Testi

Leviatano (parte prima), i testi del secondo episodio

Immaginate di essere su una barca. È una chiara mattina d’ottobre. Il sole scintilla sul mare. Un gabbiano passa a volo radente sopra le onde. La barca – un peschereccio lungo 20 metri e largo 6-7 – beccheggia dolcemente. Bello, vero? Ora immaginate che con voi in questi 20 per 7 metri siano stipate altre 480 persone.

Non sapete quanto dista la terra. Intorno c’è solo mare. Un mare che si gonfia sempre di più ad ogni raffica di libeccio.

E la barca sta prendendo acqua. Prende acqua perché nello scafo ci sono dei buchi di proiettile. A sparare è stato l’equipaggio di una motovedetta libica.

Ma i libici ora non ci sono più. C’è solo il mare. E la barca che affonda lentamente con 480 persone a bordo. Tra loro più di 100 bambini.

Sono famiglie di siriani in fuga dalla guerra. Famiglie di classe media, che fino a pochi mesi prima abitavano in belle case con giardino e guidavano automobili tedesche: professionisti, medici, imprenditori. Erano arrivati in Libia regolarmente, coll’aereo, perché in Libia all’epoca per i siriani non serviva un visto. E quando si scappa dalle bombe si va per le spicce.

Solo che in Libia avevano trovato un’altra guerra civile. E allora avevano preso gli ultimi soldi che avevano e li avevano dati a un tunisino che prometteva di portare le famiglie al sicuro – in Italia.

L’Italia a mezzogiorno di questa chiara mattina di ottobre non è nemmeno tanto lontana. Poco più di 100 chilometri. La distanza tra Firenze e Bologna. Ma la barca continua ad affondare. È partita una chiamata di soccorso. Ha risposto la centrale della Guardia Costiera. Va tutto bene – dicono dalle centrale -– i soccorsi stanno arrivando. Le famiglie a bordo tirano un sospiro di sollievo.

Il tempo passa. La barca si inabissa poco alla volta. Il mare intorno rimane vuoto.

Partono altre chiamate. “Stiamo morendo. Perfavore aiutateci”, dicono da bordo. Ancora rassicurazioni. E ancora non si vede nessuno. C’è una nave militare italiana a poche miglia. Ma non viene allertata.

Cinque ore. Passano cinque ore, in cui il comando di squadra navale italiano cerca di scaricare il recupero dei naufragi sulla Marina maltese. (Ascolta l’audio della Guardai Costiera)

La barca affonda e il mare si ingrossa. L’orizzonte è sempre deserto. Inizia a crescere la paura. I passeggeri si agitano. All’improvviso, alle cinque di pomeriggio, la barca si rovescia. 480 persone finiscono in mare.

I soccorsi italiani stanno finalmente arrivando, ma è troppo tardi.

I genitori cercano di tenere vicini i bambini, ma è difficile. I vestiti appesantiscono i movimenti. Le braccia annaspano. Le gambe diventano pesanti. La stretta intorno a quei piccoli corpi che piangono e gridano si allenta. Scivolano via tra le braccia dei genitori. Scivolano e vanno giù. Giù.

268 persone sono annegate. 60 di loro erano bambini.

“Il naufragio dei bambini”, come è stato chiamato poi, non è la prima strage che si consuma sotto gli occhi delle autorità marittime nel Mediterraneo Centrale, ma è sicuramente una delle più atroci. Per chi ha figli – ma anche per chi non li ha – è difficile immaginare una storia dell’orrore più terrificante di questa.

Eppure i naufragi nel Mediterraneo sono diventati quasi un rumore di fondo nel clamore mediatico che circonda la questione immigrazione – un basso continuo ricorrente e inevitabile come le onde del mare.

Nessuno sa di preciso quante persone sono morte nel braccio di mare che separa l’Europa dall’Africa. Contando solo le vittime accertate dal 2000 a oggi si arriva intorno alle 50.000 persone – una città grande come Pordenone. Ma questi sono numeri. Il dolore, la paura, la dilaniante incertezza di non sapere che cosa sia successo ai tuoi cari – quelli non li puoi misurare.

Persino un naufragio con più di 100 morti come quello avvenuto nel gennaio 2019 davanti alle coste libiche non è più fonte di sensazione – e viene dilavato rapidamente da nuove polemiche sul blocco delle frontiere, sulle responsabilità politiche e legali, mentre la città in fondo al mare accoglie sempre più cittadini.

E’ cinismo? Abitudine? O c’è dell’altro?

E’ vero: E’ da quasi vent’anni che le notizie di barconi alla deriva riempiono periodicamente le cronache. Ma l’atteggiamento della politica, dei media – e soprattutto il nostro di comuni cittadini – è cambiato molto nell’arco di pochi anni.

Per capire che cosa è successo, forse è il caso di tornare colla memoria a quei giorni del 2013.

Il “naufragio dei bambini” è accaduto in un mese nero nella già drammatica storia dei naufragi del Mediterraneo: Una settimana prima, il 3 ottobre, un altro peschereccio con 570 persone a bordo era andato a picco a poca distanza da Lampedusa: 368 morti.

“L’ecatombe di Lampedusa”, “Strage di migranti, l’Italia in lutto”, “La strage della vergogna” titolano i giornali (LINK). E anche i commenti agli articoli sono pieni di dolore e rabbia per la tragedia avvenuta. E la politica – da destra a sinistra – non è da meno.

Questo è l’allora ministro degli Interni Angelino Alfano, già Forza Italia, ora Nuovo Centrodestra – non un comunista buonista, ma un uomo di destra – che riferisce alla Camera sul naufragio. Si dice scosso e addolorato. E proclama il lutto nazionale. Una tragedia del genere, dice Alfano, non deve più ripetersi. E, per una volta, non sono parole al vento: Di lì a poco l’Italia lancerà la Missione navale Mare Nostrum – la più grande missione di monitoraggio e soccorso nel Mediterraneo. In un anno di attività la missione salverà la vita a 140.000 persone.

Ora facciamo un salto di un anno e mezzo. Mare Nostrum non c’è più. L’Unione Europea non ha voluto farsi carico del rifinanziamento della missione. Il ministro degli Interni tedesco dice che la missione è diventata un ponte tra l’Africa e l’Europa. Un “pull factor”, un “fattore di attrazione” per i disperati. Sta arrivando troppa gente. Il ponte deve saltare.

E il ponte salta.

Ma la gente continua ad arrivare – anzi… gli sbarchi aumentano. Alla faccia del “pull factor”.

E’ il 18 aprile del 2015. Un’altra barca, un altro peschereccio di 20 metri è in rotta dalla Libia verso l’Italia. A bordo ci sono più di mille persone. Verso sera la Guardia Costiera riceve una richiesta di aiuto. C’è una nave mercantile nelle vicinanze che fa rotta verso le coordinate del barcone. I soccorsi arrivano, ma l’operazione di salvataggio prende una piega inattesa: per un errore di manovra il barcone si avvicina troppo alla nave. I passeggeri, nell’ansia di salire a bordo, si spostano tutti da un lato. Il peschereccio si rovescia si rovescia e cola a picco. L’aspetto atroce di questa vicenda è che, apparentemente molti passeggeri erano chiusi a chiave nella stiva.

Tre anni ci sono voluti per recuperare e riconoscere le vittime. Dei passeggeri non si è salvato quasi nessuno.

E una delle prime voci che commentano questa immensa tragedia – forse la più ingente mai avvenuta nella storia recente nel Mediterraneo – è una voce nuova che si è da poco affacciata sulla scena politica. Questa:

AUDIO (Salvini)

Questo è il nuovo segretario della Lega Nord e futuro ministro dell’Interno Matteo Salvini intervistato a poche ore dal naufragio. Niente lutto, niente sentimentalismi: Salvini va al sodo. Vuole un blocco navale militare nel mediterraneo.

Colla prospettiva di oggi qui il giovane segretario appare quasi come un moderato. Ma c’è qualcosa di nuovo nell’aria. D’accordo, Salvini non è il primo nel suo partito a chiedere misure drastiche contro gli sbarchi – nel 2011 il deputato della Lega Francesco Speroni aveva detto che bisognava “sparare ai barconi”. Ma è la prima volta che, di fronte a una tragedia umanitaria, un segretario di partito ci va giù così pesante. E il suo partito in quel momento è in vertiginosa ascesa.

E’ giovane, Salvini, ma è già un politico esperto. Perché ha il polso della situazione. Nei commenti agli articoli sul naufragio e nei social media la discussione infatti ha assunto un tono molto diverso rispetto a quello di un anno e mezzo prima. Sì, ci sono ancora i messaggi di cordoglio e le accuse al governo. Ma ci sono anche altri messaggi.

“Non ci credo… Troppo bello per essere vero”
“Cazzo finalmente qualcuno muoreeee!!!”
“Affondasse tutta l’Africa”
“Dai, se non sono 700 mi va bene anche 699”
“Godoooooo, devono affogare tutti questi invasori”
“Peccato così pochi”
“700 parassiti in meno da mantenere, affondasse anche il Parlamento con tutto il governo avremmo fatto bingo”.

(Fonte)

Troll, mitomani, dirà qualcuno. Sono voci isolate, è vero. Ma è successo qualcosa in quell’anno e mezzo. E’ successo che per tanti quelle persone intrappolate nella stiva del peschereccio andato a fondo il 18 aprile e anche i bambini dell’ottobre del 2013 e le altre vittime di naufragi nel Mediterraneo sono diventati i personaggi di un’altra, diversa storia dell’orrore – una storia in cui, paradossalmente, i mostri sono loro: i naufraghi.

Come è potuto avvenire questo rovesciamento? La spiegazione è un po’ complicata. Cerco di farla breve anche se in realtà sono pezzi di un mosaico molto più grande.

Semplificando, possiamo ridurre la spiegazione a tre fattori.

Il primo: nell’anno e mezzo che separa le due stragi in mare il numero di persone in arrivo sulle coste europee è aumentato significativamente. In Italia è quasi triplicato – da 50.000 nel 2013 a 140.000 nel 2014. Le ragioni sono molteplici. Da un lato, come abbiamo visto, la Libia è diventato un rifugio per decine di migliaia di siriani in fuga dalla guerra. Solo che proprio nel 2014 il fragile equilibrio politico che regge il paese dalla caduta del clan Gheddafi va in pezzi e anche qui comincia una sanguinosa guerra civile.

I siriani hanno soldi – e nessuna voglia di restare nel paese. I libici lo sanno e sono pronti ad offrire loro una via d’uscita: il mare. Il business degli scafi esisteva già, ma è coi soldi dei siriani che inizia a diventare una struttura veramente organizzata. E ad approfittarne sono le milizie armate che si contendono il controllo del territorio – e soprattutto quello dei porti. Le milizie hanno però un altra fonte di finanziamento: gli immigrati africani. Giunti nel paese da tutta l’Africa subsahariana per lavorare nei cantieri edili, i “neri” nella guerra civile diventano merce di scambio: vengono presi in ostaggio o venduti al mercato degli schiavi. E se vogliono scappare dall’inferno c’è un’unica strada: il mare. Il passaggio, naturalmente, lo offrono loro – le milizie. E così si crea un circolo vizioso che di fatto dura ancora oggi. (Fonte: IOM)

Sì vabbeh, ma allora è giusto che gli italiani siano preoccupati. Mica possiamo prenderli tutti noi… Eh ho, perché degli immigrati sbarcati in Italia solo pochissimi restano. Nelle strutture di accoglienza c’è posto per poche migliaia di persone. Gli altri vivono per strada. E allora i più vanno verso Nord: Svizzera, Germania, Svezia. E nel 2014 la polizia smette quasi completamente di registrare i nuovi arrivati. (FONTE)

Ma vallo a spiegare a quelli che postano foto del concerto dei Pink Floyd in Piazza San Marco scambiandolo per un porto libico assediato da africani che vogliono venire in Italia (VIDEO). E questo ci porta al fattore numero due.

Tra il 2013 e il 2015 il dibattito politico si è spostato progressivamente su una nuova piattaforma: i social network. Secondo uno studio dell’istituto di ricerca americano Pew Center tra il 2010 e il 2014 il numero di persone che usano i social come principale fonte di informazione sui dibattiti politici è raddoppiato.

A differenza dei media tradizionali come giornali e TV i social sono una pubblica piazza in cui ognuno può dire quello che vuole. Il che è pure una bella cosa, se non fosse che – appunto – ognuno può dire quello che vuole, non importa se vero o no. Ed è proprio nel 2015 che la politica scopre un nuovo strumento di propaganda: le “fake news” virali. Sì, è vero, Internet è sempre stato pieno di bufale – dai rettiliani al pianeta Niribu, dagli Illuminati alle scie chimiche. Ma è dalle campagne elettorali sul Brexit in Gran Bretagna e dalle presidenziali USA che i social cominciano a riempirsi di foto taroccate, video sfocati e tanti, tantissimi messaggi – tutti, naturalmente, in maiuscolo – che evocano scenari catastrofici. E una porzione sostanziale di questi messaggi riguarda proprio loro, gli immigrati.

Ci sono le foto di uomini barbuti che sventolano bandiere dell’ISIS spacciate per rifugiati che attaccano la polizia in vari paesi d’Europa – e invece sono salafisti tedeschi a una manifestazione nel 2012, quando lo Stato Islamico era ancora un piccolo nucleo attivo solo in Iraq. C’è la foto della nave con migliaia di persone a bordo – e molte di più che cercano di salire – collocata di volta in volta in Libia, Egitto e Turchia – mentre in realtà ritrae una nave albanese diretta in Italia nel 1991. E ancora un video con persone di aspetto mediorientale che sembrano prendersela con gente sta portando loro pacchi di viveri – una protesta contro cibo non-halal, secondo alcuni; in realtà un picchetto di protesta contro la violenza della polizia alla frontiera serbo-macedone. E tanti, tantissimi altri.

Ma non sono solo i social media: Se guardiamo con quali parole i giornali hanno commentato i naufragi del 2013 e poi le confrontiamo colle parole usate per descrivere i fatti dell’aprile 2015 vediamo che nel primo caso prevalgono espressioni emotivamente forti – tragedia, bambini, cadaveri – nel secondo caso si parla invece di più di problemi: di politica, di Libia, di migranti e clandestini. Alla pietà subentra l’ansia.

E forse non è un caso che proprio in questo momento la questione immigrazione domini i pensieri dei cittadini europei: secondo i sondaggi condotti dall’Unione Europea – il cosiddetto Eurobarometro – tra il 2014 e la primavera del 2015 l’immigrazione è diventata – di botto – la principale preoccupazione dei cittadini europei. E questo ancora prima che arrivi la grande carovana di profughi di guerra siriani provenienti dalla Turchia.

E mentre la politica tradizionale fatica a stare al passo con questi sviluppi c’è chi la nuova onda la cavalca da professionista. E la alimenta.

Ed ecco il terzo, decisivo fattore: in molti paesi d’Europa forze della destra populista e radicale stanno avanzando nei sondaggi. In Francia, Olanda e Austria sono date come primo partito. Tutti questi partiti – dall’FPÖ austriaco al Front National francese, dallo UKIP britannico al Partito della Libertà olandese – hanno una cosa in comune: vogliono chiudere le porte all’immigrazione. E anche in Europa orientale – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – la questione immigrazione diventa il cardine del dibattito politico.

Poche settimane dopo il naufragio dell’aprile 2015 un altro personaggio appare sull’orizzonte politico del Pianeta. E lo fa con queste parole:

“Quando il Messico ci manda la sua gente, non manda la gente migliore. Non manda la gente come voi. CI manda gente con un sacco di problemi e ci portano i loro problemi. Ci portano la droga. Ci portano la criminalità. Sono stupratori. Qualcuno, forse, è una brava persona”, dice Donald Trump nel discorso in cui inaugura la sua campagna elettorale.

Qualcuno è una brava persona – forse. Più chiari di così si muore.

In nessuno di questi paesi c’è un’emergenza immigrazione. E allora perché parlano tutti così tanto di immigrati – e con così grande successo?

Perché è un tema che più se ne parla, più divide – e la nuova destra sovranista lo sa bene. C’è uno studio dell’università di Düsseldorf che ha dimostrato che più il dibattito pubblico gira intorno alla questione immigrazione, e quindi più i media ne parlano, più una parte della popolazione tende ad assumere posizioni radicali – indipendentemente da quanti immigrati ci sono veramente. Repubblica Ceca e Polonia hanno rifiutato di sottoscrivere il patto ONU sui migranti per timore di “ondate migratorie incontrollate”. A quanto ammonta la quota di immigrati nei due paesi? 1,5 per cento delle popolazione in Repubblica Ceca e 0,04 per cento in Polonia. (Fonte)

Tutti, fino a prova contraria, siamo liberi pensatori. Ma quello che diciamo, pensiamo e sentiamo non è mai avulso da ciò che ci circonda.

Una caratteristica della natura umana è che siamo portati a prevenire i rischi prima che si concretizzino. E comunichiamo le nostre congetture – spesso in forma di storie. Per dire: Chi va per mare sa che è pericoloso. Ma dire: “occhio, qui si rischia la vita” non basta. E allora inventa storie di mostri marini, di balene bianche e leviatani. In altre parole: mentre un animale scappa quando vede avvicinarsi un predatore, l’uomo disegna una mappa e dice – come facevano gli antichi geografi – “occhio non andare qui che ci sono i draghi”.

Come nel caso dei mostri marini, a volte le storie che ci raccontiamo per prevenire i pericoli non sono molto accurate. Anche se le storie sono inventate, gli effetti che hanno sulle persone però sono molto molto reali. E i mostri che queste storie evocano sono sicuramente spaventosi – ma non sono i mostri che emergono dagli abissi del mare. Sono i mostri che dormono negli abissi della natura umana. E, a volte, questi mostri, si svegliano.

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L’invasione degli ultracorpi, Ep. 1

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La locandina de “L’invasione degli ultracorpi”

Le storie sono armi potenti. E non importa se tutti sanno che non sono vere. I loro effetti lo sono, eccome.

Qui si parla di sostituzione etnica, “white genocide”, piano Kalergi, George Soros e Protocolli dei Savi di Sion.

Scritto da: Fabio Ghelli

Prodotto da: Federico Bogazzi e Fabio Ghelli

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