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La fine del mondo (Testi)

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Buon Natale anche a te Matteo eh. 

Non c’è che dire: non c’è miglior modo di celebrare il Natale che annunciando una grande guerra globale.

Questo – lo avete senz’altro riconosciuto – è il sempre solerte ex ministro dell’Interno e capo della Lega Matteo Salvini che al congresso dell’ex partito del Nord a Milano arriva con una specie di diorama napoletano raffigurante alcuni profughi del Vicino Oriente. In altre parole, un presepe.

Ora. Uno potrebbe ignorare quest’ ennesima sparata come un disperato tentativo di riconquistare un po’ di visibilità in vista delle elezioni regionali in Emilia. 

O uno potrebbe andarsi a recuperare un discorso sorprendentemente simile fatto alcuni anni fa da una nostra vecchia conoscenza: 

“Voglio chiedere a tutti qui oggi – a tutti voi che siete promotori di idee nel mondo cattolico – che cosa penseranno le persone tra 500 anni di noi oggi? Tutti noi che siamo associati coll’occidente cristiano-giudaico e coi precetti ad esso connessi dobbiamo chiederci – specialmente in una cittá come Roma, specialmente in Vaticano – che cosa diranno di me tra 500 anni? […] Guardate che cosa sta accadendo e vedrete che siamo coinvolti in una guerra di proporzioni immense”.

[And I would ask everybody in the audience today, because you really are the movers and drivers and shakers and thought leaders in the Catholic Church today, is to think, when people 500 years from now are going to think about today, think about the actions you’ve taken — and I believe everyone associated with the church and associated with the Judeo-Christian West that believes in the underpinnings of that and believes in the precepts of that and want to see that bequeathed to other generations down the road as it was bequeathed to us, particularly as you’re in a city like Rome, and in a place like the Vatican, see what’s been bequeathed to us — ask yourself, 500 years from today, what are they going to say about me? What are they going to say about what I did at the beginning stages of this crisis?

Because it is a crisis, and it’s not going away. You don’t have to take my word for it. All you have to do is read the news every day, see what’s coming up, see what they’re putting on Twitter, what they’re putting on Facebook, see what’s on CNN, what’s on BBC. See what’s happening, and you will see we’re in a war of immense proportions. It’s very easy to play to our baser instincts, and we can’t do that. But our forefathers didn’t do it either. And they were able to stave this off, and they were able to defeat it, and they were able to bequeath to us a church and a civilization that really is the flower of mankind, so I think it’s incumbent on all of us to do what I call a gut check, to really think about what our role is in this battle that’s before us.]

Questo è un personaggio che conosciamo molto bene – anche perché è stato una presenza discreta ma molto forte in quasi tutte le puntate del podcast. E ho pensato che a questo punto forse è il caso che ci presentiamo.

Sì. E’ Steve Bannon, l’ex consigliere per la sicurezza di Donald Trump, consigliere di amministrazione di Cambridge Analytica, ex direttore del sito d’informazione più amato della nuova destra americana Breitbart News, deus ex machina della guerra d’informazione globale, nonché experto di comunicazione ed eminenza grigia dietro a quasi tutti i movimenti populisti di destra dell’ultimo decennio.

Ora… Sappiamo che Bannon e Salvini si sono incontrati spesso. E sappiamo che Bannon ha un amore incondizionato per il capo della Lega.

Però il discorso di Salvini – simile a quello di Bannon – sulla guerra globale non è solo interessante perché dimostra come il populismo nazionalista sembri attingere a un patrimonio omogeneo di storie e idee.

E’ interessante per il contesto in cui Bannon ha pronunciato il suo discorso originario – via Skype. 

Siamo nel 2014 – prima del Brexit, prima di Trump e dell’onda populista – a una conferenza organizzata in Vaticano da alcune associazioni dell’ultradestra cattolica. 

A fare gli onori di casa è Benjamin Harnwell, presidente del “Dignitatis Humanae Institute”, che qualcuno di voi conoscerà perché è apparso varie volte in televisione – soprattutto nelle inchieste di “Report”. Questo qui:

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Harnwell ha cominciato la sua carriera come portavoce di un parlamentare conservatore inglese. Poi ha fondato un’associazione cattolica tradizionalista ed è finito a gestire la Certosa di Trisulti, una meravigliosa abbazia in provincia di Frosinone, dove il nostro amico Bannon voleva fondare un istituto di ricerca sovranista e populista. Grazie al lavoro di inchiesta di “Report” – e a una serie di irregolarità nell’iter per la concessione – il progetto sembra per ora essersi arenato.

Però nel 2014 Harnwell è sulla cresta dell’onda. E non è da solo. Alla conferenza in Vaticano è presente anche la “Fondazione Novae Terrae” – un’associazione contro l’aborto, il divorzio, i diritti degli omosessuali, insomma tutto il repertorio di conquiste sociali a cui sono allergici i cattolici tradizionalisti.

Fondatore è l’ex parlamentare dell’UDC Luca Volonté, che nel 2013 viene indagato insieme alla sua associazione per aver ricevuto finanziamenti illeciti dall’Azerbaijan.

Uno dei membri del direttivo era all’epoca anche Simone Pillon, il senatore leghista che ci ha regalato una delle proposte di legge più raccapriccianti dell’ultima legislatura: quella per cui una donna non può separarsi dal marito ma deve sempre cercare una “mediazione” – anche se tipo il marito la mena. E comunque deve condividere con lui l’affido dei figli.

Ecco. Proprio in quegli anni la “Novae Terrae” di Volonté e la “Dignitatis Humanae” di Harnwell cominciano a ricevere ingenti finanziamenti dall’ex Unione Sovietica – e avviano un’intensa campagna di lobby in Europa per promuovere iniziative contro il divorzio, l’omosessualità e l’aborto. Tra le altre cose commissionano studi che hanno lo scopo di dimostrare che solo la famiglia tradizionale garantisce una società stabile.

Nel 2019 queste associazioni si ritrovano tutte insieme a organizzare quella meravigliosa festa del progresso e della civiltà che è il “Congresso Mondiale delle Famiglie” a Verona. 

E sono in buona compagnia: oltre a loro c’è la onlus antiabortista “Provita” – vicina a “Forza Nuova” – e la spagnola “CitizenGo” – organica al partito neo-franchista Vox – che organizza raccolte di firme e campagne contro aborto e eutanasia in tutta Europa.

L‘Espresso” e “Report” hanno documentato molto bene la rete di finanziamenti che congiunge oligarchi russi, associazioni dell’ultradestra cattolica americana, neofascisti italiani e una vasta pletora di sigle in cui belle parole come “vita” e “famiglia” suonano improvvisamente molto inquietanti. Se non lo avete ancora fatto vi consiglio di andare a vedere i risultati delle loro inchieste. Trovate i link nel blog.

Riassumendo: negli ultimi cinque-sei anni si è è andato consolidando un network internazionale di organizzazioni di ispirazione cristiana conservatrice che hanno obiettivi e nemici comuni – le femministe, gli omosessuali, famiglie non tradizionali eccetera. 

A tessere le fila di questo movimento è soprattutto un’organizzazione americana con stretti legami col clero russo ortodosso: l’ “International Organisation for the Family” (IOF). Il presidente Bryan Brown, è stato tra i promotori della legge che in Russia ha messo fuorileggei movimenti per i diritti degli omosessuali. 

Quando si tratta di combattere contro gay e femministe l’IOF e il Congresso delle Famiglie sono veramente molto tolleranti: oltre ai suddetti gruppi cristiani ultraconservatori fanno parte dell’organizzazione anche rabbini ebrei ortodossi e persino imam musulmani. 

Ditelo a Salvini la prossima volta che sale sul palco del Congresso delle Famiglie: potrebbe trovare in prima fila uno dell’ISIS. 

E’ l’ecumenismo dell’odio.

L’ IOF è  solo una delle molte sigle pro-famiglia nate negli Stati Uniti tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90 nel più ampio bacino di quella che viene generalmente chiamata “Christian Right”, la destra cristiana. Hanno tutte nomi molti rassicuranti come Catholic Family and Human Rights Institute, Concerned Women for America, Human Life International, National Coalition for Life and Peace.

Ma dietro questi nomi si cela una realtà meno rassicurante. Primo perché la loro propaganda contro l’aborto ha ispirato negli ultimi 30 anni quasi 50 attacchi terroristici contro cliniche che praticano l’interruzione di gravidanza – causando 11 morti. Alla faccia del rispetto della vita.

Secondo perché a ben vedere la loro visione del mondo è piuttosto truce.

Uno degli elementi che li accomuna è infatti la ferma convinzione che i cambiamenti avvenuti nella nostra società negli ultimi decenni – come la libertà sessuale e la parità di genere – siano in realtà precursori di un altro, un po’ più radicale cambiamento.

La fine del Mondo.  

Ora. Noi in Europa è da più di mille anni che abbiamo regolarmente a che fare con persone che ci dicono che il mondo sta per finire. Generalmente le trovi nelle stazioni ferroviarie che spingono carrelli pieni di lattine.

In America però la cosa è molto più seria. E per un valido motivo. Già i pellegrini – padri del mito americano – quando arrivarono a Plymouth Rock nel 1620 in fuga dall’Europa erano convinti che il mondo fosse lì lì per finire. 

Il perché è un po’ lungo da spiegare. In breve: la Guerra dei Trent’Anni – che era iniziata nel 1618 come un conflitto tra Cattolici e Protestanti – viene interpretato da alcuni puritani, cioè protestanti molto rigorosi, come la guerra tra veri credenti e i seguaci dell’Anticristo profetizzata nella Bibbia. Una guerra che annuncia il ritorno di Cristo sulla Terra – e così la Fine dei Tempi.

E quest’idea della Seconda Venuta di Cristo continua a stuzzicare gli evangelici americani nei secoli a venire. Vari teologi e pastori protestanti aderiscono a questo cosiddetto millenarismo evangelico. Uno dei motivi è che questa dottrina ha sottili ma significative implicazioni politiche: essa configura infatti i cristiani come un esercito in guerra, il cui scopo è quello di liberare la Terra dai miscredenti. Una guerra santa. 

Se però in origine la guerra era ancora intesa come una lotta tra diverse fazioni del cristianesimo, piano piano nel corso dei secoli quest’idea si generalizza e la guerra diventa per centinaia di migliaia di evangelici americani condizione fondamentale del vivere cristiano: guerra al vizio, guerra all’immoralità – ma anche guerra alla modernità, alla scienza, all’evoluzionismo e al socialismo.

Questo impianto ideologico si cristallizza all’inizio del ‘900 in un’opera messa insieme non da un teologo e nemmeno da un religioso, ma da un petroliere californiano che si chiama Lyman Stewart, il quale compone in un librone l’intera dottrina della Guerra Santa in vista della battaglia finale. E chiama questo libro: “I Fondamentali”

Nel caso ve lo stiate chiedendo: sì. E’ da questo libro che viene la parola “Fondamentalista”. Credevate fosse una roba islamista, eh?

Il credo “fondamentalista” sembra fatto apposta per una Nazione che proprio in quegli anni sta emergendo sull’orizzonte internazionale. “I Fondamentali” infatti indicano gli Stati Uniti come una Nazione eletta da dio per guidare il mondo fuori dalle tribolazioni verso la patria celeste. Eliminando nel processo i nemici della fede.

Questo significa che più gli Stati Uniti sono forti, più il piano divino si avvicina alla realizzazione. In nome di questo progetto tutto è lecito: un’economia senza regole, lo sfruttamento illimitato delle risorse e dei lavoratori – e anche la guerra vera e propria. 

Perché nella loro visione del mondo non esiste possibilità di conciliazione. C’è il bene. C’è il male. E il bene – cioè chi la pensa come loro – vince sempre.

Non sorprende che tra gli ammiratori dichiarati di questa dottrina ci siano personaggi importanti della Storia americana come i presidenti Ronald Reagan e George W. Bush. Il secondo ha attinto ad esempio ampiamente al repertorio dei “Fondamentali” all’indomani dell’ 11 settembre, quando diceva che dio gli ha detto di andare in guerra in Afghanistan e in Iraq perché – attenzione:

Stati come questi e i loro alleati terroristi sono l’asse del male.

Anche nell’attuale amministrazione americana i millenaristi evangelici sono ben rappresentati: sia l’attuale Segretario di Stato Mike Pompeo che il Vice Presidente Mike Pence sono notoriamente sostenitori di queste teorie. E poi c’è lui:

“Non verremo solo giudicati dalla storia. Verremo giudicati da dio. Questa non è una guerra tra fedi o civiltá diverse. Questa è una battaglia tra il bene e il male”.

Ora… Bisogna fare una distinzione. Queste teorie hanno riscosso grande successo tra i protestanti. Per i cattolici il discorso è un po’ diverso. Storicamente la Chiesa cattolica non sembra infatti amare molto i discorsi sulla Fine del Mondo – e del resto come bisasimarla: con 2.000 mila miliardi circa di capitale immobiliare stimato – per lo più esentasse – uno spera che le rendite gli durino ancora per un po’.

In America però nel Dopoguerra anche i cattolici hanno cominciato a flirtare con queste idee – probabilmente perché hanno visto che grazie a loro i cugini protestanti facevano proseliti. 

Uno dei principali pontieri tra millenarismo evangelico e cattolicesimo è un tale Fulton J. Sheen, arcivescovo di Peoria in Illinois – passato alla storia come il primo telepredicatore americano.

Con un portamento e un aspetto che ricordano un po’ l’attore Vincent Price, Sheen diventa in poco tempo una star televisiva famosa come Johnny Carson o Bob Hope. E nel dopoguerra – un periodo, val la pena ricordarlo, in cui gli americani passano dall’entusiasmo della vittoria all’incubo della minaccia atomica – Sheen comincia a parlare loro di avvento dell’anticristo e fine del cristianesimo – che in termini biblici può essere equiparata alla fine del Mondo. 

A provocare la catastrofe non sarebbe però la bomba atomica ma il “modernismo”, cioè la cultura della tolleranza e del rispetto delle differenze. “L’America soffre di troppa tolleranza – scrive in un saggio – la tolleranza del bene e del male, la tolleranza di verità e menzogna, virtù e peccato, Cristo e caos. Il nostro paese – scrive Sheen – è invaso da troppe persone di larghe vedute”. Eh, son problemi eh.

E Sheen ha un’influenza duratura sui cattolici conservatori americani.

Un’influenza che possiamo percepire chiaramente anche nella conferenza in Vaticano da cui siamo partiti. A invitare Steve Bannon ad apparire alla conferenza è infatti un alto prelato americano che si chiama Raymond Leo Burke, Arcivescovo della città di San Louis e – per sua stessa definizione – “figlio spirituale” del telepredicatore Fulton J. Sheen.

Burke gode di grande prestigio in Vaticano. E’ dei massimi esperti mondiali di diritto canonico ed è stato prefetto della Signatura, la Corte Suprema vaticana. Ma è anche un personaggio controverso. 

La lista delle sue dichiarazioni contro aborto, omosessuali, divorziati e donne nel clero è una specie di compendio di tutti i più triti cliché del genere: dal ruolo naturale della donna alla grande cospirazione gay che governa il mondo, dalla condanna del divorzio come offesa a dio a negare la comunione a chiunque non si pronunci senza mezzi termini contro l’aborto.

In un’intervista del 2014 per dire ha dichiarato che omosessuali e cattolici divorziati che si risposano – anche che si comportano da buoni cristiani – non sono poi tanto diversi da un assassino che si comporti gentilmente cogli altri.

Anche in ragione di queste controversie quando Burke contatta Bannon nel 2014 la sua stella in Vaticano è al tramonto. Il nuovo Papa lo ha appena buttato fuori dalla Congregazione dei Vescovi e lo ha relegato a un ruolo puramente rappresentativo. Burke è furioso. 

Forse a questo punto è il caso di aprire una piccola parentesi per spiegare che cosa sta succedendo in Vaticano in quel periodo. 

Circa un anno prima è successa una cosa che non capitava da più di 500 anni. Papa Benedetto XVI ha dato le dimissioni. E’ un colpo durissimo per le istituzioni vaticane – soprattutto per l’ala tradizionalista del clero cattolico. Il rigoroso teologo tedesco Joseph Ratzinger – già Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – aveva infatti acceso le speranze di una svolta rigorista in Vaticano: tra aperture alla Messa in latino, riabilitazione di prelati ultratradizionalisti e tirate contro l’Islam Benedetto XVI sembrava avviato a riportare le lancette della Storia indietro di 500 anni.

E invece non è successo nulla di tutto questo. La ragione principale è che la Chiesa cattolica ha per così dire le pezze al culo. E questo per tre ragioni principali.

Primo: durante il pontificato di Giovanni Paolo II, il polacco Karol Wojitila, la Chiesa cattolica aveva combattuto – e vinto – contro le armate anticlericali del Blocco Socialista. Ma dopo il crollo del Muro era subentrata una forte crisi di identità. 

Secondo: lo stesso Papa Wojtila – pontefice straordinariamente attivo e determinato – verso la metà degli anni ‘90 inizia a mostrare segni di debolezza, dovuti in  larga misura all’incipiente morbo di Parkinson.

Gli ultimi anni del suo pontificato sono stati una lunga, straziante agonia. Anche per il Soglio Pontificio. Private di una guida forte, le gerarchie eccelsiastiche avevano iniziato una feroce guerra intestina, in cui la Curia – cioè il governo del Vaticano – diventa sempre più autonoma e influente. 

E terzo: in mezzo a tutto questa – è proprio il caso di dirlo – babele scoppia quella che possiamo definire un’autentica bomba mediatica.

Questo è il cardinale di Boston, Bernard Francis Law, che nel 2002 – a seguito di un’inchiesta giornalistica del Boston Globe – ammette per la prima volta che la Chiesa Cattolica ha un grosso, grossissimo problema: alcuni preti hanno molestato o stuprato ragazzine e ragazzini. E i loro vescovi li hanno coperti.

Gli effetti sono devastanti. Un numero sempre più grande di cattolici si distanzia dalla Chiesa: soprattutto negli Stati Uniti. Nel 2002 due terzi dei cattolici americani andavano a messa regolarmente. Nel 2019 sono solo la metà. Stessa cosa in Europa: in vari paesi a maggioranza cattolica come l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna il numero di persone che si definiscono “credenti” è calato di 10 punti percentuali rispetto al 2002. 

Quando Benedetto XVI sale sul Trono di Pietro – cioè diventa Papa – la crisi è ormai sotto gli occhi di tutti.

Nel giro di pochi anni il Pontefice si trova a dover combattere con un’opinione pubblica ostile, una Curia sempre più indipendente e un clero in aperta rivolta.

I suoi sostenitori fanno fatica a serrare i ranghi. Nel 2012 informazioni riservate riguardanti i conflitti all’interno del Vaticano arrivano alla stampa. Seguono una serie di scandali tra cui anche un presunto piano per assassinare il Pontefice. 

Insomma: un casino degno di romanzo di Dan Brown. Ma scritto meglio.

Quando nel febbraio 2013 Benedetto dà forfait e ⁰il Conclave si riunisce per eleggere il nuovo Papa, i tradizionalisti sono spalle al muro. E così al posto dell’intransigente teologo Ratzinger viene eletto un gesuita argentino che ha fama di amministratore pragmatico e senza fronzoli: Jorge Mario Bergoglio.

E Bergoglio ci mette pochissimo a far capire che la musica in Vaticano è cambiata. Da un lato ripulisce la Curia e azzera i vertici delle istituzioni vaticane incluso il temibile Istituto per le Opere di Religione. E dall’altro catapulta la Chiesa dal sedicesimo al ventunesimo secolo nell’arco di poche settimane: Non sono passati neanche quattro mesi dalla sua nomina che già fa tremare le fondamenta di San Pietro con queste sette parole:

I tradizionalisti come Burke vanno sulle barricate e fanno quello che per gli alti prelati è l’equivalente degli scontri di piazza: scrivono lettere. Ma Francesco non si lascia intimidire. L’anno successivo convoca un sinodo sulla famiglia che spianerà la strada alla “Amoris Laetitia”, l’enciclica in cui il Vaticano apre all’ipotesi di concedere la comunione ai divorziati – quelli che Burke aveva definito uguali agli assassini.

E’ in questo clima che l’arcivescovo di Saint Louis chiama l’allora direttore della testata più popolare della nuova destra americana Steve Bannon e gli chiede di presenziare alla conferenza sulla povertà. 

Ma perché proprio Bannon? 

Per prima cosa Bannon è cattolico. E non un cattolico così per modo di dire. Ha fatto le scuole dai benedettini e dice di fare regolarmente esercizi spirituali secondo la regola di Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti.

Anch’io ho fatto il chierichetto fino a 13 anni. E fino a 23 anni sono andato a messa tutte le domeniche. Tutte le domeniche. Ora del mio cattolicesimo è rimasto solo un perenne senso di colpa e la mia tendenza francescans a fregarmene delle convenzioni.

Sarà per questo che avverto una certa sintonia con quest’ omone di 66 anni che si presenta volentieri in pubblico in pantaloni corti e ciabatte – jeans e giacca militare per le occasioni formali.

Del resto: Siamo stati entrambi educati all’umiltà da uomini in sfarzose vesti dorate. Accettiamo che il Papa abbia sempre ragione – anche se un Papa dice “Galileo è un eretico” e un altro “Galileo è un grande scienziato”. E amiamo il nostro prossimo come noi stessi – quando naturalmente non lo bruciamo o lo impaliamo sulla pubblica piazza. 

Insomma a noi cattolici piacciono le contraddizioni. 

E così Bannon può essere un profondo credente con un gigantesco ritratto del liberatore degli schiavi Abramo Lincoln sul focolare di casa sua – e allo stesso tempo predicare un capitalismo completamente privo di regole in cui l’élite bianca può per diritto divino dominare le razze inferiori.

E forse è per l’irrequietezza tipica dei cattolici – quell’ irrequietezza figlia del senso di colpa che ci rende l’opposto dei pragmatici protestanti – per questa irrequietezza, dicevo, Bannon ha passato la vita a buttare al vento carriere sfolgoranti (da investment banker, produttore di Hollywood, persino Consigliere Speciale del Presidente) e ora si ritrova a fare dirette fiume sul suo canale di Youtube. A uno che non lo conosce potrebbe sembrare un altro matto complottaro: barba non fatta, occhi arrossati – e quel suo torrenziale modo di parlare che sembra sempre che insegua una frase, un concetto che gli sfugge eternamente.

Insomma, Bannon è un credente – nel senso che è uno che crede profondamente, visceralmente in quello che fa. E’ questo – dicono quelli che lo conoscono bene – che lo rende invincibile.

Ed è questo che lo rende utile a gente come l’arcivescovo Burke. 

Il contatto tra l’arcivescovo e l’allora direttore di Breitbart News avviene probabilmente attraverso una specie di loggia segreta dei cristiani ultraconservatori americani chiamata “Council for National Policy”. Sappiamo che Bannon nel 2014 era membro – come lo era per esempio anche Kellyanne Conway, che sarebbe poi diventata portavoce di Trump alla Casa Bianca. E sappiamo che Burke era in stretto contatto coll’ organizzazione. Fondatore del “Council for National Policy” è un tale Tim La Haye, uno scrittore diventato famoso per una serie di libri su… cos’altro? … la fine del Mondo.

Ed è probabilmente nel circolo di La Haye che è maturata la strategia del clero tradizionalista contro Papa Francesco. Dal 2014 in poi infatti cominciano a proliferare negli Stati Uniti articoli, libri e interventi sulle presunte macchinazioni occulte che hanno portato alla nomina di Jorge Mario Bergoglio al Soglio Pontificio. 

Molte di queste teorie ruotano intorno al potere della cosiddetta “Lobby Gay” – quella che in America chiamano la “mafia color lavanda”. Sarebbe questa – secondo i tradizionalisti – ad aver infettato la Chiesa col germe del vizio, causando in questo modo la diffusione della pedofilia. Gli abusi contro minori non sarebbero quindi il prodotto di un sistema che criminalizza la sessualità e costringe uomini adulti ad astenersi da ogni pratica sessuale e poi li fa mette a stretto contatto con dei ragazzini. No. Ci vuole un complotto. Un complotto di cui si trova traccia addirittura in alcuni scritti ufficiali del Papa emerito Benedetto XVI.

A osservare le campagne anti-Bergoglio apparse in rete negli ultimi anni non si può non scorgere il tratto distintivo di Bannon e dei populisti che lui ha ispirato: c’è l’apparenza di un movimento “dal basso”, di veri credenti che insorgono contro il potere papale. C’è la fitta cortina di fumo di dicerie, complotti e cabale occulte che caratterizza tutte le narrazioni della destra populista. C’è la tendenza a seminare divisione e incertezza nelle comunità. Ma soprattutto c’è una visione fosca del futuro: un senso di disastro imminente.

E i punti di contatto tra la strategia comunicativa del clero tradizionalista e quella della destra populista sono molti. 

Viktor Orban in Ungheria e Heinz Christian Strache in Austria hanno ripetutamente definito la loro battaglia contro l’immigrazione un piano di difesa della cristianità contro l’avanzata dell’Islam. E Radio Marjia, l’emittente cattolica tradizionalista (e apertamente antisemita) che domina l’etere polacco ha avuto un ruolo fondamentale nel promuovere l’ascesa del Partito populista per il Diritto e la Giustizia.

Anche il nostro amico Salvini – avrete notato – da circa un anno ricorre sempre più spesso a madonne, santi, rosari – e ora presepi.

Qualcuno dice che è stato lo stesso Bannon a suggerirgli di usare immagini religiose nei suoi discorsi pubblici. Difficile dire se sia vero o no. Si sa che Salvini intrattiene da diversi anni rapporti col cardinal Burke, di cui ha detto di apprezzare le idee. E si sa che Salvini ha più volte espresso la sua avversione per l’attuale Papa, dicendo che il suo Papa è Benedetto, in riferimento al Papa emerito joseph ratzinger. Ma l’uso di immagini religiose non è nulla che Salvini o uno dei suoi spin doctor non possa aver concepito autonomamente. Tanto più che Salvini non è che faccia sfoggio di perizia teologica: un santino su Facebook, un bacio al rosario, una dedica alla Madonna di Medjugorie – insomma, quella che il raffinato teologo Ratzinger non senza un pizzico di ironia chiama “la fede dei piccoli”.

Sarebbe però sbagliato liquidare la saldatura tra populisti di destra e cristiani tradizionalisti come un semplice matrimonio di convenienza. 

Per almeno due motivi. 

Primo: per circa un secolo l’identità religiosa aveva più o meno un posto definito nella politica europea. Un posto collocato per lo più a destra, ma con un occhio alle fasce più deboli della società. C’erano partiti di ispirazione cristiana che – pur opponendosi strenuamente alla sinistra socialista e flirtando in alcuni casi coll’autoritarismo di destra – si configuravano come soggetti con una chiara e autonoma identità. Questi soggetti negli ultimi 30 anni si sono dissolti o hanno perso molto del loro peso politico. Anche negli ultimi anni. Per darvi un’idea: se è vero che tutti i partiti tradizionali hanno perso consensi in Europa, è anche vero che il gruppo che ha perso più seggi al parlamento europeo nell’ultimo decennio è il Partito Popolare Europeo che riunisce proprio quei partiti di ispirazione cristiana.

Secondo: Anche se i partiti cristiani tradizionali hanno perso gran parte della loro influenza, l’identità religiosa continua ad avere un ruolo fondamentale nel definire gli equilibri politici. Non solo perché negli ultimi anni alcune comunità estremiste – come per esempio la “Fraternità Pio X” che raccoglie al suo interno financo antisemiti e neonazisti – hanno visto crescere i loro aderenti. Ma anche perché molti populisti hanno saputo sfruttare lo sfarinamento delle comunità religiose per creare nuove – più radicali – identità.

Così Jair Bolsonaro in Brasile è appoggiato strenuamente dalla Chiesa Evangelica – una Chiesa che ha decuplicato negli ultimi anni i suoi aderenti grazie allo sfarzo dei suoi predicatori e a un mix di ultra-liberalismo economico e ultra-tradizionalismo etico. Stessa storia – abbiamo visto – negli Stati Uniti, dove Donald Trump può contare sull’appoggio indefesso delle comunità evangeliche bianche della famigerata Bible Belt – la cintura della Bibbia. Ma si può andare anche in Russia, dove Vladimir Putin gode di un sostegno incondizionato da parte del clero ortodosso. O – mutatis mutandis – in Turchia, dove Recep Tayyip Erdogan ha impresso una svolta islamista a quello che era lo Stato più laico del Vicino Oriente. O in India, dove Narendra Modi ha fuso con successo il nazionalismo indù con un populismo alla Bannon.

A proposito di Bannon. Steve, tu che ne dici? E’ un fenomeno passeggero?

La storia è dalla nostra parte. 

Ma quando Bannon parla di Storia – colla S maiuscola – non sta genericamente parlando di quello che troveremo scritto nei manuali del liceo tra 30 anni. No. Sta parlando di una cosa specifica. Bannon crede infatti profondamente in quella che viene chiamata la teoria delle quattro svolte – sviluppata da due storici americani, William Strauss e Neil Howe. In pratica la teoria dice così: la storia americana è composta da momenti di crisi e di risveglio. A ogni crisi segue un risveglio a cui segue di nuovo una crisi più intensa e così via. L’ultima crisi secondo Strauss e Howe è stata la Seconda Guerra Mondiale. Ecco, secondo Bannon l’America – e con essa il Mondo – è avviata verso una nuova ancor più drammatica crisi che dovrebbe consumarsi entro pochissimi anni. Una crisi che rischia di far scomparire la Civiltà Occidentale

Ma siamo onesti. Non è solo Bannon e non sono solo i cristiani tradizionalisti. Le storie sulla Fine del Mondo piacciono un po’ a tutti. Specialmente di sti tempi. Per dire: mai come ora cinema e televisione sono pieni di scenari apocalittici.

E perché? 

Anni fa ho fatto questa domanda al sociologo americano Richard Mitchell che ha vissuto per decenni tra i cosiddetti prepper, che sono persone che si preparano alla Fine del Mondo. Gli ho chiesto perché così tanta gente è affascinata dall’idea dell’Apocalisse. Mi ha risposto: quasi nessuno crede che il Mondo finisca davvero. La nostra paura più grande è quella che il nostro Mondo finisca – che tutte le cose che conosciamo e amiamo spariscano o si perdano come i telefoni a gettoni o i mangiacassette. E abbiamo paura di perdere nois stessi e la nostra identità in un mondo che cambia. Per questo ci inventiamo storie in cui tutto intorno a noi collassa. E noi restiamo.

E in fondo – come abbiamo visto – questo è proprio quello che vendono personaggi come Bannon e Salvini: storie. Non hanno piani pensionistici o progetti di investimenti da offrirci. Ci offrono un racconto, un modo di vedere il mondo. E allora il grande conflitto globale di cui parlava Bannon nel 2014 e di cui ha parlato Salvini nel suo discorso del presepe non è una guerra tra Stati, civiltà o ideologie. E’ un conflitto tra passato e presente. Tra un Mondo che finisce ogni sera e un Mondo diverso, più complesso e avvincente che riappare la mattina dopo – con nuove tecnologie, nuove identità e nuove sfide.

La vera guerra globale è tra chi teme la fine e chi, invece, sogna un nuovo inizio.

Per saperne di più: Antonio Spadaro, Marcelo Figueroa, EVANGELICAL FUNDAMENTALISM AND CATHOLIC INTEGRALISM: A SURPRISING ECUMENISM