i bastoni tra le ruote: l’eroe viene arrestato e processato. Ma prima di essere condannato l’eroe enuncia un monologo che scuote le coscienze del pubblico e innesca la rivoluzione.

E il monologo è già lì pronto, nel Manifesto: “So che la verità che io rappresento è dura da accettare in questi tempi politicamente corretti, ma la maggioranza dei liberi e patriotici europei apprenderà presto che quello che dico è la verità. Noi abbiamo il popolo dalla nostra parte. Abbiamo la verità dalla nostra parte. E abbiamo il tempo dalla nostra parte”.

L’eroe si sacrifica perché il suo messaggio viva e si diffonda.

E’ il delirio di un matto col complesso di Gesù Cristo, si potrebbe dire. Se non fosse per un piccolo particolare: almeno in un punto Anders Behring Breivik aveva ragione.

Breivik ha ragione quando dice che ha il tempo dalla sua parte. Negli ultimi otto anni, infatti, molto di quello che ha scritto nel suo manifesto – le tirate sul genocidio dei bianchi e sull’Eurabia – è passato da essere materia di discussione nei più oscuri e radicali forum dell’estrema destra a essere apertamente discusso nei parlamenti europei.

Fonte: https://www.washingtonpost.com/world/2018/10/15/how-right-wing-terrorist-anticipated-ultra-nationalist-wave/?noredirect=on&utm_term=.b0b239786039

Per le elezioni europee 2019 l’Alternativa per la Germania ha pubblicato manifesti elettorali su cui si vede un dipinto in cui uomini d’aspetto arabo scrutano e palpeggiano una schiava bianca. Lo slogan: perché l’Europa non diventi l’Eurabia.

Fonte: https://www.welt.de/print/die_welt/politik/article13584735/Gegen-Eurabien-und-die-EUdSSR.html

In Austria l’FPÖ, alleato di governo del Partito Popolare, ha costruito gran parte delle proprie campagne elettorali sulla lotta a una presunta islamizzazione dell’Europa.

E un altro politico di spicco della nuova destra populista europea, l’olandese Geert Wilders  scriveva l’anno scorso su Twitter: “La nostra popolazione viene sostituita. I nostri leader lo stanno permettendo. Ci stanno tradendo. Dobbiamo resistere contro l’islamizzazione e contro questi leader traditori. Mai più. Chiudiamo le frontiere. Abbandoniamo l’Unione Europea e recuperiamo la nostra sovranità, de-islamizziamo le nostre nazioni e facciamo il nostro dovere di patrioti!” Anche questo non sfigurerebbe nel Manifesto di Breivik. https://twitter.com/geertwilderspvFonte: v/status/953580751177633795?lang=de

Ma non sono solo i partiti della destra radicale. Poco dopo il massacro di Utoya, il Presidente tedesco Christian Wulff aveva detto senza mezzi termini: l’islam è parte della Germania. L’anno scorso il leader dei Cristianosociali tedeschi e Ministro dell’Interno Horst Seehoofer dice invece l’esatto contrario: l’Islam non apparterrà mai alla Germania

Ah… e poi c’è lui:.

Questo è l’attuale ministro degli Interni italiano Matteo Salvini che, insieme agli alleati Marine Le Pen del Front National e Marcus Pretzell dell’AfD annuncia un fronte comune contro il trattato transatlantico TTIP. Parla di “Santa Alleanza dei popoli europei contro un tentativo di genocidio”. Sì vabbeh, verrebbe da dire, il TTIP è un accordo commerciale – giustamente controverso. Ma che c’entra il genocidio? E la Santa Alleanza?

E vabbeh, che male c’è? Sono posizioni legittime, sottoscritte da milioni di persone – ed è giusto che vi siano politici capaci di interpretare e articolare queste ansie in un sistema democratico. Altrimenti – Breivik l’ha dimostrato – c’è il rischio che la rabbia e la frustrazione di tanti cittadini si esprimano in maniera violenta.

C’è rischio che qualcun altro metta mano alla pistola.

Il 3 febbraio 2018 Jennifer, una ragazza nigeriana da poco in Italia, è in compagnia di un’amica davanti alla stazione di Macerata. Lì per lì non si accorge di una grossa auto nera che fa lentamente il giro della rotonda. L’auto si ferma proprio davanti a lei. Dal finestrino esce una mano – armata con una pistola Glock calibro 9. Jennifer è impietrita dal terrore. La pistola è puntata direttamente verso il suo petto. L’amica capisce la situazione e tira Jennifer a terra. Parte un colpo che raggiunge la ragazza alla spalla. L’automobile parte a tutta velocità accompagnata dalle urla della ragazza

Fonte: https://www.ilgazzettino.it/italia/cronaca_nera/luca_traini_macerata_sparatoria_donna_ferita_4_febbraio_2018-3527319.html).

Poco dopo l’auto nera si ferma davanti al Monumento ai Caduti. Ne esce un uomo di 28 anni, fisico massiccio, testa rasata. Le sirene della polizia si stanno avvicinando. L’uomo sale le scale del monumento e – con compostezza rituale – si toglie la giacca e si avvolge in una bandiera italiana. Quindi, come se stesse posando per un invisibile schiera di fotografi, fa il saluto romano

FONTE: https://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/03/news/macerata_sparatoria-187934230/

Sei persone sono rimaste ferite nell’attentato – due gravemente. Vengono dal Ghana, dal Mali, dalla Nigeria, dal Gambia.

Sulle motivazioni dell’attacco ci sono da subito pochi dubbi: l’attentatore, Luca Traini, è conosciuto per la sua verve xenofoba, le sue simpatie di estrema destra – e per la sua candidatura alle amministrative tra le file della Lega.

E che cosa dice il segretario del partito di Traini mentre ancora i feriti vengono trattati d’urgenza in ospedale?

https://video.repubblica.it/edizione/bologna/sparatoria-macerata-salvini-condanno-ogni-tipo-di-violenza-ma-colpa-e-di-chi-ha-permesso-immigrazione-clandestina/296189/296806

Il criminale è chi ha permesso l’immigrazione. Non uno che ha sparato 30 colpi addosso a persone inermi.

Beh… ma quindi nel momento in cui il partito di Traini dovesse andare al governo e questo partito mettesse un freno all’immigrazione, ovviamente, questo stato d’emergenza dovrebbe finire. E la violenza scomparire.

http://tg.la7.it/cronaca/crescono-i-casi-di-violenza-razzista-in-italia-lultimo-in-sicilia-salvini-allarme-%C3%A8

Questo accadeva nel luglio del 2018, appena un mese dopo l’insediamento del governo di Lega e Cinque Stelle. Ma la cosa è andata avanti. In tutto il 2018 il numero di violenze fisiche a sfondo razzista è triplicato rispetto all’anno prima. Triplicato, da 46 a 126 casi – e questi sono solo i casi denunciati.

Il rapporto 2018 dell’associazione Lunaria che da anni si occupa di razzismo in Italia sembra un bollettino di guerra

FONTE: https://www.lunaria.org/wp-content/uploads/2019/03/Focus_1_2019ilrazzismonel2018.pdf

C’è il 27enne del Camerun preso a bastonate a Sarno. Ci sono i ragazzi del Mali bersaglio di spari a Napoli. Ci sono i migranti feriti da armi ad aria compressa a Latina a e Forlì. Ci sono gli abitanti dei centri d’accoglienza aggrediti a Sulmona, Atena Lucana e Pescolanciano vicino a Isernia. Ci sono i due ragazzi del Niger e del Senegal assaliti da gruppi di razzisti a Rimini e Partinico. Un altro camerunense colpito da un proiettile ad Aprilia. E la bambina rom di quattro mesi presa a fucilate a Roma. E poi c’è Sacko Sumayla, il sindacalista scomodo assassinato a Rosarno – solo per citarne alcuni.

Fantasie, dicono dal partito di Traini. Non c’è nessun allarme razzismo. E intanto le violenze continuano. FONTE: https://www.ilmessaggero.it/primopiano/politica/salvini_allarme_razzismo_invenzione_sinistra-3883111.html

Sarebbe tuttavia sbagliato guardare all’attuale ondata di odio e intolleranza come a un’onda anomala generata da una particolare congiuntura politica. Essa è in realtà cresciuta per anni – nel disinteresse e spesso colla complicità di chi oggi grida allo scandalo.

Il razzismo in Italia è un problema molto serio. E negli ultimi anni è diventato un’autentica piaga sociale: secondo l’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani dell’OSCE in quattro anni i “crimini d’odio” in Italia sono aumentati di dieci volte: da 71 nel 2012 a più di 800 nel 2016 – e di questi quasi la metà aveva una motivazione razziale.

Vabbeh… Le teste calde ci sono dappertutto. E poi con tutti questi immigrati che sono arrivati negli ultimi anni… Magari in situazioni di degrado sociale – magari nelle periferie dove immigrati e italiani poveri condividono lo stesso disagio – può capitare che a un italiano o due scappi la pazienza. Può capitare che si desti l’indole ferina che dorme negli angoli bui della nostra civilissima società. Com’era quel detto latino? Homo homini lupus – l’uomo all’uomo è un lupo.

Ma non è proprio così. Il razzismo in Italia è una forma mentis diffusa in tutti gli strati della società – e questo già molto prima che aumentassero gli sbarchi: uno studio

FONTE: https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/09/16/gli-italiani-davvero-popoli-piu-intolleranti-deuropa-sondaggio/?fbclid=IwAR1JVuPxBrPfrKzjZqs9q-W4GRBqwblnAxYh_7txkodqpNj1JKvaZ4NJz5M

dell’istituto di ricerca americano Pew Center ha recentemente rilevato che gli italiani sono il popolo di gran lunga più intollerante di tutta l’Europa Occidentale. E non è che se la piglino solo coi “neri”. No. In questo gli italiani sono equi: odiano tutti, dagli zingari, ai musulmani, agli ebrei.

Perché? A voler dare ragione ai razzisti si potrebbe dire che gli italiani in quanto popolo sono predisposti all’intolleranza e alla violenza.

Questo è un servizio sugli italiani in Germania negli anni ‘60, quando gli invasori – spesso armati, a quanto pare – eravamo noi.

Fa male il razzismo, vero?

Ma chiaramente i motivi sono altri. Uno è che sicuramente, ad oggi, quasi nessun politico, nessun rappresentante di un’istituzione italiana ha mai detto chiaramente che l’Italia è un paese di immigrazione.

In altri paesi come gli Stati Uniti, il Canada, la Germania, il Regno Unito le istituzioni sono chiamate a formulare criteri di appartenenza inclusivi – cioè a definire un “noi” che abbracci l’intera popolazione, autoctona e immigrata. In Italia questo non è stato mai fatto – nella convinzione che il nostro sia più che altro un paese di emigrazione. Insomma, nessuno ha mai detto agli italiani: mettetevi l’anima in pace. Queste persone sono qui e ci restano.

Ma ovviamente, il razzismo e la violenza xenofoba non sono solo un problema dell’Italia.

Le aggressioni razziste sono aumentate negli ultimi anni anche in altri paesi. Questo ha senza dubbio a che vedere coll’aumento dei flussi migratori. Ma non solo. Perché la violenza razzista tende ad esplodere spesso anche in luoghi e situazioni dove gli immigrati non sono poi così tanti – e, guarda un po’ –  lo fa di preferenza quando partiti o movimenti anti-immigrazione hanno conseguito qualche vittoria politica importante. È accaduto nel Regno Unito nelle settimane dopo il referendum sulla Brexit. Ed è accaduto negli Stati Uniti all’indomani della vittoria di Donald Trump alle presidenziali.

E perché? La parola chiave, dicono i sociologi, è legittimazione. Quando un partito o un movimento politico con una chiara agenda xenofoba consegue una vittoria è come se fosse squillata l’adunata per tutti coloro che – per timore di ritorsioni – fino a quel momento si erano limitati alle chiacchiere da bar. O in rete. E’ il richiamo della foresta che sveglia il lupo.

Perché il razzismo, ahimé,  è sempre lì, accucciato in un angolo come una bestia da preda. Ma con una differenza.

Dopo la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz nel 1945 la politica europea – di destra e di sinistra, di qua e di là dal Muro – sembrava essersi messa d’accordo almeno su una cosa: il razzismo va trattato come un abominio, un mostro da tenere alla catena. Guai a farlo vedere in pubblico. E in effetti per mezzo secolo l’idea ha retto.

Finché, dopo il crollo del Muro di Berlino, il mostro si è liberato dalle sue catene ed è uscito allo scoperto. E ha aggredito e contagiato parti sempre più ampie del mondo politico.

Certo è un mostro diverso – meno impregnato di romanticismo ottocentesco come quel Gobineau che scriveva dell’ineguaglianza delle razze e più vicino alla realtà di oggi. Meno uomo lupo della letteratura gotica e più Teen Wolf.

Infatti i razzisti di oggi non parlano generalmente nemmeno di razza. Parlano di cultura, religione, civiltà. Persino un terrorista fanatico come Breivik nel suo manifesto la parola razza la usa poco e solo di sfuggita. E’ il razzismo senza razze di cui parlava il filosofo tedesco Theodor Adorno già negli anni ‘70.

E i razzisti di oggi – tranne alcune eccezioni – non fantasticano più nemmeno di una razza sovrana. No. Dicono di essere etnopluralisti – che vuol dire che amano tutte le razze, purché se ne stiano a casa loro.

E’ un razzismo dal volto sorridente e rassicurante. Un razzismo per tutti.  

Ma dietro il sorriso si celano zanne feroci.

C’è un altro uomo vestito di nero. Ha un giubbotto antiproiettile e mezzi guanti. E’ alla guida di un’auto scura. Nell’abitacolo penzola un Arbre Magique al limone. Dall’autoradio escono le note di una specie di mazurca – quasi non si direbbe che è un inno allo sterminio dei musulmani.

E sul sedile del passeggero ci sono vari fucili d’assalto istoriati con nomi di persone e di luoghi. L’auto si ferma in un vicolo. L’uomo scende. Senza dire una parola prende un altro fucile dal bagagliaio. Cammina a passo spedito fino all’ingresso di una moschea. Prima ancora di varcare la soglia alza il fucile e comincia a sparare.

L’attentato di Christchurch in Nuova Zelanda nel marzo 2019 ha il sapore di un déja-vu. E non solo perché, come Anders Behring Breivik e Luca Traini, l’attentatore, Brenton Tarrant, è un uomo bianco sui trent’anni senza alcun precedente penale o affiliazione politica – un insospettabile.

E’ un déja-vu perché Tarrant vuole che sia un déja-vu. L’intera operazione dal video a i nomi sui fucili, alla musica è concepita per farci pensare che questa strage non è un atto isolato, non è un colpo di testa ma parte di uno schema più grande.

E nel Manifesto, che, naturalmente, Tarrant ha pubblicato online prima di partire per il suo raid stragista ci sono espliciti riferimenti ad altri Cavalieri – dice proprio così, richiamando il suo modello di riferimento, Breivik:

“Io sostengo tutti coloro che prendono posizione contro il genocidio etnico e culturale. Luca Traini, Anders Breivik, Dylann Roof, Anton Lundin Petterson, Darren Osbourne eccetera”

E chi sono queste persone? Di Breivik e Traini abbiamo già detto.

Dylann Roof è il 21enne che, nel 2015, è entrato armato di mitragliatore in una chiesa di Charleston in Sud Carolina e ha massacrato tre uomini e sei donne di colore di età compresa tra i 26 e gli 87 anni. Anton Lundin Pettersson è un altro 21enne che, sempre nel 2015, ha sventrato a colpi di spada due insegnanti e un bambino di 12 anni – tutti di origini straniere – in una scuola di Trollhättan in Svezia. Anche Pettersson aveva firmato un manifesto in cui diceva di voler agire contro l’immigrazione incontrollata. Darren Osbourne è il 47enne che ha lanciato la sua auto contro un gruppo di persone davanti a una moschea di Londra uccidendo un uomo. Quando è sceso dall’auto, Osborne ha gridato: “ucciderò tutti i musulmani! Ho fatto la mia parte”. Stava per essere linciato quando è stato portato in salvo – dall’imam della moschea che aveva attaccato.

Eccetera, scrive Tarrant. Appunto. Eccetera. Perché la lista è lunga.

C’è il neonazista tedesco che nel giugno 2019 ha sparato in testa al Presidente del Distretto di Kassel perché questi difendeva la politica migratoria di Angela Merkel. Otto mesi prima un camionista di 46 anni ha aperto il fuoco in una sinagoga di Pittsburgh negli Stati Uniti, uccidendo 11 persone, tra cui una donna di 97 anni. Poi c’è il 20enne che, nell’agosto 2017, ha investito deliberatamente colla sua auto i partecipanti a una manifestazione antirazzista a Charlottesville in Virginia, uccidendo una donna. E ancora lo studente canadese che, sempre nel 2017, ha fatto irruzione in una moschea di Quebec City sparando sulle persone in preghiera, massacrandone sei. Stesso anno: un ex soldato a New York uccide a colpi di spada un senzatetto di colore per – dice – scatenare una guerra tra razze. E poi c’è il 18enne tedesco che, a Monaco, nel 2016, ha ucciso nove persone (tutte con un retroterra di migrazione) a colpi di pistola – la più giovane delle vittime era una ragazza di 14 anni. E il giardiniere di 45 anni che ha sparato addosso e poi accoltellato la deputata laburista inglese Jo Cox in nome della “razza bianca”.

E questo solo negli ultimi tre anni, senza contare le centinaia di attentati di piccolo calibro. Solo in Germania dal 2015 ci sono stati più di 400 attacchi violenti contro rifugiati e centri di accoglienza di cui 24 attentati incendiari con quasi 100 feriti.

Dico “attentati”, anche se molta gente fatica a chiamarli così. Anche nel caso di quello che è successo a Christchurch o a Macerata.

Sparatorie, stragi, gesti folli. Sono azioni individuali, partorite nella mente di sociopatici, disadattati, matti – lupi solitari.

Eppure questi lupi così solitari leggono gli stessi libri, si trovano negli stessi forum, in alcuni casi si scambiano messaggi e si riconoscono nelle stesse parole d’ordine. Roof, Osbourne, l’assassino di New York e il soldato tedesco dicono tutti che il loro obiettivo è una “Guerra tra razze”. Coincidenza?

C’è voluto che Tarrant lo scrivesse a chiare lettere nel suo Manifesto perché i giornali si rendessero conto che i lupi solitari hanno formato un branco.

E forse a questo punto sarebbe il caso di chiamarli col loro nome: terroristi.

Ma c’è chi non è d’accordo.

https://youmedia.fanpage.it/video/aa/XIvqjOSwABu66L9F

Questo – lo avrete riconosciuto – è ancora l’attuale ministro dell’Interno Matteo Salvini, che, interrogato sui fatti di Christchurch dice che l’unico terrorismo di cui bisogna occuparsi è quello islamico. Lo dicono i servizi di informazione e sicurezza.

Strano, perché, a quanto dicono quasi tutti gli esperti di sicurezza e terrorismo al mondo, a livello globale gli attentati di matrice islamica sono in forte calo – soprattutto a causa del collasso dello Stato Islamico

FONTE: https://www.washingtonpost.com/world/2018/08/15/terrorist-attacks-are-quietly-declining-around-world/?utm_term=.b415eb854226

Anche considerando il grande attentato terroristico avvenuto in una chiesa di Colombo in Sri Lanka a Pasqua del 2019 il numero di attacchi effettuati da gruppi islamici radicali si è più che dimezzato negli ultimi anni.

E invece aumentano le vittime del terrorismo di destra: negli Stati Uniti nel triennio 2015-2018 solo un quarto degli attacchi estremistici è stato di matrice islamista. Più del 70 per cento sono invece riconducibili all’estrema destra

FONTE: https://www.theatlas.com/charts/rkMCXbRNz

FONTE: https://www.splcenter.org/20180205/alt-right-killing-people

E gli esperti dicono anche un’altra cosa: terrorismo di destra e terrorismo islamista appaiono oggi sempre più come due facce della stessa medaglia

FONTE: https://www.abc.net.au/news/2019-03-17/christchurch-shootings-brenton-tarrant-social-media-strategies/10908692

Prima – ai tempi di Al-Qaeda per capirci – i terrorismi islamisti erano organizzati, addestrati, ben armati e puntavano ad azioni di guerriglia con molti partecipanti e un impatto devastante.

Lo Stato Islamico ha invece progressivamente sposato l’ideologia della “Resistenza senza leader”, cioè ogni combattente nel mondo può colpire in qualsiasi momento, senza contattare nessuno – e così ridurre il rischio di essere scoperto

FONTE: https://www.zeit.de/politik/ausland/2019-03/tarrant-und-die-rechtsextreme-szene

Da dove viene questa idea? Dai manuali di strategia del Terzo Reich, che, alla fine della guerra, quando tutto ormai era perduto, incitava ad azioni terroristiche isolate da parte di “Werwölfe” – che vuol dire, guarda un po’, lupi mannari

FONTE: http://www.ottobeuren-macht-geschichte.de/archive/files/7ca82c3cf8799a114b227a5e41b55c58.pdf

Poi c’è il modus operandi: Breivik nel suo Manifesto si richiama esplicitamente all’esempio di Al Qaeda. Usare un veicolo per fare strage di passanti è la strategia usata da sedicenti membri dello Stato Islamico a Berlino, Londra, Nizza e Barcellona – ma anche da Osborne e dagli attentatori di Charlottesville e Bottrop. E l’idea di una telecamera fissata a un casco per riprendere la strage usata da Tarrant? E’ presa dal terrorista islamista che ha fatto una strage in una scuola ebraica di Tolosa nel 2012. E anche le loro ideologie si assomigliano: lo Stato Islamico incoraggia azioni terroristiche per provocare una guerra tra credenti e non-credenti. Osborne, Roof e gli altri non potrebbero essere più d’accordo.

E c’è un’altra, più inquietante somiglianza

FONTE: https://www.universiteitleiden.nl/binaries/content/assets/customsites/perspectives-on-terrorism/2018/issue-6/a10-bouhana-et-al.pdf

Dall’analisi dei profili dei lupi solitari degli ultimi anni – siano essi islamisti, razzisti o qualcos-isti – emerge chiaramente che il loro percorso di radicalizzazione è – in generale –  estremamente breve. In alcuni casi – vedi Osborne e i terroristi islamici che hanno colpito a Nizza e nella città tedesca di Würzburg nel 2016 – si parla di pochi mesi. E avviene soprattutto in rete: prima attraverso social media, poi attraverso forum di gruppi radicali. Per questo non si può parlare realmente di affiliazione, politica o religiosa. Non sono gli islamisti di una volta che andavano per mesi nei campi d’addestramento in Pakistan o i terroristi (neri o rossi) degli anni ‘70 colle loro strutture paramilitari.

Sono come noi. Finché non scatta qualcosa e, all’improvviso, ecco il lupo.

Per questo è anche difficile appiccicare loro un’etichetta.

Neonazista, suprematista, estremista di destra: così la stampa internazionale ha chiamato Brenton Tarrant, il terrorista di Christchurch. Ma è lo stesso Tarrant a prendersi gioco di queste etichette. Lo scrive nel suo Manifesto – costruito come un’intervista immaginaria con uno di questi giornalisti che oggi faticano a decifrarlo:

“Sei un nazista? No, i nazisti non esistono. Sei di destra? A seconda delle definizioni, sì. Sei di sinistra? A seconda delle definizioni, sì. Sei un fascista? Sì. Chiunque venga chiamato fascista è un fascista. Sono sicuro che i giornalisti ameranno questo tipo di cose”.

FONTE: https://www.zeit.de/politik/ausland/2019-03/tarrant-und-die-rechtsextreme-szene/seite-2

“Sei un razzista?” si chiede ancora Tarrant. “Sì, per definizione”. Forse è proprio questo il punto. C’è un terrorismo globale di matrice razzista. Ecco, ma allora perché non esiste al mondo una commissione di inchiesta, una task-force o anche solo un’unità speciale contro questa minaccia?

Onestamente non me lo spiegare. Però ho un’ipotesi: perché ammettere che esiste un terrorismo razzista equivale ad ammettere che siamo tutti parte di un grande piano terroristico. Perché, se vogliamo essere onesti, siamo tutti impregnati di paure e pregiudizi. Tutti almeno una volta ce la siamo presa coi magrebini che spacciano al parchetto o con un mendicante rom – o magari abbiamo cambiato strada quando abbiamo visto venirci incontro un ragazzo di colore di notte in una strada isolata.

Tutti avvertiamo la presenza di questa bestia intollerante e feroce. Perché la bestia è sempre lì.  Però è importante sapere che esiste e che può far male. Anzi è questo l’unico modo per tenerla alla catena.

Perché il razzismo fa male anche quando è inconscio.

Una storia mi ha colpito particolarmente mentre facevo le mie ricerche sull’attentato di Utoya. La racconta un ragazzo, un testimone che è sopravvissuto alla strage.

La notizia che c’era qualcuno che sparava ai ragazzi del meeting si è sparsa velocemente sull’isola. Tutti hanno cominciato a scappare. Il ragazzo ricorda che c’era una ragazza accanto a lui con un paio di pantaloni sportivi grigi. A un certo punto hanno visto Breivik uscire in una radura. Aveva un giubbotto antiproiettile e imbracciava un fucile d’assalto. E la ragazza coi pantaloni grigi, invece di scappare, si è voltata e gli è andata incontro. Per qualche motivo l’uomo armato le infondeva sicurezza.

Breivik ha alzato il fucile e l’ha uccisa.

Ecco. Ho pensato una cosa: se fosse stato un uomo di aspetto mediorientale con una lunga barba nera la ragazza forse sarebbe scappata e sarebbe ancora viva.

Il razzismo uccide – soprattutto quando ci dimentichiamo che esiste.

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La bestia, i testi della quinta puntata

Allora, immaginate una sala conferenze di lusso: pareti rivestite di mogano con eleganti foto in bianco e nero in cornici d’argento. Un ampio tavolo – anch’esso di legno pregiato circondato da 10 poltrone in pelle. Su tre di queste poltrone siedono tre uomini. Uno di loro è reso irriconoscibile da un effetto elettronico. Dei due che gli siedono di fronte uno è più compassato – e indossa giacca e cravatta. L’altro invece ha la cravatta allentata e la camicia aperta e parla con aria di chi nella vita ha già visto tutto. E formula in poche parole un compendio di scienze politiche:

“Non serve a niente combattere una campagna elettorale sui fatti. Perché tutto si basa sulle emozioni. I due principali motori dell’essere umano quando si tratta di assimilare informazioni efficacemente sono speranze e paure. E molte di queste sono inspiegabili e spesso inconsce. Non sapevi di avere una certa paura finché non hai visto qualcosa che ha suscitato in te questa reazione. Il nostro lavoro è calare il secchio più a fondo dentro al pozzo. E capire quali sono le paure e ansie più profonde e radicate”

A parlare è Mark Turnbull, managing director di un’azienda britannica per l’analisi dei dati chiamata Cambridge Analytica.

Giornalisti della rete televisiva BBC hanno filmato Turnbull e il CEO dell’azienda Alexander Nix durante finti incontri con un potenziale cliente. Il servizio richiesto: la manipolazione di un’elezione.

E Turnbull spiega come funziona il servizio. Cambridge Analytica può ottenere informazioni personali su migliaia di potenziali elettori – e costruire una campagna che faccia leva sulle loro ansie più intime, sulle paure più profonde – paure che forse non sanno neanche di avere.

E come fanno? Grazie alle informazioni che mette a loro disposizione un’altra azienda specializzata nella gestione e analisi di dati. Ne avrete sentito parlare. Forse state usando i suoi servizi in questo momento. Si chiama Facebook.

Ma c’è di più: Turnbull e Nix promettono al cliente di poter eliminare avversari politici, magari coinvolgendoli in qualche lurido scandalo sessuale. Dicono di averlo già fatto decine di volte.

Dopo un po’ i discorsi dei due vertici di Cambridge Analytica non suonano più nemmeno inquietanti – ma più come delle scontate battute di un thriller politico.

Alla fine allo spettatore resta il dubbio: quanto c’è di vero nella cinica, amorale visione del mondo e della società che ispira l’attività di Cambridge Analytica?

Beh… A pensarci bene… Che importa. Verità e bugie – come direbbe qualcuno – sono solo fatti alternativi.

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Ok. Facciamo un passo indietro. Ci sono due uomini di governo – in realtà sarebbero tre ma il terzo è poco più di un segnaposto. I due sono impegnati in una strenua lotta per l’egemonia – una lotta che divide la popolazione e rischia di spaccare lo Stato. Uno è un po’ più anziano e molto rispettato, soprattutto in ambienti militari. L’altro è giovane ma è un abile stratega e può contare su alcune amicizie importanti.

A un certo punto succede che il più anziano dei due sia in missione. Il giovane coglie la palla al balzo e si presenta in Senato con uno scoop sensazionale: un documento che dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che il suo rivale è in combutta con una minacciosa potenza orientale per assumere il potere.

Il documento fa leva sui pregiudizi in voga contro gli stranieri – soprattutto orientali – considerati una minaccia per i valori e la stabilità dello Stato. Per corroborare i sospetti, il giovane politico mette in giro vari brevi messaggi – 140 caratteri o meno – che dipingono il suo avversario come immorale e corrotto. Anche per questo la notizia si diffonde in maniera virale. E scatena l’indignazione del mondo politico e la furia della popolazione, che chiede immediate conseguenze.

Il diretto interessato viene a conoscenza dell scandalo con molto ritardo, ma è troppo tardi. Il Senato lo dichiara decaduto dalla carica. A lui non resta che fuggire.

Si arriva allo scontro e il giovane stratega ne esce vittorioso. Al veterano non resta che il suicidio.

Ora sappiamo che quel documento che ha scatenato la caccia all’uomo era probabilmente un falso, una fake news – e pure fatta abbastanza male. Ma era un falso ben congegnato, capace di provocare reazioni forti: ira e indignazione.

E di cambiare la Storia del Mondo Occidentale. Perché quel documento risale più di 2000 anni fa e riguardava un certo Marco Antonio. L’autore? Cesare Ottaviano, che poi, col nome Augusto, sarebbe diventato il primo imperatore di Roma. (https://theconversation.com/the-fake-news-that-sealed-the-fate-of-antony-and-cleopatra-71287)

Le fake news sono vecchie quanto la politica. Sin dall’antichità raccontare fregnacce è un ottimo modo per liberarsi di un avversario o di un intero gruppo etnico o religioso. Ricordo che a scuola mi arrabbiai moltissimo per la storia di Alcibiade – giovane e brillante generale ateniese, amico di Socrate, che ad un certo punto viene accusato d’aver mutilato delle statue del dio Ermes. Tutto falso. Ma Alcibiade viene condannato a morte ed è costretto a fuggire.  

E che dire del povero Nerone, passato alla storia come l’imperatore folle che suona la cetra mentre Roma brucia – una storia che, coincidentalmente, è stata scritta proprio da quelli che lo hanno costretto al suicidio.

Per non parlare di tutte le campagne denigratorie ai danni di popolazioni, gruppi o minoranze religiose: i cristiani cannibali ai tempi dell’Impero Romano, i saraceni sodomiti, gli zingari rapitori di bambini. E, naturalmente, la caterva di fregnacce che ha circondato nei millenni quegli ammazza-bambini, propagatori di pestilenze e occulti complottari degli Ebrei.

Nei secoli i sistemi si raffinano. Le strategie diventano più complesse. E soprattutto ci sono più mezzi per raccontare e far circolare storie: libri, giornali, poi radio, TV.

Già durante la Prima Guerra Mondiale inglesi e tedeschi facevano a gara a chi riusciva a piazzare più fake news nei giornali: gli inglesi dicendo che i tedeschi facevano il sapone colle persone, i tedeschi invocando complotti giudaico-bolscevichi. E questo ancora prima che Joseph Göbbels creasse il famigerato ministero della Propaganda.

Ma a quanto pare sono i russi ad aver promosso le fake news a una vera forma d’arte. E questo molto prima di internet, delle campagne virali e degli hacker.

All’inizio degli anni ‘20 del XX secolo il GUP, il servizio segreto che sarebbe poi diventato il KGB, inaugura l’ufficio per la disinformazione. Questo ufficio produce una svolta decisiva nella storia dei servizi di intelligence: Fino a questo punto infatti le calunnie, i falsi, le fake news servivano sostanzialmente a due scopi – farsi belli o gettare fango addosso al nemico.

L’ufficio per la disinformazione fa un’altra cosa: confeziona e mette in giro informazioni false – non necessariamente positive o negative – ma plausibili. In questo modo crea una cortina di fumo in cui diventa difficile distinguere tra vero e falso. Una delle prime operazioni dell’ufficio è piazzare in vari giornali stranieri la notizia che vi sia un movimento di resistenza contro i bolscevichi – e che questo movimento sia prossimo alla vittoria. Alcuni dissidenti in esilio all’estero leggono la notizia e tornano in Russia per sostenere la resistenza. E così vengono arrestati e ammazzati. https://icds.ee/disinformation-russias-old-but-effective-weapon-of-influence/

Ma è durante la Guerra Fredda che la disinformazione diventa un asset strategico fondamentale.

Gli esempi si sprecano. Avete presente per dire la storia che il virus dell’AIDS era stato creato in un laboratorio militare? L’ha creata il KGB nel 1983. E l’ha pure ammesso – qualche anno più tardi. Ma la bufala era così ben fatta che ogni tanto continua a fare capolino in qualche sito complottaro. https://ndupress.ndu.edu/Portals/68/Documents/stratperspective/inss/Strategic-Perspectives-11.pdf

Ma non sono solo i russi eh.

Fin dagli anni ‘60 la CIA, il servizio segreto statunitense, mantiene contatti con centinaia di giornalisti sparsi in tutto il mondo che hanno il compito di diffondere notizie e informazioni preparate dall’agenzia – come ha confermato una commissione governativa nel 1977.

A volte si limitano alle classiche campagne denigratorie – come in Iran negli anni ‘50 o nel Cile di Allende. A volte fanno cose più creative – come quando, per screditare il nuovo Presidente democraticamente eletto in Indonesia Sukarno, l’agenzia decise di realizzare un film porno con un attore che somigliava al Presidente. Il progetto fu annullato – perché, contrariamemente a quanto speravano gli agenti a Stelle e Strisce, i “rumours” intorno al film invece di generare scandalo avevano infatti fatto crescere la popolarità del presidente.  https://en.wikipedia.org/wiki/CIA_influence_on_public_opinion#cite_note-Church_Committee_Final_Report_p._455-13

Insomma: la storia è piena di bugie – bugie colle gambe lunghe, lunghissime.

Ma forse il punto di svolta più importante per capire come siamo arrivati a oggi – a Cambridge Analytica, agli hacker e alle campagne di disinformazione online è l’agosto del 2008.

Mentre le redazioni di giornali e TV sonnecchiavano nella calura agostana, una notizia piombò come una bomba tra statistiche sulle temperature e foto di vip in vacanza: la Russia ha invaso la Georgia.

Come, perché, per colpa di chi è tutt’ora oggetto di dibattito. Un po’ come nel caso della guerra in Ucraina è difficile formarsi un’opinione: il governo georgiano dice che le milizie separatiste in Ossezia e Abkhazia avevano compiuto una serie di raid provocatori – e manda l’esercito. I separatisti a loro volta accusano l’esercito georgiano di aver effettuato dei veri e propri pogrom. E chiamano in soccorso Mosca.

Com’è, come non è, la guerra dura appena pochi giorni. Ma i suoi effetti sono destinati ad avere ripercussioni molto più durature.

Perché la guerra russo-georgiana è la prima guerra combattuta su un nuovo campo di battaglia: internet. Da un lato è la prima volta che hacker di entrambe le parti si sfidano a mettere fuori uso i siti della parte avversa.

Dall’altro il conflitto diventa un braccio di ferro mediatico: entrambe le parti iniziano una campagna internazionale per far vedere al mondo quanto cattivo è il nemico. Mentre la propaganda filo-russa funziona di fatto solo in Russia, i georgiani riescono a tirare dalla loro parte quasi tutti i media internazionali.

I russi riconoscono il loro problema di immagine. E cominciano a pensare a una soluzione.

“La guerra dei cinque giorni ci ha dimostrato che la rete è un fronte come i media tradizionali, ed è un fronte che reagisce molto più rapidamente e su una scala molto più ampia. L’agosto 2008 è l’inizio dell’era dei conflitti virtuali e il momento in cui ci siamo resi conto che bisogna combattere anche sul fronte dell’informazione”. Fonte: https://books.google.de/books?id=5LIyXzpKhYsC&pg=PA164&lpg=PA164&dq=book+on+georgia+information+war+shevyakov&source=bl&ots=0V4cDG0f08&sig=ACfU3U1U3NAen_lWA0hd9-gbNvbSlChQyQ&hl=en&sa=X&ved=2ahUKEwieocr6r5_iAhUCA2MBHQYZApcQ6AEwAHoECAkQAQ#v=onepage&q=book%20on%20georgia%20information%20war%20shevyakov&f=false

Queste parole sono state pronunciate da quello che – secondo alcuni – era all’epoca il secondo uomo più potente in Russia dopo Vladimir Putin: il vice-capo di gabinetto Vladislav Surkov.

Surkov è una delle figure più affascinanti della Storia russa contemporanea. Comincia la sua carriera come agente pubblicitario, poi passa alla televisione per approdare poi in politica. In tutte queste varie tappe c’è una costante: Surkov, che da ragazzo ha studiato regia teatrale, vede i pezzi della macchina pubblica – politici, imprenditori, media – come attori di una grande pièce.

Tutto sta a dare loro una buona sceneggiatura.

E la pièce ha anche un nome. Surkov la chiama “Democrazia sovrana”. In pratica significa che lo Stato controlla tutti gli aspetti della vita pubblica allo scopo di raggiungere – per dirla coll’autore – benessere materiale, libertà e giustizia per tutti, ma senza impelagarsi in inutili schermaglie politiche.

Il pragmatismo come unica ideologia.

Ora, qualcuno si chiederà… capisco la sovranità, ma dov’è la democrazia? Dove è che il popolo decide se fare A o fare anzi B? Beh… la democrazia per Surkov è la pièce – è il teatro. Cioè: la popolazione deve avere l’impressione di far parte di un grande teatro democratico in cui è giusto e sensato accapigliarsi. Poi alla fine decide lo Stato sovrano. Ci siamo?

Durante i suoi anni come braccio destro di Putin, Surkov ha finanziato decine – forse centinaia – di partiti, ONG, gruppi giovanili – tutti di orientamento diversissimo, di destra, di sinistra, nazionalisti, europeisti, alcuni pro Putin, altri ferocemente anti-Putin.

Perché, come ogni teatrante ben sa, un buon dramma ha bisogno di buoni conflitti.

Ma il vero colpo di genio di Surkov non è tanto aver creato questo sistema, quanto averlo reso pubblico.

C’è una foto scattata alcuni anni fa da un blogger liberale russo nello studio di Surkov. Nella foto si vedono due vecchi telefoni a tastiera che sembrano usciti da un film di spionaggio degli anni ‘70. Sui telefoni si leggono chiaramente i nomi di tutti i leader politici dell’opposizione. E’ la prova che Surkov ha tutti in tasca. Ma poi – colpo di scena – si scopre che il blogger era a libro paga di Surkov. E le foto le ha di fatto “leakate” lui stesso. E da chi lo sappiamo? Dallo stesso Surkov.

E’ un capolavoro di quella che i critici della letteratura chiamano “mise en abyme”: un abisso consecutivo di finzioni in cui uno finisce per perdersi, come in un labirinto di specchi.

E giusto perché non si dica che ce l’ho coi russi: la guerra dell’informazione – o della disinformazione – occupa in questi anni anche i servizi statunitensi. In un manuale della Scuola Ufficiali dell’Esercito americano del 2006 si legge: “La guerra di informazioni intende influenzare il comportamento degli obiettivi – inteso come noi, le persone – siano essi amministratori o pubblico generale. […] In questo non si differenzia da altre forme di esercizio del potere, siano esse diplomatiche, militari o economiche”.

http://www.iwar.org.uk/iwar/resources/primer/info-ops-primer.pdf

Anzi, se vogliamo la Russia di Putin cerca solo di recuperare terreno.

Uno degli strumenti di propaganda più potenti in mano ai servizi statunitensi negli anni della Guerra Fredda erano stazioni radio internazionali come “Radio Free Europe”, “Radio Free Asia” e “Voice of America” che trasmettevano in territorio sovietico – e, aiutati dalle suadenti note di Elvis o dei Beatles, facevano breccia nella rigorosa educazione socialista. E contribuivano così al crollo del blocco comunista.

I tempi cambiano. E il rock è morto. Ma l’idea è viva: i contenuti giusti piazzati nelle orecchie giuste possono far crollare gli imperi.

Una delle prime iniziative che il Cremlino assume dopo la guerra colla Georgia è potenziare un piccolo network televisivo pubblico che, fino a quel momento, diffondeva notizie sulla Russia in lingua inglese – Russia Today. Dopo un processo di rebranding il network – adesso chiamato semplicemente RT – cambia strategia: spuntano redazioni in francese, tedesco, spagnolo e arabo.

E anche i contenuti cambiano. RT non parla più solo di Russia, ma di Europa e Stati Uniti. E lo fa soprattutto mettendo in luce situazioni critiche e problemi sociali – anche a costo di inventarseli: in pochi anni RT diventa il canale di comunicazione preferito da teorici del complotto americani come il giornalista radiofonico Alex Jones. Lo scopo è chiaro – come ha scritto una ex-collaboratrice del network: RT vuole dipingere l’inevitabile crollo della società liberale e capitalista occidentale.  https://www.nytimes.com/2017/09/13/magazine/rt-sputnik-and-russias-new-theory-of-war.html

Dietro il successo di RT c’è una giornalista di origini armene, Margarita Simonyan. Quando era alle superiori Simonyan ha trascorso un anno negli Stati Uniti. Ed è rimasta affascinata dal tono e dal ritmo dell’informazione di reti come CNN e CBS. Da lì viene l’idea di una rete d’informazione vivace e dinamica. E anche se all’inizio mancava di competenza e rigore giornalistico, RT riesce in breve a entrare tra i grandi player internazionali – e ad attrarre vere celebrità come il veterano della CNN Larry King e il fondatore di Wikileaks Julian Assange.

Ma non c’è da sbagliarsi: la missione di RT non è fare ascolti. Lo spiega bene la stessa Simonyan in un’intervista ad un quotidiano russo: “Ora non stiamo combattendo. Ma nel 2008 stavamo combattendo. Il Ministero della Difesa combatteva in Georgia ma noi combattevamo la guerra dell’informazione – e combattevamo contro tutto il mondo occidentale. Dobbiamo essere pronti per la guerra”. https://www.kommersant.ru/doc/1911336

RT combatte una guerra. E presto riceve rinforzi. Dalla fusione dell’agenzia RIA Novosti con la vecchia Radio Mosca nasce nel 2012 un altro canale che Simonyan battezza Sputnik – perché il famoso satellite, dice, è una delle poche cose positive della Russia che si conoscono anche in Occidente. E Sputnik ha contenuti video e online in 30 lingue. Tra cui l’italiano.

Ora, nessuno sa di preciso quante persone seguono RT e Sputnik in TV. Ma in realtà importa poco, perché i loro video trovano presto un’altra piattaforma: Internet e i social network.

Qui si parla di miliardi di click. E come funziona la strategia del network? Semplice: ci sono articoli “esca” – cose leggere e curiose che vanno dai pezzi di gossip a quelli di costume, capaci di attrarre e solleticare l’interesse del lettore – per poi deviare l’attenzione verso altri articoli.

http://www.bpb.de/internationales/europa/russland/analysen/228856/analyse-welche-wirkung-erzielt-russia-today-ueber-youtube

Come ad esempio l’articolo che nel gennaio 2016 parla del sequestro e stupro di una ragazzina di 13 anni di origine russa da parte di tre uomini di aspetto arabo a Berlino.

La storia – dice subito la polizia berlinese – è inventat. Ma RT la rilancia online lo stesso e in poche ore la notizia è diventata virale.

E questo è solo il primo livello.

Mentre intorno alla casa della ragazzina si forma un capannello di russo-tedeschi, un portavoce della polizia cerca di tranquillizzare gli animi e ribadisce che la storia è falsa. A questo punto RT usa il video del portavoce per fare un nuovo lancio: la polizia tedesca copre lo stupro di una bambina. E perché. Per difendere la politica migratoria di Angela Merkel. È una bomba. Centinaia di persone si riversano in strada e anche il ministro degli Esteri russo Lavrov in visita a Berlino dice che – se confermata – la notizia sarebbe di una gravità estrema.

Gli specialisti della guerra dell’informazione stanno pero solo scaldando i muscoli.

Mentre divampa lo scandalo del finto stupro a Berlino un esercito di hacker è al lavoro per raccogliere centinaia di E-Mail – l’obiettivo è la candidata democratica alle presidenziali americane Hillary Clinton.

Sappiamo com’è andata: le e-mail private di Clinton finiscono in mano a Wikileaks che – anche attraverso RT – le diffonde, insieme alla notizia che la candidata democratica avrebbe compiuto flagranti abusi d’ufficio. Nessuna delle accuse si concretizza ma tanto basta…

AUDIO Trump https://www.youtube.com/watch?v=-b71f2eYdTc

Questo è l’attuale presidente americano Donald Trump che, durante la campagna elettorale del 2016, dice chiaramente: “Se la Russia o la Cina hanno quelle e-mail, sarò onesto. Io le voglio vedere”.

E’ singolare che Trump abbia festeggiato l’esito dell’inchiesta della commissione Mueller perché questa non ha trovato nessuna prova di una collusione diretta con agenti russi.

Nessuno – nemmeno nel team di Trump – ha mai infatti messo in discussione il fatto che ci sia stata una massiccia ingerenza di Mosca nelle elezioni. E che il Cremlino abbia di fatto favorito la vittoria del suo candidato preferito. E nessuno sembra preoccuparsi del fatto che questo – come ha scritto il Direttore dell’Intelligence americana all’inizio del 2017 – possa diventare un modello per future elezioni in altri paesi alleati.

https://www.dni.gov/files/documents/ICA_2017_01.pdf

Ora… Posso quasi sentire alcune persone di mia conoscenza dire: eh bravo! Facile prendersela coi russi cattivi eh! Perché non parliamo dei droni americani in Pakistan? Perché non parliamo delle armi tedesche in Arabia Saudita? O degli interessi francesi in Libia? Ah, i media non ne parlano… Che strano…

Come confermerà qualunque giornalista degno di questo nome, l’idea che i media possano essere obiettivi e imparziali è pura fantasia. Non dico che in Europa o negli Stati Uniti non vi siano tentativi di manipolare l’opinione pubblica. Dico solo che – fedeli al canovaccio del caro Surkov – la Russia fa di tutto per far sapere al mondo quanto potente è la sua macchina di disinformazione.

Molti avranno sicuramente sentito parlare dell’Internet Research Agency o “Fabbrica dei Troll” di Olgino, vicino a San Pietroburgo. Da una centrale operativa grande come un centro commerciale, l’agenzia gestisce quasi 4.000 account di twitter e un numero imprecisato di profili facebook, postando messaggi in russo, francese, inglese, tedesco. Quando la CIA ha diffuso i dati sull’ingerenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016, Twitter e Facebook hanno trovato rispettivamente più di 9 milioni di tweet e 31 milioni di post su Facebook prodotti dalla “Fabbrica”.

https://www.io-archive.org/#/

Ma nonostante questo, nonostante i dossier investigativi e le interviste coi troll uscite su vari quotidiani la “Fabbrica” è sempre lì – e continua a pompare messaggi in rete come una vera fabbrica pompa vapori tossici nell’atmosfera. Anzi, ho l’impressione che più se ne parla, più questo altoforno alimentato da razzismo, populismo e autoritarismo avvampa e ruggisce.

Non si sa quale influenza abbiano i troll di Olgino sulla politica internazionale. Secondo alcuni sono una banda di disperati con un uso rudimentale del traduttore di Google. Secondo i servizi americani sono una seria minaccia per la democrazia.

La verità sta probabilmente nel mezzo. Ma l’aspetto più inquietante dei troll di Olgino non sono le loro macchinazioni – no, la cosa spaventosa è quanto è facile creare una fabbrica dei troll – basta un portatile e un accesso alla rete.

Per sapere quanto facile basta andare un po’ più a Sud, parecchio più a Sud, fino a Veles, in Macedonia.

Veles è una cittadina di 50.000 anime collocata tra colline verdeggianti. Intorno alla città ci sono i resti della zona industriale abbandonata dopo il crollo della Yugoslavia. Più della metà delle popolazione è disoccupata.

A un certo punto però in città cominciano ad apparire grosse macchine tedesche. E chi le guida? Qualche investitore straniero? Un capomafia? No, le guidano ragazzetti poco più che maggiorenni che hanno appena scoperto una miniera d’oro. Una miniera chiamata fake news.

E’ successo che alcuni appassionati di computer e videogiochi in paese hanno lanciato un sito di consigli per la salute in inglese – consigli assolutamente inventati, tipo impacchi di avocado per curare le verruche. Il sito va alla grande. Da lì alla politica internazionale il passo è breve. Siamo nel 2016 e le elezioni presidenziali in America tengono banco sui social.

I ragazzi di Veles lanciano diversi siti – all’apparenza giornalistici – con nomi tipo Politicalhall.com e USApolitics.com e iniziano a fabbricare notizie che poi postano su falsi profili social. In realtà le copiano per lo più da blog americani. Inizialmente provano a fare una cosa bipartisan con articoli pro Trump e pro Clinton. Ma presto si accorgono che le notizie pro Trump tirano di più.

In poco tempo ci sono più di 100 siti pro Trump registrati a Veles. Le notizie vengono condivise migliaia di volte. E colla pubblicità di Google i ragazzi tirano su decine di migliaia di euro.

Ma come è possibile che un gruppo di teenager che scrivono cazzate in cattivo inglese abbiano più seguito – diciamo – di questo documentatissimo e forbitissimo podcast?

Beh. La risposta – sembra banale – è proprio che scrivono cazzate.

Come ha dimostrato uno studio dell’MIT di Boston le fake news si diffondono più rapidamente e raggiungono più persone delle notizie di provata veridicità: mentre una notizia vera può aspirare al massimo a 1.000 visualizzazioni, una fake news raggiunge in media tra 1.000 e 100.000 persone.

https://science.sciencemag.org/content/359/6380/1146

E questo vale soprattutto per le situazioni ad elevata criticità come ad esempio un’elezione: un’analisi del siti d’informazione Buzzfeed ha messo in luce che nei tre mesi precedenti all’elezione americana del 2016 le fake news più cliccate di Facebook hanno ampiamente surclassato tutte le fonti di informazioni qualificate come il Washington Post, New York Times e NBC.

E la stessa cosa è capitata poco prima delle elezioni europee del maggio 2019: nelle settimane precedenti alle elezioni sono apparsi di colpo migliaia di profili Twitter che producevano a getto continuo tweet farlocchi in varie lingue. https://www.zeit.de/2019/21/russland-trolle-twitter-europawahl-daten-manipulation

Questo perché – come diceva Turnbull, il supercattivo di Cambridge Anyltica – una notizia inventata può fare leva sulle emozioni degli utenti. E quindi provocare un maggiore coinvolgimento.

Non è cronaca. E’ letteratura, poesia. Beh. Non dico che sia buona letteratura.

“Immigrati senza diritti ricevono una pensione di 550 euro al mese e non hanno mai versato un soldo in Italia! Mentre i pensionati italiani che hanno lavorato per una vita se la sognano una pensione del genere!”

https://www.butac.it/il-governo-regala-la-pensione-agli-immigrati/

“Immigrati del centro profughi di San Bernardo sul Brenta in rivolta perché la struttura è vicino a un canile, animale da loro considerato impuro! Grazie Boldrini!”

https://www.butac.it/brenta-immigrati-e-riciclo-bufale/

“16 donne tedesche che hanno accettato di comparire sui giornali in questi giorni in Germania, sono state aggredite e stuprate da immigrati! è questo quello che il pd ha creato in tutta Europa!”

https://www.butac.it/16-donne-tedesche-picchiate-da-immigrati/

Questi sono alcuni esempi delle migliaia di fake news raccolte dal sito di debunking “Bufale un tanto al chilo”. Sembrerà assurdo ma molte di queste sono state riprese persino dai media ufficiali.

A quanto pare l’Italia è una terra di conquista per i professionisti delle bufale. Alcune settimane fa l’ONG Avaaz ha pubblicato una lista di più di 100 pagine Facebook italiane impegnate nella diffusione sistematica di bufale – in totale le pagine raggiungono quasi 20 milioni di persone. Pagine come “Vogliamo il movimento 5 stelle al governo”, “Lega Salvini Sulmona”, “Lega Salvini Premier Santa Teresa di riva”. Tutte con centinaia di migliaia di interazioni.

https://avaazpress.s3.amazonaws.com/ITNetworks-ExecSumm-11_05_2019.pdf

E una porzione consistente delle bufale diffuse dal network scoperto da Avaaz riguarda – rullo di tamburi – l’immigrazione.

Il motivo – l’abbiamo detto e ripetuto – è che ci sono pochi altri temi che polarizzano e provocano reazioni emotive quanto gli immigrati. Specialmente quando questi vengono presentati come stupratori, assassini o parassiti – come appunto facevano le succitate pagine.

Stando a un recente studio dell’istituto di ricerca Alto Analytics, il tema immigrazione sui social italiani è letteralmente dominato da chi diffonde il tipo di notizie che ho citato prima: quasi il 70 per cento dei post social sul tema hanno carattere fortemente negativo. Temi centrali sono la presunta invasione migratoria, criminalità e terrorismo.

https://www.alto-analytics.com/en_US/the-construction-of-anti-immigration-messages-in-italy/

Anche durante la campagna per le elezioni europee 4 notizie su 5 riguardanti l’immigrazione sui social avevano contenuto negativo. https://www.amnesty.it/europee-2019-ha-gia-vinto-lodio/

E da dove vengono queste notizie? Se si guarda tra le fonti si scopre che rispettivamente al 40esimo e 58esimo posto delle fonti più citate in Italia sul tema si trovano due network che di norma non dovrebbero entrare nella top 100 dei principali media italiani. Avete indovinato: Sputnik e RT.

https://www.alto-analytics.com/en_US/the-construction-of-anti-immigration-messages-in-italy/

E vabbeh… Vedi che torniamo sempre lì, ai russi cattivi? Non ti sembra – dice la mia sempre solerte voce interiore – di fare esattamente quello di cui accusi gli altri? Non stai descrivendo un grande complotto globale gestito da (più o meno) occulti Maestri Venerabili?

No. E ti dico subito perché, cara voce interiore.

Perché nel mio intimo nutro una profonda, radicata convinzione: i complotti, le cabale, le trame occulte sono storie che ci raccontiamo per tenere viva l’illusione che ci sia qualcuno che ha un piano, una visione – qualcuno che conosce il funzionamento intimo delle cose del Mondo.

La realtà è però più prosaica – e molto, molto più sinistra.

Internet è un serbatoio di informazioni di proporzioni colossali. Se dovessi stampare in un libro tutti i contenuti presenti in rete il libro sarebbe alto come dalla Terra alla Luna. Allo stesso tempo ci sono nel Mondo più di 4 miliardi di persone che usano internet.

Ora: come faccio ad assicurarmi che in questa enorme massa di pagine e di persone il giusto utente trovi la pagina giusta?

La risposta è: con un algoritmo. Sono algoritmi a filtrare i risultati che ottengo quando cerco qualcosa su Google. Sono algoritmi che decidono quali storie di Facebook farmi vedere e quali no. E sono algoritmi che decidono la priorità con cui leggo i messaggi di Twitter.

E su cosa si basano queste decisioni? In soldoni si basano su due fattori: popolarità e preferenze personali.

Popolarità vuol dire che se un contenuto viene visionato e condiviso da tante persone è più probabile che mi capiti davanti. Sembra logico no? Se una cosa interessa a tanti è probabile che interessi anche a me.

Ma c’è un’altra ragione: pubblicità. Da che mondo è mondo la pubblicità è tanto più efficace quanta più gente la vede, no? E anche gestori di inserzioni come Google Adsense si basano su questo principio: Quindi, più interazioni genera un contenuto più è efficace il messaggio pubblicitario ad esso associato. E più soldi entrano in cassa. Semplice no?

E quali sono i contenuti che generano più interazioni? Beh… ce lo dicono i ragazzi di Veles: messaggi ad alto impatto emotivo – non importa se veri o no.

E poi ci sono le mie preferenze personali. Ogni click, ogni parola che digito in un motore di ricerca, ogni acquisto online, ogni foto che carico sui social contribuisce alla creazione di un profilo. Se, per dire, ho cliccato tre volte su articoli di ricette l’algoritmo mi classifica come amante della cucina – e mi suggerirà altri contenuti analoghi. Allo stesso modo, se ho cliccato due volte su qualche bufala anti-immigrati l’algoritmo mi proporrà altre storie simili.

E che ci fanno Google e Facebook con questi profili? Li vendono. A inserzionisti – o ad aziende come Cambridge Analytica, che sono così in grado di elaborare campagne sempre più personalizzate, sempre più efficaci.

https://pen.org/wp-content/uploads/2017/10/PEN-America_Faking-News-Report_10-17.pdf

Micro-targeting lo chiamano. Micro-obiettivi. Ognuno di noi è un micro-obiettivo. Così, per esempio, la mia passione per la cucina mi rende un obiettivo ideale per la pubblicità del nuovo tritatutto. E il mio interesse per gli immigrati… beh… com’ è che diceva Turnbull?

“Non sapevi di avere una certa paura finché non hai visto qualcosa che ha suscitato in te questa reazione”.

Una volta che inizi a ricevere un certo tipo di contenuti – e magari ci clicchi sopra – è difficilissimo che l’algoritmo ti proponga contenuti alternativi. Dopo il tritatutto viene un set di coltelli, dopo il set di coltelli viene il pastamatic. E così dopo l’articolo sulla pensione agli immigrati viene quello sul terrorismo islamico e dopo ancora quello sugli stupri e così via.

Piano piano l’algoritmo costruisce un muro intorno all’utente – una stanza in cui lui può di fatto solo sentire le voci di chi ha i suoi stessi interessi o la pensa come lui – una echo-chamber, la chiamano i teorici della comunicazione, una camera dell’eco.

E in questa camera più fervono le emozioni (la paura, la rabbia), più forte diventa il clamore. E più forte diventa il clamore più le emozioni vengono amplificate.  

E cascarci dentro a una di queste stanze è un attimo.

Fate questo esperimento. Andate su Youtube. Cercate “Alieni”. Cliccate sul primo video. Guardate nei video correlati.

Ecco… A me ci sono voluti esattamente due click per trovare un video che nega l’Olocausto.

La ragione? Video controversi, politicamente scorretti e provocatori attraggono più click. Quindi hanno un ranking più alto. E quindi è più facile che li veda. E una volta che ho cliccato su quel video beh… l’algoritmo comincia a costruire il muro.

E prima che diciate “Sì vabbeh, ma mica sono tutti scemi che se vedono un video diventano nazisti”… In realtà ho solo citato il caso – reale – di Doug McGuire, un americano che per anni ha perseguitato insieme a migliaia di altri fanatici i familiari delle vittime del massacro di Sandy Hook. E tutto – dice Doug, che ora lavora per un progetto di sensibilizzazione contro le fake news – è cominciato con un click su un video che parlava di alieni.

https://www.thisamericanlife.org/670/beware-the-jabberwock

E’ vero che Google e Facebook stanno affrontando il problema – filtrando i contenuti e combattendo attivamente la diffusione di notizie false. Ma finora i risultati sono stati minimi.

E’ anche vero che il sistema non funziona con tutti. Se, per dire, ho già una coscienza politica sviluppata è difficile che un video o un post su Facebook mi facciano cambiare idea. Ma vedete… Ci sono molte persone che la coscienza politica se la stanno formando adesso in questo momento – e se la formano soprattutto in rete.

Circa la metà delle ragazze e dei ragazzi italiani sotto i vent’anni passa più di sette ore al giorno in rete. Dalla rete ottengono tutte le principali informazioni sull’attualità e sulla politica.

E i risultati si vedono: quasi il 70 per cento di loro ha un’opinione negativa della politica. Meno della metà di loro è andata a votare alle ultime europee. E quando lo ha fatto, quasi la metà ha scelto formazioni radicali come la “Lega” e “Fratelli d’Italia”.

Capite il punto? Non è che c’è un complotto internazionale. Non è nemmeno che ci sono perfidi spin-doctor che seducono le menti. No. Abbiamo costruito una macchina che ci rende prigionieri ognuno del suo incubo personale – una specie di Matrix alla rovescia. Un incubo in cui non esiste più il vero e il falso, giusto o sbagliato, in cui è impossibile fidarsi delle istituzioni, dei media o anche delle altre persone.

Questa è la vera “Bestia”. E non parlo dell’ormai leggendario sistema di micro-targeting sviluppato dallo spin-doctor della “Lega” Luca Morisi e che – secondo alcuni eminenti giornalisti – è alla radice del successo di Matteo Salvini. La “Bestia” di Morisi non è altro che un prontuario di regole per l’uso dei social network come se ne trovano tanti in rete. Il nome però è bello.

No. Questa è un’altra Bestia. Una Bestia con tante facce. Una Bestia che – in forme diverse – popola il nostro immaginario da millenni. Una Bestia che disgrega la società e produce paura, divisione e caos.

E vidi salir dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, e sulle corna dieci diademi, e sulle teste nomi di bestemmia. […] e tutta la terra maravigliata andò dietro alla bestia; e adorarono il dragone perché avea dato il potere alla bestia; e adorarono la bestia dicendo: Chi è simile alla bestia? e chi può guerreggiare con lei?

https://bibleonline.ru/bible/ita/rev-13/

PER SAPERNE DI PIÙ:

https://www.vox.com/technology/2018/12/12/18136132/google-youtube-congress-conspiracy-theories

https://www.zeit.de/digital/internet/2019-03/youtube-verschwoerungstheorien-videos-alghoritmus

https://medium.com/@zhivko/youtube-pushes-right-wing-talking-points-thats-a-problem-6c1fce4c3c3b

http://www.spiegel.de/netzwelt/web/christchurch-wie-der-troll-terrorist-sein-attentat-im-netz-bewarb-a-1258272.html

http://library.fes.de/pdf-files/bueros/budapest/15374.pdf?fbclid=IwAR15OXzfIOwCybGiV1R2AMwZkARGxRK3BNjcVbTQqX4K2bvltEuysqAsWzw

https://www.washingtonpost.com/graphics/2019/opinions/spains-far-right-vox-party-shot-from-social-media-into-parliament-overnight-how/?utm_term=.ab56966a9eda

https://www.theguardian.com/world/2019/may/08/241m-europeans-may-have-received-russian-linked-disinformation

https://www.lastampa.it/2019/05/12/italia/facebook-chiude-pagine-di-fakenews-la-met-diffondeva-contenuti-pro-lega-e-ms-YgdeSJ2oEUxoSvZ0E08yWP/pagina.html?fbclid=IwAR3WP5NVOeiY84DsieYU2DA21m2x9RZ_wgT0BNvxujqBtCCrqDlxG3yLXqk

https://avaazpress.s3.amazonaws.com/ITNetworks-ExecSumm-11_05_2019.pdf

https://www.alto-analytics.com/en_US/the-construction-of-anti-immigration-messages-in-italy/

https://www.zeit.de/2019/21/russland-trolle-twitter-europawahl-daten-manipulation

http://www.iwar.org.uk/iwar/resources/primer/info-ops-primer.pdf

https://science.sciencemag.org/content/359/6380/1146

https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/news/final-report-high-level-expert-group-fake-news-and-online-disinformation

(Dis)Information: Fake It, Leak It, Spread It

https://www.securityconference.de/en/publications/munich-security-report/munich-security-report-2017/issues/disinformation-fake-it-leak-it-spread-it/

https://www.dni.gov/files/documents/ICA_2017_01.pdf

https://pen.org/wp-content/uploads/2017/10/PEN-America_Faking-News-Report_10-17.pdf

http://comprop.oii.ox.ac.uk/wp-content/uploads/sites/89/2017/07/Troops-Trolls-and-Troublemakers.pdf

https://towardsdatascience.com/effect-of-cambridge-analyticas-facebook-ads-on-the-2016-us-presidential-election-dacb5462155d

https://medium.com/dfrlab/question-that-rts-military-mission-4c4bd9f72c88


http://www.bpb.de/internationales/europa/russland/analysen/228856/analyse-welche-wirkung-erzielt-russia-today-ueber-youtube

https://faktenfinder.tagesschau.de/ausland/anzeigen-uswahlkampf-101.html

https://www.reuters.com/article/us-ukraine-crisis-russia-media/nato-says-it-sees-sharp-rise-in-russian-disinformation-since-crimea-seizure-idUSKBN15Q0MG

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Articoli, Testi

Il blob, i testi della quarta puntata

C’è un video che è circolato molto alcune settimane fa. Siamo a Torre Maura, alla periferia di Roma. C’è un ragazzo con una giacca della tuta color antracite che parla con alcuni uomini. Il ragazzo si chiama Simone. Gli uomini sono esponenti dell’organizzazione neofascista “Casa Pound”. Sono qui perché in una palazzina del quartiere devono essere alloggiate alcune famiglie rom e loro non vogliono. Portano la criminalità, dicono.

Simone, che ha solo 15 anni, dice che è ingiusto prendersela colle minoranze. E tiene testa – da solo – a questi uomini, anche quando uno di loro gli viene a pochi centimetri e lo prende per il collo con aria di minaccia.

E’ un video che a guardarlo fa venire rabbia – e anche un po’ di paura.

C’è però una cosa che mi ha particolarmente colpito nel video – e che non riguarda Simone. E’ una frase che pronuncia uno degli uomini, un tipo colla barba e un berretto da pescatore.

https://roma.repubblica.it/cronaca/2019/04/07/news/torre_maura_lettera_padre_simone_casapound_si_e_mio_figlio-223494969/

“Tu sei uno su cento. Siete 10 su mille”, dice l’esponente di “Casa Pound”. Simone, vuol dire l’uomo, è parte di una minoranza. Una minoranza esigua, irrilevante.

E’ vero? Mi chiedo. E’ vero che quello che dice Simone è condiviso solo da poche persone – e quindi, per converso, quelli che la pensano come l’uomo col cappello sono maggioranza?

Facciamo due conti.

“Casa Pound” non è esattamente un partito di massa. Alle elezioni comunali a Roma ha preso poco più dell’1 per cento. E allora che cosa vuol dire il pescatore neofascista? Forse che in Italia 99 persone su 100 hanno posizioni analoghe alle loro sui rom e sulle minoranze. Beh… Diamogli il beneficio del dubbio.

E’ vero che l’antiziganismo – cioè sentimenti negativi contro i rom e sinti – in Italia è molto diffuso, come ha messo in luce una ricerca dell’istituto di ricerca statunitense Pew Center. Parliamo di percentuali inquietanti – sopra l’80 per cento. Ma questo non vuol dire che la maggioranza degli italiani appoggi partiti politici ostili alle minoranze – specificamente a quella rom. Anche mettendo insieme le preferenze di tutti questi partiti si arriva intorno al 40 per cento. Meno della metà degli elettori.

Eppure quelle parole pesano. “Tu sei solo”, dice l’uomo col berretto a Simone mentre lui e i suoi camerati convergono sul ragazzo. Noi siamo tanti.

Il fatto è che da un po’ di tempo a questa parte ho la sensazione che molte persone in Italia e in Europa si sentano come Simone – strette, assediate da una folla ringhiante che ripete: voi siete soli. Noi siamo tanti.

Questa sensazione è particolarmente forte a pochi giorni da un’elezione europea che qualcuno ha definito “decisiva” per il destino del Vecchio Continente.

E’ un’onda che sale, come la hanno chiamata gli ideologi della nuova destra sovranista Steve Bannon e Geert Wilders. Una massa viscosa di risentimento e di livore – un lento, devastante tsunami nazionalista e razzista – che rischia di travolgere la democrazia liberale.

E noi, l’élite, i buonisti, gli illusi, i rosiconi, siamo lì sulla riva che guardiamo il fronte dell’onda avvicinarsi. E ci sentiamo soli e impotenti.

Se però un ragazzo di 15 anni ha tenuto testa alla marea nera forse non tutto è perduto. “Tu sei uno su cento”, dice l’uomo col berretto da pescatore. “Almeno io penso”, risponde Simone.

Già. A forza di sentirsi assediati, schiacciati dalla massa ribollente che avanza forse ci siamo dimenticati di pensare. Perché pensare aiuta a sentirsi meno soli. Perché, onestamente, di starmene qui a piangermi addosso e aspettare l’onda beh – per citare Simone –  “nun me sta bene che no”.

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Onda, massa, marea nera: non è che a sto giro stai un po’ esagerando, Fabio? Dice la mia voce interiore. Non è che a te – come a tanta parte della sinistra boriosa e frignona – rode semplicemente che ci sia una maggioranza di persone che la pensa diversamente da te?

E allora falla finita co’ sta storia della massa, della marea scura – come il blob alieno di quel vecchio film.

Chiama le cose col loro nome. Questo è il popolo.

È il demos che nell’agorà di Atene cessava di essere suddito e diventava soggetto politico. È il “peuple” che si scuote di dosso il giogo della tirannide di cui parla Rousseau. È il “We the people” che apre la Costituzione americana, atto di nascita della democrazia liberale. È il popolo cui la Costituzione italiana nata dalla Resistenza attribuisce la so-vra-ni-tà.

Non è il popolo a essere un’entità aliena. Sei tu. Stacce – come direbbe Simone.

Sì. Tutto giusto, voce interiore. Però, se permetti, non sono del tutto d’accordo. Il popolo è un’idea molto poetica, per carità – e quando penso all’agorà, ai Padri Fondatori, alla Costituente o al pueblo unido da persona di sinistra avverto un fremito di libertà.

Ma so anche che questo popolo unito e universale non è mai esistito.

Ad Atene c’era tutta una parte della popolazione – stranieri e abitanti delle campagne – che era di fatto esclusa dalla vita pubblica. E poi c’erano gli schiavi. Schiavi come li avevano anche i padri fondatori della nazione americana. E se è vero che il peuple di Rousseau è riuscito – almeno per un po’ – a scrollarsi il giogo dalle spalle è anche vero che l’ha fatto per ficcare la testa nel giogo della ghigliottina.

Ah… E già che ci siamo: in tutta questa Storia quando parliamo di popolo parliamo solo di uomini. Le donne sono popolo nel senso di soggetto politico attivo da meno cento anni.

Non fraintendetemi. Non dico che il popolo sia cattivo. Nella sua accezione più nobile essere “popolo” è forse la massima realizzazione del nostro naturale istinto di aggregazione.

Dico solo che il popolo è un’invenzione, un simulacro.

E meno male. Perché se c’è una cosa che la storia della democrazia ci ha insegnato è che fintanto che il popolo resta un’entità astratta – luminosa e mutevole come una nuvola – va tutto bene. Ognuno può guardare una nuvola e dire: secondo me è un’automobile, secondo me è un drago.

Il problema sorge quando la nuvola si condensa e diventa massa – quando cioè qualcuno pretende di dire chi è o che cosa è il popolo. Allora da nuvola diventa blob.

Ne sanno qualcosa i membri dell’Assemblea Costituente. Non è sicuramente un caso che questo illustre consesso, questa squadra speciale – se mi si permette – questi Avengers nati dalla lotta alla violenza e alla repressione del nazifascismo il popolo sovrano lo abbiano voluto piazzare subito lì, all’inizio.

La sovranità appartiene al popolo. Zac. Preciso. Essenziale.

Ma la frase va avanti:

La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. E’ come dire: il popolo decide, ma qui c’è una lista di cose su cui il popolo non dovrebbe decidere.

La cosa sembra semplice, ma, a quanto pare, i membri dell’Assemblea hanno dibattuto molto accanitamente sulla questione.

E si capisce perché. Dopo vent’anni di dittatura e due anni di occupazione militare, parlare di “sovranità del popolo” era sicuramente un atto profondamente liberatorio. Ma i Padri Costituenti ci vanno piano – forse perché hanno ancora davanti l’immagine della folla osannante davanti al balcone di Piazza Venezia. Sapevano bene che il popolo, come diceva anche Rousseau, può sbagliare – e può essere sedotto.

C’è però un altro limite – più sottile – che la Carta mette al popolo: da nessuna parte in questo documento così efficiente ed essenziale si dice chi o che cosa è questo popolo. E non è una svista.

Uno potrebbe pensare che siccome la sovranità appartiene al popolo e in democrazia comanda la maggioranza, il popolo sia la maggioranza degli elettori. Ma non è così: il popolo è un’entità estremamente complessa – non riducibile a un numero.

Lo dice bene il Costituzionalista Maurizio Fioravanti: “Il popolo è sovrano perché, e in quanto, la sua infinita complessità è rappresentata, senza eccezioni, nel  Parlamento. E – continua Fioravanti – il Parlamento è sovrano perché è il luogo in cui la infinita complessità, e la totalità, del popolo è rappresentata,  in modo tale da essere capace di produrre sovranità, leggi e governi”. (Fonte: https://www.mulino.it/isbn/9788815097316)

Cioè: il popolo in un sistema democratico dobbiamo essere tutti – un concetto inclusivo e non esclusivo. Perché se comincio a dire: tu sei popolo, tu no, le cose si mettono male. Per saperlo i membri della Costituente non dovevano neppure guardare troppo lontano.

Quando alla fine dell’ ‘800 fu costruito il palazzo del Reichstag – il parlamento del neonato Regno di Germania – l’architetto, Paul Wallot, volle mettere sull’architrave la frase “Dem deutschen Volke” – al popolo tedesco, che voleva dire che quello era un monumento alla sovranità e all’unità dei tedeschi. Fino a ieri eravamo divisi – voleva dire – oggi siamo popolo.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale il Volk – come spesso accade – si unì intorno al concetto di difesa della Patria. Ma non durò molto. Già dalle prime battute della Repubblica di Weimar gli scontri – spesso violenti – tra partiti della destra e della sinistra portarono alla creazione di nuovi fronti: operai contro borghesi, Sud contro Nord, nazionalisti contro internazionalisti.

Non sorprende che molti ce l’avessero coi partiti. E che volessero farla finita coi settarismi e le risse. Molti osservatori hanno riscontrato delle somiglianze colla situazione attuale. E battute che circolavano all’epoca potrebbero essere prese da un’intervista di oggi: “Io intendo semplificare la democrazia”, diceva per esempio un politico emergente. “Non rispondo al sistema dei partiti, ma solo al volere del popolo”.

Pare giusto, no? Basta coi partiti. Basta con destra e sinistra. È ora che il popolo decida per sé.

Già, ma quale popolo? Tutti nella Repubblica di Weimar, da destra a sinistra, parlano di “Volksgemeinschaft”, comunità di popolo. E poi aizzano i propri sostenitori contro il non-popolo di turno, siano essi borghesi, imboscati, secessionisti.

Ci vorrebbe che uno lo unisse questo popolo – colle buone, ma, se serve, anche colle cattive. E c’è uno che sembra avere tutti i requisiti. È quel politico emergente che voleva “semplificare la democrazia”, ricordate? Il suo nome – avete indovinato – è Adolf Hitler.

E Hitler la Volksgemeinschaft, la comunità di popolo la unisce davvero. E come? Anzitutto indicando chi al popolo non appartiene: omosessuali, disabili, zingari, ebrei. Volksfremd, li chiama il regime – estranei al popolo. E poi rendendo il popolo onnipresente, universale. Ogni elemento dell’apparato pubblico diventa Volks- qualcosa: Volksgesundheit (salute popolare), Volkseinkommen (reddito popolare), Volksaufklärung (istruzione popolare). (Fonte: https://www.bpb.de/izpb/137211/volksgemeinschaft?p=all)

Non ci sono più gli operai e gli impiegati, i borghesi e i proletari. C’è solo il popolo, un’unica grande entità dotata di un’unica volontà.

Oggi è facile pensare ai tedeschi di allora come a una massa di fantocci nelle mani del regime. Ma non era così: per molti tedeschi, messi in ginocchio dalla crisi economica e abbandonati dalle istituzioni, essere popolo voleva dire essere forti.

La scrittrice Melita Maschmann – all’epoca leader della sezione femminile dei giovani nazisti – lo dice senza mezzi termini: “Ci sentivamo per la prima volta parte di qualcosa di grande e essenziale”.

E chi non è parte di questa cosa grande e essenziale… beh… non è parte del popolo. E se non sei parte del popolo, allora sei volksfremd – estraneo al popolo. E chi è estraneo al popolo deve sparire.

Così, il popolo, il Volk, si allarga e si compatta, tenuto insieme da un sentimento più forte dello semplice spirito comunitario o del patriottismo – un sentimento che paralizza e rende docili. La paura.

Non è un caso che nel Dopoguerra la parola Volk in Germania sia stata quasi del tutto bandita dalla politica. Per i tedeschi essere popolo – quel popolo – è diventato difficile. (Fonte: https://www.deutschlandfunk.de/wer-ist-das-volk-wandel-und-missbrauch-eines-gruppenbegriffs.1310.de.html?dram:article_id=382221)

La parola è tornata di moda colla caduta del Muro – Wir sind das Volk, gridavano i tedeschi dell’Est nell’Ottobre dell’ ‘89: noi siamo il popolo. In un interessante ricorso storico questo Volk era più simile al popolo dell’architrave del Reichstag – unito e sovrano.

Lo stesso slogan però è stato ripreso anche in tempi più recenti – con un significato diverso: “Wir sind das Volk” è anche lo slogan delle manifestazioni della nuova destra contro l’Islam e gli immigrati. Noi siamo il popolo: i tedeschi. Loro no. Loro sono volkfsfremd – estranei al popolo.

È proprio vero: la storia si ripete, prima come tragedia. Poi come video di Instagram.

In effetti sono in tanti di questi tempi a parlare volentieri di popolo – soprattutto a destra.

Questa è Marine Le Pen, leader del Rassemblement National francese, nel 2018. “Contro la destra dei soldi e contro la sinistra dei soldi, io sono la candidata del popolo”, dice. Anche lei è una a cui piace semplificare: Là c’è l’elite parigina: ricca, corrotta e maneggiona. Qui c’è lei, Marine, la voce del popolo.

Anche se è cresciuta in una villa in una delle gated communities più esclusive della Capitale a Marine il popolo piace proprio tanto. “Il popolo”, ha detto in un’intervista di alcuni anni fa, “ha sempre ragione, anche quando ha torto” (Fonte: https://www.letemps.ch/monde/peuple-toujours-raison-meme-tort). Queste cose gliele deve avere insegnate suo padre Jean-Marie – ex capo del Front National – che già nel 2007 diceva: “il popolo ha ragione e nessuno può avere ragione contro di lui”.

È un concetto quasi mistico: il popolo come unica fonte di verità. Com’è il detto: Vox populi, vox dei. E chi dissente… Beh… Non è popolo. Anzi. E’ un nemico del popolo.

“Quando diffondete notizie false siete nemici del popolo”, dice Donald Trump a un reporter della rete televisiva CNN a novembre del 2018. Un paio di settimane prima su Twitter era stato più esplicito, chiamando i media “i veri nemici del popolo”.

Anche al miliardario Trump il popolo piace proprio tanto.

AUDIO: https://edition.cnn.com/videos/politics/2017/01/20/donald-trump-inaugural-address-sot-2.cnn

“Voglio togliere il potere alla casta dei politici e renderlo al popolo”, dice nel suo discorso di insediamento.

In tutti questi esempi si nota uno schema ricorrente: chi parla di popolo lo fa in opposizione e in contrasto con una non-meglio definita élite: media, politici, intellettuali – non necessariamente benestanti ma istruiti e un po’ snob. E questa élite, ovviamente, non appartiene al popolo. E’ volksfremd – estranea al popolo.

Forse il più chiaro è stato Matteo Salvini, che, poco dopo le elezioni del 2018, ha proprio detto così: «Non esistono più destra e sinistra, esiste solo il popolo contro le élite».

Per i politologi la dottrina che divide la società in popolo puro ed élite corrotta ha un nome: populismo. E se magari in passato l’etichetta di populista aveva una connotazione negativa, oggi essa viene rivendicata come una medaglia al valore.

Questo qui è… un momento… mmmmh… ah sì. Giuseppe Conte. Presidente del Consiglio dei Ministri. E se lo dice anche lui…

Ma in realtà di questi tempi un po’ tutti in Italia – populisti e non, a destra, a sinistra, al centro – parlano volentieri di popolo.

Ed è una cosa interessante perché negli ultimi decenni in Italia la parola “popolo” è stata usata con una certa parsimonia. Al limite si sentiva parlare di popolo del web, popolo giallorosso, popolo bue. Sì, c’era il “Popolo della Libertà” di Berlusconi ma quella suonava un po’ come una versione singhiozzante dell’originario “Polo delle Libertà”.

Se si fa una semplice ricerca su Google anno per anno si vede che tra articoli, blog, commenti e post sui social nel 2009 il lemma “popolo italiano” – al netto di espressioni formalizzate come “in nome del popolo italiano” – è stata utilizzata circa 1.400 volte. L’anno scorso è stata usata più di 14.000 volte – dieci volte di più.

Insomma: c’è una gran voglia di popolo.

E in parte è comprensibile. Perché negli ultimi anni non era per niente facile sentirsi popolo. Perché per essere Popolo colla P maiuscola bisogna avere pulsioni, emozioni, esperienze e obiettivi comuni. Bisogna condividere un destino.

Ma con un futuro sempre più precario, la disoccupazione che galoppa e più di dieci anni di crisi economica alle spalle è difficile condividere alcunché. Ed è pure difficile avere obiettivi comuni quando l’obiettivo primario è arrivare a fine mese.  

Ed ecco che il Popolo si frammenta, si liquefà come scrisse il presidente del Censis Giuseppe De Rita già dodici anni fa, prima della crisi: Viviamo – diceva all’epoca De Rita – una “disarmante esperienza del peggio” che ci rende poltiglia, mucillagine – un insieme inconcludente di “elementi individuali e di ritagli personali” tenuti insieme da un sociale di bassa lega.

E quelli che si qualificavano allora come “partiti del Popolo” – Forza Italia e il Partito Democratico – erano secondo De Rita proposte prive di senso, nel momento in cui nessuno crede più a “uno sviluppo collettivo in cui ci stiamo tutti”, uno “sviluppo di popolo”. (Fonte: http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/economia/censis-rapporto/derita-intervento/derita-intervento.html)

E allora? E allora ecco arrivare una nuova generazione di politici che promette di dare nuova forza al Popolo – con sentimenti e obiettivi comuni: occupazione stabile, reddito di cittadinanza, più sicurezza.

Ed ecco che molte persone insoddisfatte, deluse, frustrate trovano in quest’idea di popolo una nuova forma di appartenenza. Essere popolo li fa sentire forti e sicuri. Li fa sentire parte di qualcosa di “grande ed essenziale”. Suona familiare?

Quando nel giugno del 2018 Lega e Movimento Cinque Stelle si accordano per formare un esecutivo molti in rete celebrano il nuovo governo dicendo che finalmente c’è un “governo eletto dal popolo”. Ovviamente il popolo non elegge i governi ma tutt’al più i parlamentari – e in più la coalizione si è formata strada facendo, nella migliore tradizione proporzionalista. Ma tant’è.

I due partiti insieme arrivano intorno alla metà dei voti (circa 32 per cento i Cinque Stelle e 17 per cento la Lega). Eppure fin da subito l’esito del voto viene trattato come un plebiscito popolare. Nel luglio 2018 il neo Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti della Lega (un partito che ha appena preso il 17 per cento, ricordiamolo) dice tout-court che in Italia non c’è più più l’opposizione – perché, dice Giorgetti, il popolo è con noi. (Fonte: https://www.repubblica.it/politica/2018/07/01/news/al_via_il_raduno_di_pontida_bagno_di_folla_per_salvini_qui_un_mare_di_gente_perbene_-200511752/)

E’ una visione totalizzante del popolo che fa proseliti. Anche a sinistra.

Come già avvenuto in America dopo la vittoria elettorale di Donald Trump molti politici di area liberale e socialdemocratica cominciano a dire che i partiti della sinistra hanno perso il contatto col popolo. La ragione? La sinistra si sta occupando troppo delle minoranze – immigrati, omosessuali, ambientalisti – e dimentica così le aspirazioni e i desideri del popolo inteso come maggioranza delle persone.

E’ una storia avvincente. In pochi mesi non solo è rinato un popolo che sembrava morto e sepolto ma adesso sappiamo anche chi e che cosa è questo popolo: il popolo è chiunque si identifichi coll’attuale linea di governo. Gli altri non sono popolo. Sono volksfremd.

E così il popolo – quella nuvola impalpabile di ambizioni, pulsioni, emozioni ed esperienze – si condensa in un’entità concreta, dotata di forza e di volontà.

Eppure basterebbe dare un’occhiata a che cosa pensano davvero gli italiani per rendersi conto che no, il pueblo è tutt’altro che unido.

Prendiamo la questione immigrazione – un tema su cui il nuovo esecutivo ha fatto leva fin dall’inizio. E un tema su cui, apparentemente, il popolo si esprime in maniera univoca. Vari sondaggi dicono che la stragrande maggioranza degli italiani è decisamente a favore della linea dura contro l’immigrazione portata avanti dal governo: porti chiusi, immigrati a casa eccetera. (Fonte: https://www.termometropolitico.it/1308088_sondaggi-politici-ixe-immigrazione-salvini.html)

Va detto che questi sono cosiddetti sondaggi istantanei che documentano le risposte a quesiti secchi in un periodo di tempo molto limitato.

Se si guarda invece ad alcuni sondaggi che coprono periodi più lunghi e rilevano le risposte a un complesso di quesiti salta fuori un quadro un po’ diverso.

In base a una ricerca dell’istituto Ipsos Mori (Fonte: https://static1.squarespace.com/static/5a70a7c3010027736a22740f/t/5b5852700e2e72de2784d45d/1532514941303/Italy+EN+Final_Digital_2B.pdf) del 2018 solo un quarto degli italiani sostiene apertamente una posizione di radicale chiusura delle frontiere come quella portata avanti dall’attuale inquilino del Viminale. Circa un terzo degli italiani è, invece, favorevole ad una politica dell’accoglienza basata su principi di umanità e tolleranza. E non si tratta solo di intellettuali radical chic, ma di molti giovani (anche senza titoli di studio) e anziani, soprattutto se vicini ad ambienti cattolici.

In mezzo c’è la cosiddetta maggioranza inquieta. Questa è composta da persone senza chiaro orientamento e da coloro che si sentono insicuri o “abbandonati” dallo Stato – disoccupati, pensionati, persone di mezza età senza titoli di studio. Le loro posizioni riguardo ad immigrati e richiedenti asilo sono lo specchio delle loro ansie. Pur essendo generalmente preoccupati del futuro che li attende, essi ritengono che non si debba rinunciare ai principi di umanità – specialmente quando si tratta di proteggere famiglie e minori.

E’ un segnale incoraggiante: il popolo non la pensa tutto alla stessa maniera. E gli italiani non sono così stronzi come vorrebbe qualcuno.

Tutto bene dunque? Non tanto: un’altra indagine dell’istituto “Pew Center” rileva che l’opinione degli italiani sta cambiando molto rapidamente. Restando sul tema immigrazione: nel 2017 circa la metà degli italiani vedeva gli immigrati come un peso per la società. Un po’ meno della metà li vedeva invece come una risorsa. Nel 2018 lo scarto è massiccio: 54 per cento ribadisce che gli immigrati sono un peso. E solo il 12 per cento li ritiene una risorsa. (Fonte: https://www.pewglobal.org/2019/03/14/around-the-world-more-say-immigrants-are-a-strength-than-a-burden/)

Il popolo non la pensa tutto alla stessa maniera. Uno guarda la nuvola a vede un elefante. Un altro ci vede un cammello. Il fatto è che se però uno ti dice: “vedi quella nuvola a forma di Kamchatka” è probabile che tu ci veda la Kamchatka.

Ripenso a Simone e alla marea scura che gli si stringe intorno a Torre Maura. “Tu sei uno su cento”, dice l’uomo col cappello.

E mi viene in mente che la cosa che mi sgomenta di più di questo video non è il gruppo di neofascisti che si stringe intorno a un ragazzo solo. No: è sapere che tutto intorno ci sono persone che potrebbero dire qualcosa, magari intervenire, magari semplicemente mettersi in mezzo. E invece rimangono tutti a guardare.

I populisti – dice il politologo olandese Cas Mudde – dicono di rappresentare una maggioranza silenziosa, mentre invece rappresentano solo una minoranza molto rumorosa – una minoranza aggressiva e pervasiva, che riempie gli spazi lasciati vacanti dai partiti popolari. Come a Torre Maura. (Fonte: https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/sep/06/populists-silent-majority-loud-minority)

In Europa sovranisti e populisti di destra si avviano a prendere circa un quarto dei voti. Sono percentuali importanti, senza dubbio. E loro non mancano mai di farlo notare. Ma c’è un aspetto che viene spesso tralasciato quando si parla dei loro successi: a differenza dei partiti di massa i populisti – soprattutto i populisti di destra – non puntano a massimizzare il consenso ma a creare un nucleo di sostenitori, uno zoccolo duro militante.

Non a caso la comunicazione pubblica dei leader populisti da Trump a Le Pen fino a Orban e Salvini è consapevolmente radicale nel linguaggio e negli atteggiamenti. E’ fatta per dividere – per esaltare o far incazzare. Senza vie di mezzo. Si rivolge insomma ai fan, alle frange oltranziste. E sono queste frange – iperattive e rumorose – a produrre l’impressione di una massa in movimento, di un popolo in armi.

Ma questa strategia ha un difetto. Se è vero che un elettore europeo su quattro si identifica coll’agenda dei populisti è anche vero che tre su quattro sono veementemente contrari ai loro proclami.

L’Italia è attualmente il paese dell’Europa occidentale in cui i populisti di destra hanno allargato di più il proprio bacino elettorale. Ma anche se la Lega dovesse sfondare il tetto del 40 per cento c’è apparentemente più di una metà degli italiani che la politica ringhiosa e fascistoide di Salvini e compagnia “nun je sta bene che no”.

Oh… Ma allora dove sono tutti questi italiani? Com’è che se vado al bar sento solo quelli che sbraitano contro gli immigrati e i rom? Com’è che i social network sono un turbine di foto di Salvini che mangia maritozzi e hashtag prima gli italiani?

Ho un amaro sospetto: quelli che la pensano diversamente ci sono. Ma non si fanno sentire.

Mentre scrivo l’uomo col cappello da pescatore è da poco riapparso in un altro quartiere alla periferia di Roma, Casal Bruciato. Anche qui un appartamento in casa popolare è stata assegnata a una famiglia rom. L’uomo col cappello e i suoi amici sono prontamente sul posto. Ci ha chiamato il popolo, dicono. (Fonte: https://www.facebook.com/Giuseppe-Di-Silvestre-CPI-V–158288447680839/)

(Fonte: https://roma.repubblica.it/cronaca/2019/05/06/news/roma_casa_popolare_assegnata_a_famiglia_rom_residenti_in_strada_a_casal_bruciato-225604120/?ref=RHRS-BH-I225610462-C6-P1-S1.6-T1)

E il popolo che si raccoglie intorno al presidio ha subito molto da dire.

AUDIO https://video.repubblica.it/edizione/roma/roma-casa-a-famiglia-rom-le-parole-di-odio-dei-cittadini-di-casal-bruciato/333793/334393?ref=RHPPLF-BH-I225682612-C8-P7-S2.5-L

Alla fine la famiglia riesce a entrare nello stabile, ma solo sotto scorta della polizia.

AUDIO https://roma.repubblica.it/cronaca/2019/05/07/news/roma_ancora_proteste_a_casal_bruciato_ontro_casa_assegnata_a_famiglia_rom_se_tornate_vi_ammazziamo_-225656001/?ref=RHPPLF-BH-I225682612-C8-P7-S1.8-T1

https://roma.fanpage.it/casal-bruciato-luomo-che-ha-urlato-ti-stupro-alla-mamma-rom-e-di-casapound/

Arriva un gruppo di manifestanti del Movimento per la Casa. La polizia fa cordone intorno ai neofascisti. “Nemici del popolo”, gridano questi ai manifestanti dell’altro capannello.

Gli abitanti delle case popolari stanno alla finestra e guardano i tafferugli per strada. E’ una casa popolare come ce ne sono tante in Italia – come quella in cui sono cresciuto. Decine di famiglie vivono qui porta a porta. Tutti si conoscono – o almeno tutti si conoscevano. I bambini giocano insieme in cortile.

E allora capisco: non sono i neofascisti la massa, la marea, il blob. E non è nemmeno il popolo affacciato alla finestra. No: il blob è l’indifferenza e il cinismo che serpeggiano nei cortili, nelle scale e nei corridoi – il vuoto che c’è tra appartamento e appartamento, tra famiglia e famiglia, tra noi e loro, tra popolo e non-popolo. Il vuoto in cui si infilano l’uomo col cappello e i suoi amici.

Bisogna riempire questi vuoti – colle parole, colle azioni. Tornare a parlare – anche con quello che al bar inveisce contro zingari e neri. Perché solo così la poltiglia, la mucillagine può ricomporsi pezzo per pezzo. E magari, col tempo, ridiventare popolo.

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Testi

Leviatano parte seconda, i testi del terzo episodio

Ottobre 1940. Atlantico settentrionale – circa 1000 miglia dalla costa africana. Sono le prime battute della Seconda Guerra Mondiale. C’è un piroscafo belga in rotta verso la Liberia. A bordo ci sono marinai e armamenti della Marina di Sua Maestà Britannica. Nella notte il piroscafo incrocia un sommergibile italiano, il Cappellini. Partono dei colpi di cannone. Il piroscafo viene colpito e comincia ad affondare. L’equipaggio si mette in salvo su una lancia, ma siamo in mezzo all’Atlantico – la probabilità di incrociare un’altra nave è abbastanza remota.

Allora il capitano del Cappellini, Salvatore Todaro, dà ordine di rimorchiare la scialuppa coi soldati nemici fino alla costa più vicina. Ma con onde alte come case di tre piani l’operazione risulta difficile. Todaro allora accoglie tutti e 21 i membri dell’equipaggio nel poco spazio disponibile a bordo – soldati che, ricordiamolo, aveva appena preso a cannonate – e li porta, incolumi, fino alle Azzorre.

Il Capitano Todaro non è un’eccezione. Le cronache militari, fin dai tempi della battaglia di Nasso tra Ateniesi e Spartani, sono piene di episodi analoghi: ufficiali di Marina che interrompono le operazioni per salvare nemici finiti in balia delle onde. La ragione è semplice. Chiunque si sia trovato almeno una volta in mezzo a una tempesta in alto mare lo sa: il mare è l’ultimo confine, un luogo ostile per eccellenza, devastante nella sua forza, imprevedibile nella sua violenza. E’ per questo motivo che in mare non vigono le stesse regole che vigono sulla terra ferma. Sul mare l’uomo sa di essere in balia di forze più grandi. Per questo chi va per mare è per così dire costretto alla solidarietà – e le divisioni e la politica e le guerre non contano più niente; perché in mare siamo, letteralmente, tutti nella stessa barca.

Non a caso, il dovere assoluto di salvare vite umane in mare – non importa se amici o nemici – è stato uno dei primi capisaldi dei trattati internazionali del XX secolo – un dovere sancito ancora oggi dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Vedi: https://munkschool.utoronto.ca/ceres/files/2017/10/Paper-Emily-Koller.pdf).

Eppure c’è sempre stato – e c’è ancora – chi pensa che questa legge di umanità, questo stato di eccezione, questo imperativo morale debba piegarsi alla contingenza politica. E che chi salva vite umane sia un irresponsabile, o peggio, un criminale.

Rientrato alla base di Bordeaux, il Capitano Todaro viene convocato d’urgenza dai suoi superiori. La notizia del salvataggio ha generato forti malumori. Si parla di corte marziale. Siamo in guerra – in fin dei conti. “Un ufficiale tedesco – dice un ammiraglio – non avrebbe mai commesso una simile imprudenza”. La risposta di Todaro è secca: “Gli altri – dice il Capitano – non hanno, come me, duemila anni di civiltà sulle spalle” (Fonte: http://www.marina.difesa.it/Notiziario-online/Pagine/20151014_kabalo.aspx).

Todaro dice una cosa fondamentale: Salvare i naufraghi è una questione di civiltà. Su una cosa però si sbaglia. Un capitano tedesco farebbe altrettanto – anche se questo significa rischiare la galera.

“Salvare i naufraghi è prima di tutto un dovere”, dice il Capitano tedesco Stefan Schmidt. Schmidt sa che cosa vuol dire fare il proprio dovere – anche se questo comporta dei rischi. Dopo aver salvato 37 persone da un barcone nel Canale di Sicilia, si è visto mettere le manette ai polsi dalle autorità italiane. E si è sentito chiamare “scafista” e “trafficante di uomini”.

Oggi, niente di nuovo. Ma non lo era nel 2004, quando la sua nave, un cargo dell’Organizzazione non Governativa tedesca Cap Anamur, fu sequestrata e l’equipaggio arrestato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. All’epoca la vicenda generò un mezzo caso diplomatico, con esponenti del governo tedesco che chiamavano Roma dicendosi “esterrefatti e indignati” e chiedevano l’immediata liberazione del comandante. (Fonte: http://www.spiegel.de/politik/ausland/cap-anamur-wieczorek-zeul-wirft-italien-unertraegliche-hinhaltetaktik-vor-a-308846.html)

Cinque anni ci sono voluti perché Schmidt e il responsabile dell’ONG Elias Bierdel fossero scagionati da tutte le accuse. Ma intanto il caso della Cap Anamur ha generato un precedente importante – un precedente che avrà un ruolo fondamentale in un’altra guerra di mare, diversa da quella in cui combattevano ufficiali gentiluomini come il Capitano Todaro – una guerra di pirati e avventurieri, di spie e delatori, una guerra fredda e parecchio sporca, come le acque del Canale di Sicilia in inverno.

E la prima vittima di una guerra, si dice, è sempre la verità.

Il primo personaggio di questa spy-story è indubbiamente degno di un romanzo di Tom Clancy: Christopher Catambrone è un eccentrico milionario originario della Louisiana ma con radici in Calabria. Poco più che ventenne comincia a lavorare per una compagnia di assicurazioni che copre i contractors in aree di crisi: Iraq, Afghanistan, Somalia. È un assicuratore un po’ particolare: invece di calcolare premi e valutare danni, accompagna convogli armati e organizza la liberazione di ostaggi. Un uomo d’azione. (Fonte: https://www.theguardian.com/news/2015/jul/08/millionaire-who-rescues-migrants-at-sea)

E rimane un uomo d’azione anche quando, nell’estate del 2013, compra uno yacht per fare una crociera nel Mediterraneo colla famiglia. Mentre lo yacht solca il Canale di Sicilia Catambrone racconta d’aver visto una giacca a vento galleggiare nell’acqua. Il comandante dello yacht gli spiega che in quel tratto di mare si trovano sempre i resti dei barconi andati a fondo: vestiti, giocattoli, a volte corpi.

Catambrone, l’assicuratore col giubbotto antiproiettile, abituato a vedere la vita umana come un asset, è costernato: gli pare impossibile che non ci sia modo di impedire questa strage – un modo per salvare uomini, donne e bambini da una morte orribile. Da uomo d’azione gli basta qualche minuto per trovare una soluzione: li salverà lui.

Nel giro di pochi mesi compra una nave, la arma e mette al comando proprio lo skipper della sua crociera – un veterano della Marina maltese. E fonda un’Organizzazione Non Governativa, la Migrant Offshore Aid Station. È la prima ONG specializzata nel salvataggio di naufraghi nel Mediterraneo.

Questo è l’anno in cui nel Mediterraneo Centrale naviga la missione italiana Mare Nostrum. Ma Catambrone e i suoi hanno lo stesso molto da fare: Nei primi cinque mesi in mare MOAS salva circa 5.000 persone. A chi gli chiede perché lo faccia Catambrone risponde quasi con stizza: “Perché salvare vite umane è un dovere e chi pensa il contrario è un razzista e non merita un posto nella nostra società”.

Pochi mesi dopo Mare Nostrum chiude le operazioni perché, dicono vari governi europei, è diventata un “pull factor”, un fattore di attrazione. La missione viene sostituita da un’operazione europea con circa un decimo dei mezzi. A questo punto MOAS è praticamente sola in mare. Ma non per molto.

Proprio mentre, nel novembre 2014, il governo italiano annuncia la fine di Mare Nostrum, un 42enne antiquario e mobiliere berlinese sta camminando con alcuni amici lungo il vecchio tracciato del Muro . Harald Höppner è nato a Berlino Est e, dice, sa bene che cosa vuol dire essere chiuso in una gabbia. E’ nato e cresciuto su una frontiera – una frontiera che può costare la vita. (Fonte: https://www.welt.de/vermischtes/article139890612/Die-Wut-nach-dem-Tod-der-Fluechtlinge.html

E mentre Höppner e i suoi amici camminano lungo il Muro, il discorso cade sul tema dei naufragi nel Mediterraneo. Senza Mare Nostrum i morti in mare potrebbero aumentare a dismisura, si dicono Höppner e i suoi amici. E non c’è da credere a chi sostiene che se aumenta il rischio non verrà più nessuno. Del resto – dice Höppner – quelli che volevano passare oltre il Muro non li fermavano neanche le pallottole.  

E allora? Che fare? E’ un momento. Un’ illuminazione. Qualche soldo da parte ce l’ha, dice l’antiquario: i suoi due negozi in centro a Berlino vanno alla grande. E conosce pure un paio di spedizionieri e armatori. Pochi giorni dopo insieme ad un socio compra un peschereccio dismesso per 60.000 euro e lo rimette in sesto. E fonda l’organizzazione “Sea Watch”. All’inizio del 2015 la Sea Watch 1 salpa dal porto della Valletta.

E da subito Sea Watch ha molto da fare. Höppner e i suoi amici avevano ragione: Con o senza Mare Nostrum il numero di persone che tenta di passare il mare resta alto. Nell’aprile del 2015 un peschereccio con 1.000 persone a bordo cola a picco – è la strage più ingente del dopoguerra. E’ un segnale d’allarme che porta ad una grande mobilitazione internazionale. Agli avventurieri umanitari come Catambrone e Höppner si uniscono adesso grandi organizzazioni internazionali con decenni di esperienza e decine di migliaia di collaboratori come Medici senza Frontiere e Save the Children. Arrivano organizzazioni e volontari dalla Germania, dall’Olanda, dalla Spagna. Tra il 2015 e il 2016 la flotta della cosiddette ONG arriverà a contare una dozzina tra imbarcazioni, aerei e droni da ricognizione. E’ uno dei più grandi sforzi umanitari del dopoguerra. (Vedi: https://www.elperiodico.com/es/internacional/20160407/oscar-camps-socorrismo-sin-fronteras-5036387 e https://www.freitag.de/autoren/der-freitag/kapitaen-an-land

Ma nonostante gli sforzi delle ONG la situazione nel Mediterraneo Centrale peggiora. La rotta libica è infatti diventata più pericolosa. Il motivo principale è che nel 2015 cambia la strategia degli scafisti.

Dall’anno prima la Libia è precipitata in una spirale di violenza con varie milizie che si contendono il territorio. E le milizie fanno i soldi col contrabbando – di droga, di armi e anche di persone. Gli immigrati provenienti dall’Africa subsahariana diventano così merce di scambio – venduti come schiavi o trasportati come cargo. E anche il business degli scafi diventa roba loro, delle milizie – un business molto redditizio, ma anche rischioso.

Nel 2015 l’Unione Europea ha infatti lanciato la missione navale Eunavfor Med, con uno scopo: smantellare la rete degli scafisti. Come? Requisendo e distruggendo i barconi. L’idea pare giusta, solo che c’è un problema: che senso ha salpare con un barcone di legno o un peschereccio se si sa che questo verrà distrutto? Allora molto meglio usare dei gommoni usa e getta da due lire. Ci sono ditte cinesi che li producono e vendono online. E li chiamano “refugee Dinghies”, “gommoni per rifugiati”. (Fonte: (http://statewatch.org/news/2016/dec/eu-council-eunavformed-jan-oct-2016-report-restricted.pdf)

E questo è esattamente quello che fanno gli scafisti. I “Dinghies” sono fatti per arrivare al limite delle acque territoriali libiche. Lì poi ci sono le navi e quelle – dicono gli scafisti a chi scappa dalla Libia – vi possono salvare.

Ma quali navi? Le missioni europee Triton e Eunavfor Med incrociano molto più a Nord, quasi in acque italiane. Casualità. O forse una strategia per evitare il “pull factor”, come suggerisce uno studio della Goldsmith University di Londra. Ma i gommoni partono lo stesso – e vanno a fondo lo stesso. Anzi, ne partono sempre di più. E così le imbarcazioni delle ONG – e, in parte, anche le navi della guardia Costiera italiana – sono costrette ad avvicinarsi sempre di più al confine delle acque libiche. Si crea così un sistema perverso in cui sia i naufraghi che le ONG diventano pedine di un gioco – un gioco al massacro, che sta per diventare – se possibile – ancora più sporco. (Fonte: https://www.gold.ac.uk/news/death-by-rescue/)

Certo, se non ci fossero navi al largo della Libia il gioco non funzionerebbe – si dice qualcuno. Sì, magari lì per lì affogano un po’ di persone. Ma a lungo andare le partenze si fermerebbero. L’idea non è nuova. Vi ricorderete: lo avevano detto anche ai tempi di “Mare Nostrum”. La teoria è smentita da vari studi. Ma non importa: mentre il numero di partenze e il numero di morti in mare viaggia verso nuovi, terrificanti record, sempre più persone in Europa dicono una sola cosa: le ONG devono sparire. (Fonte: https://www.ilpost.it/2019/01/20/ong-partenze-migranti-sbarchi/?fbclid=IwAR3IQ-q6VZrTEm1BzkJbk5AVLuJ4JmofUIGgJSZCdZWdsczaw2c6QuYK–k)

E come? Volontari come Catambrone e Höppner, organizzazioni come “Medici senza frontiere” e “Save the Children” sono eroi popolari che agiscono per spirito umanitario. Ma se così non fosse? Se invece gli eroi senza macchia e senza paura avessero un secondo fine? E se fossero tutti parte di un piano?

Gli eroi, si sa, sono come acrobati: tutti applaudiamo il loro coraggio ma, sotto sotto, l’emozione più grande è vederli cadere.

Tutti abbiamo qualche segreto. E se qualcuno vuole portarlo alla luce basta che guadagni la nostra fiducia. E qui entra in gioco la IMI Security. IMI Security è un’azienda italiana per la sicurezza in mare fondata da Christian Ricci, un ex ufficiale della Guardia Costiera. L’azienda ha già lavorato in missioni anti-pirateria. È un partner con esperienza – così pensa l’armatore della Vos Hestia, la nave dell’organizzazione umanitaria “Save the Children”. Un partner di cui ci si può fidare.

Solo che Ricci non vede di buon occhio l’attività delle ONG: anche se hanno buone intenzioni i volontari finiscono per avvantaggiare gli scafisti – pensa l’ ex ufficiale – non del tutto a torto. E pensa che le ONG dovrebbero impegnarsi di più per fermare i traffici.

Dove Ricci vede un problema tecnico-giuridico, alcuni suoi colleghi fiutano un’opportunità politica. Nell’ottobre 2016 Pietro Gallo e Floriana Ballestra, due ex poliziotti inseriti nel team della IMI Security contattano i servizi segreti e poi due politici: Alessandro Di Battista del “Movimento 5 Stelle” e il segretario della Lega Nord Matteo Salvini. Vogliono denunciare una cosa clamorosa: le ONG collaborano cogli scafisti. (Fonte: https://www.tpi.it/2019/01/29/talpa-lega-ong-retroscena/)

Dibattista non risponde. Il segretario della Lega – riferisce Gallo in un’intervista rilasciata quest’anno al Fatto Quotidiano – è invece molto interessato alla storia dei due ex poliziotti e chiede loro di passare foto e registrazioni al suo ufficio (una circostanza confermata in un question time alla Camera dallo stesso Salvini). Fatto strano: Salvini non fa uso pubblico delle informazioni che riceve dai contractor. Almeno non subito. Sembra aspettare il momento giusto. E il momento arriverà presto. (Fonte: (https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/01/27/io-talpa-pentita-della-lega-non-mi-han-dato-un-lavoro/4926953/)

Perché una volta lanciata, la corazzata anti-ONG viaggia veloce. A ottobre 2016 parte la denuncia dei due ex poliziotti. È opportuno ricordare che a questo punto la denuncia è molto specifica, come Gallo tiene a precisare – e in sostanza è questa: quando soccorrono un barcone le ONG non fanno nulla per identificare o far arrestare gli scafisti. Omessa denuncia di reato, si chiama. Niente di più, niente di meno.

Poche settimane dopo, nel novembre 2016, un think-tank olandese vicino ad ambienti della destra anti-europeista pubblica un articolo (https://gefira.org/en/2016/11/15/caught-in-the-act-ngos-deal-in-migrant-smuggling/) in cui si ipotizza per la prima volta la collusione tra le ONG e gli scafisti – l’articolo si diffonde rapidamente nei forum della destra anti-immigrazione. Quasi in contemporanea la teoria figura anche in un rapporto confidenziale dell’agenzia europea per la sicurezza delle Frontiere Frontex (https://www.ft.com/content/3e6b6450-c1f7-11e6-9bca-2b93a6856354). La cosa resta però confidenziale per poco: passano pochi mesi e il direttore di Frontex Fabrice Leggeri parla apertamente colla stampa di alcune non meglio definite irregolarità nel lavoro delle organizzazioni (Fonte: https://www.welt.de/politik/deutschland/article162394787/Rettungseinsaetze-vor-Libyen-muessen-auf-den-Pruefstand.html).

Ma – sorpresa – è in Italia che il tamtam contro le ONG comincia a mostrare i suoi veri effetti.

Una buona spy story d’azione non è tale se non c’è un ligio funzionario che per eccesso di zelo o di ego è pronto a tutto per far regnare l’ordine. E questo è il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro.  

Zuccaro è un uomo di punta dell’antimafia con un passato sul campo nella Guardia di Finanza. Tra i colleghi ha fama di magistrato integerrimo, rigoroso, compassato.

Il suo rigore tende però a venire meno quando sul banco degli imputati ci sono degli stranieri – magari dei richiedenti asilo, come ha ricostruito il giornalista Francesco Floris. Così nel 2014 Zuccaro gestisce per esempio il caso di un 21enne siriano sospettato di terrorismo, Morad Al Ghazawi. L’intera accusa si basa su una foto di un documento trovata sul suo cellulare. Secondo Zuccaro e il suo team è un attestato dello Stato Islamico. In realtà è un meme che riguarda un cantante siriano. Ma tanto basta: Al Ghazawi si fa 16 mesi di carcere prima di essere assolto perché il fatto non sussiste. (Fonte: https://www.glistatigenerali.com/giustizia_immigrazione/chi-e-carmelo-zuccaro-vita-e-miracoli-del-procuratore-che-accusa-le-ong/)

Ma nonostante il piccolo inciampo il suo astro è ancora in ascesa quando, all’inizio del 2017 avvia un’indagine conoscitiva sull’attività delle ONG. E con rapidità formidabile, alla fine di marzo può già presentare gli esiti della sua inchiesta davanti alla commissione parlamentare sull’attuazione del piano Schengen. E in virtù della stima di cui gode, le sue parole hanno un peso considerevole (Fonte: http://documenti.camera.it/leg17/resoconti/commissioni/stenografici/html/30/indag/c30_confini/2017/03/22/indice_stenografico.0041.html).

E che cosa dice, il rigoroso magistrato? Dice che non capisce come mai ci sia un “proliferare così intenso” di missioni umanitarie davanti alle coste libiche. Il pensiero che possa essere per via dei tanti morti apparentemente non lo sfiora.

Ma ci sono sì o no contatti tra ONG e scafisti? – incalzano i membri della commissione. Qui Zuccaro inizia una strana circonlocuzione che vorrei riportare letteralmente, perché mostra efficacemente quanto è sicuro dei risultati della sua inchiesta a questo punto: “Vedete, sul punto, sembra facile poterlo accertare, ma è tutt’altro che facile. Lo dico perché se qualcuno chiama prima una ONG e l’ONG interviene e poi ci si mette al sicuro chiamando anche la centrale operativa, io non saprò mai esattamente qual è stato il primo contatto, perché ovviamente non ho sotto controllo i telefoni che vengono chiamati. Quindi, è oggetto di una nostra indagine, ma non è facile riuscire ad accertarlo, eppure varrebbe la pena di farlo perché questo ci darebbe indicazione non necessariamente – attenzione – di un coinvolgimento, ma del fatto che effettivamente la possibilità di accedere facilmente, attraverso la consultazione di internet, a questi punti di contatto fa scattare un collegamento di fatto, obiettivo, tra gli organizzatori del traffico e queste ONG.”

Traduzione: non lo so. Come del resto dice esplicitamente di non sapere nemmeno come si finanzino le ONG.

Non lo sa, ma qualche idea se l’è fatta. E non vede l’ora di condividerle col mondo – magari lontano dalle sede istituzionali. Perché nelle settimane successive il ligio magistrato che parla solo sulla base di prove giudiziarie si toglie la toga e diventa un tribuno del popolo.

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E’ inarrestabile, Zuccaro. E ad ogni intervista a ogni apparizione televisiva fioriscono nuove ipotesi di lavoro, nuove teorie, nuovi scenari. Non ha più dubbi, il magistrato. Quello delle ONG è “gravissimo fenomeno criminale” paragonabile alla mafia. E all’improvviso la teoria del contatto tra ONG e scafisti – formulata molto cautamente davanti alla commissione un paio di settimane  prima – diventa certezza. (Fonte: https://www.repubblica.it/politica/2017/04/28/news/carmelo_zuccaro_denuncio_non_ho_prove_sta_ai_politici_fermare_il_fenomeno_-164101452/

Dice che c’è una registrazione in lingua araba che documenta una partenza concordata tra ONG e trafficanti. Strano: pochi giorni prima alla commissione aveva detto di non avere i telefoni sotto controllo. E la fantomatica registrazione non finirà mai agli atti.

Dalla prima – forse condivisibile – accusa, cioè che le ONG non collaborano a identificare gli scafisti, si passa a parlare così di giri di capitali, di trafficanti che finanziano i salvataggi e di misteriosi personaggi con valige piene di soldi che salgono di notte a bordo delle navi. Ormai siamo veramente alla spy story. Ci manca solo che parli di complotto internazionale per destabilizzare l’economia italiana.

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Come non detto.

Il metodo Zuccaro in effetti ha i suoi vantaggi. Così per esempio io potrei dire che non ho prove giudiziarie per affermarlo, però ho la certezza, che mi viene da fonti di conoscenza reale ma non utilizzabile processualmente che il Procuratore di Catania è un razzista mitomane e che dovrebbe essere rimosso dalla carica. Potrei.

All’epoca però le teorie del magistrato vengono accolte con entusiasmo bipartisan da tutto il mondo politico: dal capo della Lega Matteo Salvini fino al segretario del Partito Democratico Matteo Renzi, tutti dicono una sola cosa: C’è qualcosa di molto sordido nel lavoro delle organizzazioni umanitarie. (Fonte: https://www.lastampa.it/2017/04/20/italia/il-governo-sbarchi-record-non-casuali-una-regia-guida-i-migranti-in-mare-zlW9mSHMJLk3mSpGBhgKtN/pagina.html)

Lo stesso si può dire dei media. Mentre fino all’aprile 2017 le teorie del complotto riguardanti le ONG erano limitate a forum, blog e media della destra anti-immigrazione, dal maggio di quell’anno quasi tutti gli organi di stampa parlano di “contatti sospetti”, “finanziamenti poco chiari” e di “rete criminale”.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che i bilanci delle organizzazioni sono liberamente consultabili online e che – almeno per quanto riguarda le ONG tedesche – tutti i conti sono regolarmente sottoposti al controllo del ministero delle Finanze. Oppure magari basterebbe chiedere a un’altra procura se effettivamente vi siano, come sostiene Salvini, informazioni dei certe servizi segreti su contatti tra ONG e scafisti.

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Questo è il procuratore di Siracusa Francesco Paolo Giordano, anch’egli coinvolto nell’indagine conoscitiva. Ma la sua voce, come quella dei pochi giornalisti critici che mettono in dubbio le teorie di Zuccaro, sono sommerse dall’improvviso afflato di legalità che scuote il paese.

Un afflato di legalità che arriva fino ai vertici del governo.

Non è che il governo Gentiloni finora abbia ignorato la questione. In realtà ha già lavorato parecchio per fermare i flussi migratori, ma lo ha fatto prevalentemente sull’altra sponda del Mediterraneo, in Libia. Nel febbraio del 2017 Gentiloni e il presidente del governo di accordo nazionale di Tripoli Fayez al Serraj firmano un documento di intesa (Fonte: https://openmigration.org/analisi/tutto-quello-che-ce-da-sapere-sullaccordo-italia-libia/) in cui la Libia, in cambio di una più stretta collaborazione coll’Italia e l’Europa, si impegna a fermare le partenze. Che cosa vuol dire? Vuol dire che il governo libico si impegna ad arrestare e internare gli immigrati illegali in campi di prigionia – campi che un documento riservato del ministero degli Esteri tedeschi aveva definito “simili a campi di concentramento” (Fonte: https://fragdenstaat.de/blog/2018/libyen-fluechtlingslager/).

E quando i tedeschi parlano di “campi di concentramento” c’è da credergli.

Sulla questione delle ONG però il governo fino al maggio del 2017 ci va cauto. L’ondata giustizialista scatenata dalle dichiarazioni di Zuccaro è però sempre più difficile da contenere. E soprattutto c’è la destra anti-immigrazione che incombe. Lo dice senza mezzi termini il ministro degli Interni Marco Minniti all’inizio di maggio in un’intervista a Repubblica: “Il populismo – dice Minniti – vive e ingrassa della paura del Paese. E per tenere viva la paura è necessario coltivare un’ossessione”. (Fonte: https://www.repubblica.it/politica/2017/05/10/news/minniti_e_la_sfida_della_sicurezza_difendo_chi_ha_paura_ma_a_sparare_sia_solo_lo_stato_e_sui_migranti_via_alle_ispezioni_-165063118/)

E l’ossessione di tutti al momento è una sola: la “smoking gun”, la pistola fumante. Cioè: in tutto questo carosello di supposizioni, scenari e ipotesi manca una cosa. Manca la prova concreta che le ONG sono in combutta coi trafficanti. Ma niente paura: se cerchi bene una pistola la trovi sempre. Anche se devi costruirtela da solo.

In più di sei mesi di imbarco gli agenti di IMI Security non hanno praticamente documentato niente di sospetto sulla “Vos Hestia”: niente segnali notturni agli scafisti, niente piani occulti, niente ammissioni di secondi fini. Ma c’è un’organizzazione tedesca con un’altra nave che sembra fare più al caso degli inquirenti. Si chiama “Jugend Rettet”, i giovani salvano, ed è stata fondata da un gruppo di studenti molto entusiasti e politicamente attivi che hanno raccolto fondi tra amici e familiari per comprare un vecchio peschereccio. L’entusiasmo, si sa, è come una malattia – contagioso, ma a volte pure fatale.

La nave di “Jugend Rettet”, la “Iuventa”, è particolarmente attiva e opera molto vicino al limite delle acque libiche – abbastanza da attrarre l’attenzione degli infiltrati della IMI Security. E nel giugno del 2017 i ragazzi di “Jugend Rettet” forniscono finalmente la pistola fumante che tutti stavano cercando. Durante il soccorso di diverse imbarcazioni, una barca dell’organizzazione prende a rimorchio un gommone degli scafisti – i portavoce dell’ONG dicono in seguito: per rimuoverlo dall’area di operazioni. Lo portano verso la Libia e in pratica lo riconsegnano agli scafisti. È la prova che tutti aspettavano: le ONG aiutano i traffici.

Da bordo della “Vos Hestia” gli agenti fotografano tutto. C’è n’è abbastanza per tirare su un procedimento penale (http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/collusioni-scafisti-rsquo-estremismo-attivisti-tedeschi-154164.htm).

E così si arriva alla fine di giungo del 2017. Nella nostra spy-story potremmo chiamarlo il momento della resa dei conti.

Si comincia in Germania. Ricordate la “Cap Anamur”? Ricordate le telefonate al vetriolo tra Berlino e Roma? Ecco… Nonostante organizzazioni umanitarie tedesche siano da mesi sotto tiro della magistratura italiana, a Berlino non vola una mosca. Anzi. A dare il via alla crociata giudiziaria contro le ONG è proprio una procura tedesca: il 26 giugno la procura di Dresda attiva un procedimento contro l’organizzazione “Mission Lifeline”, accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. (Fonte: http://www.dnn.de/Dresden/Lokales/Verdacht-der-Schleusung-Staatsanwaltschaft-Dresden-ermittelt-gegen-Mission-Lifeline)

E’ un fulgido esempio di giustizia profetica che farebbe molto contento lo scrittore di fantascienza Philip K. Dick – quello di “Minority Report”. Perché quando partono gli avvisi di garanzia la “Mission Lifeline” non ha nemmeno una nave.

E’ suonata la carica: Appena un giorno più tardi il ministro Minniti annuncia di voler chiudere i porti alle ONG (Fonte: https://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/migranti_blocco_navi_straniere-2531139.html). Nelle settimane successive poi il ministro elabora un codice di comportamento (Fonte: http://www.statewatch.org/news/2017/jul/italy-eu-sar-code-of-conduct.pdf) che le ONG sono tenute a firmare se vogliono continuare a usare i nostri porti. Il codice prevede un rigoroso controllo da parte delle autorità italiane.

Solo tre su nove ONG firmano. I giovani entusiasti di “Jugend Rettet” non sono tra questi.

E’ il momento di fare scattare la trappola: All’inizio di agosto la procura di Trapani ordina il sequestro della “Iuventa”. Ci sono “gravi indizi di contatti con i trafficanti” si legge nella motivazione. Quali? Non si sa. Ma il Procuratore di Trapani Ambrogio Cartosio fa però un distinguo importante che sembra quasi un richiamo all’ordine per il suo collega Zuccaro: “La mia personale convinzione è che lo facessero per motivi umanitari” – dice Cartosio. E aggiunge: “Un collegamento stabile tra la Ong e i trafficanti libici è pura fantascienza.” (Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/02/migranti-sequestrata-la-nave-della-ong-tedesca-jugend-rettet-bloccata-lampedusa-dalla-guardia-costiera/3770555/)

Ma il segnale è stato dato: le ONG sono ora ufficialmente sotto accusa.

Nonostante gli attacchi giudiziari, nonostante la campagna mediatica, nonostante la pioggia di insulti online – nonostante persino il prevedibile calo dei contributi volontari dovuto a sei mesi di attacchi martellanti… le ONG continuano a lavorare. E continuano a salvare vite.

Ma una cosa è essere sotto tiro di qualche testa di cuoio da tastiera – un conto è essere sotto il tiro di milizie armate. Specie se i proiettili li paga chi in teoria dovrebbe difenderti.

Nel luglio 2017 l’Unione Europea ha stanziato – su pressione dell’Italia – 46 milioni di euro al governo di Tripoli (Fonte: https://ec.europa.eu/germany/news/eu-hilfsfonds-f%C3%BCr-afrika-46-millionen-euro-f%C3%BCr-den-grenzschutz-libyen_de). Ma è solo un acconto: in totale ci sono sul tavolo quasi 300 milioni. Una cifra considerevole. (Fonte: https://ec.europa.eu/germany/news/eu-hilfsfonds-f%C3%BCr-afrika-46-millionen-euro-f%C3%BCr-den-grenzschutz-libyen_de).

E a chi vanno? Vanno in prevalenza al rafforzamento della guardia costiera. Beh… Bene, no? La guardia costiera libica può salvare i migranti e fermare i traffici. Problema risolto.

Peccato che la sedicente guardia costiera sia formata quasi interamente da miliziani, guerriglieri e trafficanti. E questi non vanno per il sottile: ad agosto la nave dell’organizzazione spagnola Pro Activa Open Arms viene minacciata dall’equipaggio di una motovedetta. Parlando via radio i presunti militari dicono: andatevene, questo adesso è il nostro territorio. E non dicono per dire: a settembre militari che si identificano come funzionari della guardia costiera sparano e assaltano la nave di “Mission Lifeline”, a novembre un’imbarcazione della guardia costiera tenta di speronare la Sea Watch.

E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Delle nove organizzazioni presenti in mare all’inizio dell’estate sette ritirano le navi. Il pericolo per il personale è troppo elevato. “Save the Children” chiude le operazioni. Catambrone e la sua MOAS spostano le attività nel subcontinente asiatico, dove vanno a prestare aiuto ai profughi Rohingya in fuga dalla Birmania. Apparentemente l’ex dittatura militare è un interlocutore più civile dell’Unione Europea. Höppner e la sua Sea Watch restano.

Restano. Ma non hanno più molto da fare. Perché di colpo il mare si è come svuotato. I telefoni di emergenza tacciono. Nel Canale di Sicilia ci sono solo pochi, isolati barconi.

Che cosa è successo? Magari senza l’aiuto delle ONG gli scafisti hanno chiuso davvero bottega? O magari è venuto meno il pull factor che spingeva così tante persone a rischiare la vita in mare. Alla fine allora Ricci, Zuccaro e Salvini avevano ragione, insomma.

Non proprio.

E’ successo che quelle stesse milizie che facevano soldi mettendo la gente in mare per farla venire in Italia hanno scoperto che si possono fare ancora più soldi tenendola lì quella gente. Coi soldi dell’Italia e dell’Unione Europea il governo di Tripoli paga i miliziani per bloccare il traffico che loro stessi gestivano. Da scafisti sono diventati carcerieri – come conferma un rapporto delle Nazioni Unite (Fonte: https://www.reuters.com/article/us-europe-migrants-libya-un/human-smugglers-in-libya-have-links-to-security-services-u-n-report-idUSKBN1FR3BQ).

Chi cerca di scappare – magari a bordo di imbarcazioni di fortuna – adesso viene catturato, picchiato duramente e poi sbattuto in uno dei campi di prigionia. Ci sono video che lo dimostrano. (Fonte: https://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/11/10/news/libici_contro_ong_la_battaglia_navale_mentre_50_migranti_muoiono_in_mare-180706019/)

La nostra spy story potrebbe finire qui, con un’immagine della spiaggia di Sabratha, a Est di Tripoli, dove ogni mattina si radunavano centinaia di migranti per salire sui gommoni. Adesso la spiaggia è deserta. C’è solo il rumore del mare. E le grida dei gabbiani. (Fonte: https://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2017/09/09/1/migranti-e-scafisti-cosa-accade-davvero-in-libia_U43360991158835buC.shtml)

Beh, almeno i migranti non rischiano più la vita in mare.

Non proprio.

Se ci si sposta di qualche chilometro dalla spiaggia, infatti, ci si imbatte in una grossa struttura recintata con filo spinato. Dentro ci sono centinaia di persone – uomini, donne e bambini. Vengono dal Sudan, dall’Eritrea, dalla Somalia. Sono magri, coperti di lividi ed escoriazioni. Le donne si tengono in disparte.

Ogni tanto arrivano dei libici armati che caricano gli uomini su un camion colpendoli con bastoni elettrici – come bestiame. Altre volte vengono a prendere una o più donne per portarle nelle baracche delle guardie.

Nel novembre 2017 il Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Zeid Ra’ad Al Hussein, dopo aver visitato la Libia, parla di un “oltraggio all’umanità” (Fonte: https://news.un.org/en/story/2017/11/636022-libyas-detention-migrants-outrage-humanity-says-un-human-rights-chief-zeid): i detenuti sono malati e deperiti. Non ci sono gabinetti. Torture e stupri sono all’ordine del giorno.

E da allora la situazione è solo peggiorata: la cosiddetta guardia costiera libica intercetta al momento circa l’85 per cento di coloro che cercano di scappare dal paese. I campi di detenzione sono stracolmi: non si sa quanti detenuti siano morti di stenti e malattie (Fonte: https://www.aljazeera.com/news/2018/11/libyan-detention-hell-refugee-burned-alive-181110102329706.html).

E tutto questo, val la pena ripeterlo, è pagato con soldi nostri.

Ma almeno i loschi traffici delle ONG sono venuti alla luce.

Non proprio.

Cinque inchieste giudiziarie con più di 40 di avvisi di garanzia si sono susseguite dopo il sequestro della “Iuventa”: è stata perquisita la “Vos Hestia”, sequestrata la “Golfo Azzurro” di Pro Activa Open Arms, si è indagato su presunte attività illecite di Sea Watch e – pochi mesi fa – il sempre solerte Zuccaro ha avviato un’indagine contro l’organizzazione SOS Mediterranée per smaltimento illecito di rifiuti. Le inchieste hanno coinvolto quattro procure e decine di collaboratori.

Il risultato? Nessun processo, nessuna condanna. Niente. Un’inchiesta fantasma.

Ma almeno, come diceva Minniti, la linea dura è servita a fermare l’avanzata dei populisti.

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E ora… Ora che il nuovo governo giallo-verde ha di fatto chiuso i porti a chi salva persone in mare, ora che le poche navi umanitarie rimaste vagano come vascelli fantasma nel Mediterraneo – bussando a ogni porta come la bambina di Hiroshima cantata da Hikmet – ora che le partenze si sono ridotte drasticamente ma di mille persone che partono dieci in più ne crepano rispetto agli anni scorsi, ora che in Libia i lager traboccano di persone e il mercato degli schiavi va alla grande… Ora ci si immaginerebbe che almeno una persona – chessò un magistrato, un politico, un giornalista – dicesse: mi dispiace. È stato tutto un errore.

Uno, per la verità, c’è. È Pietro Gallo, l’ex poliziotto diventato esperto di sicurezza diventato informatore: “Quando sento che 170 persone sono morte, perché non c’era nessuno a soccorrerle – dice al Fatto Quotidiano – io oggi mi sento responsabile. In 8 mesi di navigazione ho contribuito a salvare 14mila persone. So di cosa stiamo parlando. Il mio obiettivo non era questo”.

È qualcosa.

E anche se la pensate diversamente, se anche pensate che le ONG abbiano agito fuori dalla legge, anche se credete che non possiamo davvero aprire le braccia a tutti quelli che arrivano per mare, anche se dite “Ma quali donne e bambini? Quali rifugiati? Sono tutti ragazzi che vengono qua per spacciare e rubare”… almeno sarete d’accordo con me che non possiamo guardare dall’altra parte quando ci sono 15.000 cadaveri di bambini in fondo al mare in cui ci tuffiamo d’estate. È una questione di civiltà.

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